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FIORI DI CADILLAC, “CARTOLINE” (FOREARS RECORDS)

Ennesimo caso di matrimonio – riuscito – tra sonorità sintetiche ed elettricità: i partenopei Fiori di Cadillac sono all’esordio discografico ma, come dimostrano le loro biografie, sono musicisti già rodati, e “Cartoline” ne è la riprova.

Dodici tracce (incluso un breve strumentale), in cui il quintetto percorre in lungo e in largo itinerari già ampiamente battuti da altri, pur cercando una propria strada: lungo il percorso non stupisce trovare tracce del sofisticato synth-pop dei Delta V piuttosto delle contaminazioni dei conterranei Planet Funk (seppure quelli dei momenti più riflessivi) o isolati accenni all’elettro-rock dei Subsonica, sebbene con esiti meno ammiccanti.

Ampliando lo sguardo, si scorgono segni dello sperimetalismo dei Radiohead (specie in alcuni passaggi in cui la dilatazione cede improvvisamente il passo a dissonanti sfuriate elettriche) e della lezione psichedelica dei Pink Floyd; loro stessi aggiungono  al loro pantheon di riferimento i Mercury Rev.

Chitarre dalle tenui consistenze, ma pronte a rilasciare la propria indole aggressiva in parentesi urticanti e synth che disegnano tappeti sonori spesso all’insegna della rarefazione costituiscono i due pilastri sonori del disco, spesso accompagnati dalle coloriture emotive del piano, con l’occasionale inserimento di fiati, a conferire un indole vagamente obliqua in un paio di episodi.

Luigi Salvo è l’interprete vocale, con personalità (pur se per lo più in toni sfumatamente dimessi) di testi dall’atmosfera spesso onirica, tra rapporti sentimentali, disagi esistenziali, fughe immaginate, ma mai in modo troppo diretto, riccorrendo magari all’allusione, a frammenti di discorso, soliloqui, momenti ellittici.

Un disco che si fa apprezzare, mostrandoci un gruppo che, pur se all’esordio, appare avere già le idee sufficientemente chiare e sulla buona strada per inquadrare in maniera più definita il proprio stile.

CACTUS, “MAI PERSONAL MOOD” (FOREARS RECORDS)

Prima prova sulla lunga distanza per i pugliesi Cactus, nome scelto per rimarcare il proprio ‘resistere’ su un territorio musicalmente non troppo fertile. Il quintetto inanella dieci brani, all’insegna di un synth-pop dai riflessi cantautorali.

Un disco reso dinamico non solo dai battiti spesso incalzanti impostati da programmazione elettronica e synth, ma anche dalla varietà di suggestioni che si susseguono nel corso: sul disco aleggia, prevedibilmente, l’influenza dei Subsonica, ma il discorso si allarga, coinvolgendo chitarre wave, mostrando una sottile ascendenza con band come Gang of Four, o all’opposto sfiorando appena derive spaziali, oppure ancora puntando sull’intensità di certe parentesi più rilassate, dalla vena quasi trip hop, all’insegna delle varie ‘tinte’ acquisite dal ‘mood personale’ cui si riferisce il titolo.

Un lavoro che scorre via leggero e gradevole, sostenuto da una scrittura forse ancora un filo acerba, ma che sembra comunque aver imboccato la strada giusta.

Le potenzialità sembrano dunque esserci e al termine dell’ascolto si resta curiosi per gli ulteriori sviluppi…

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY