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LA GRANDE SCOMMESSA

E’ il 2005 quando l’ex medico, ora manager, Michael Burry (Christian Bale) uno di quei pittoreschi personaggi che possono permettersi di andare al lavoro in pantaloncini e ascoltare metallo pesante a tutto volume in ufficio, semplicemente leggedo pagine e pagine di dati, capisce che il sistema finanziario americano, basato sul mercato immobiliare, sta per essere spazzato via.
La scoperta lo condurrà a cercare il massimo profitto dalla ‘grande scommessa del titolo’: puntare sul fallimento del mercato in un momento in cui tutti pensano che questo sia solido e destinato a restare tale per molto tempo ancora.

La ‘scommessa’ di Burry, per quanto singolare e apparentemente bizzarra, attrarrà l’attenzione di un gruppo di personaggi che, anch’essi coinvolti a vario titolo nel mondo della finanza, finiranno anche loro per puntare tutto, o quasi, sulla catastrofe imminente: l’investitore con pochi scrupoli (Ryan Gosling); il ‘trader’ idealista, reduce da un grave lutto famigliare (Steve Carell) e i suoi collaboratori; due ‘giovani rampanti’ che si affidano ad un più esperto ex banchiere (Brad Pitt), che ha mollato tutto dandosi all’ecologismo.
Giunto il momento della verità, il cataclisma assumerà delle dimensioni tali, da far rischiare anche ai protagonisti di perdere tutto…

Adam McKay, fin qui noto soprattutto per la numerosa serie di commedie con protagonista Will Ferrell (tra le altre, i due Anchor Man e I poliziotti di riserva), mette in scena una ‘piccola guida alla crisi finanziaria globale’, mostrandoci come tutto si è generato e soprattutto come, a voler bene guardare, tutto sarebbe stato ampiamente prevedibile… o almeno, ci prova.
Il fatto è che la finanza contemporanea, anche per gli esperti del settore, è talmente complicata che riuscirla a spiegare in poche parole è impresa quanto meno ardua. Il regista ci mostra le vicende dei protagonisti (emblematica la sequenza in cui alcuni di loro si ritrovano in un comprensorio residenziale semiabbandonato: forse sarebbe bastato staccarsi dal computer e farsi un giro fuori per capire che il mercato immobiliare stava per collassare…), inserendo qua e là una sorta di ‘schede informative semplificate’, illustrate rispettivamente da Margot Robbie (attrice australiana di bel fisico e belle speranze), lo chef Anthony Bourdain e la stella del pop Selena Gomez.

Il tentativo è lodevole, tuttavia forse non sufficiente: certo lo spettatore riesce a comprendere a grandi linee quello che è successo, ma non tutto risulta chiaro… del resto, ancora oggi molti sedicenti esperti del settore ancora devono capirlo, cosa sia successo: prova ne sia che certi prodotti finanziari stanno lentamente tornando a intossicare il mercato.
La conclusione, amara, è che prima o poi tutto questo è destinato a ripetersi e che forse l’unico modo di salvarsi è leggersi tutti i giorni la pagina della Borsa (tra le righe) per cercare la prossima ‘grande scommessa’ e mettere insieme una vagonata di soldi… Il finale del film – e non a torto – suggerisce l’acqua come l’investimento sicuro del futuro…

Le vicende dei singoli si fanno seguire, si comprende alla fine di come il sistema finanziario americano fosse preda di una sorta di euforia, del tutto simile a quella che prende uno scommettitore quando imbrocca una serie di risultati consecutivi (e io so bene di cosa si tratti), che lo porta fatalmente a sottostimare i rischi e, quando arriva il momento della batosta, a prenderla bella grossa e in pieno. Si riflette, soprattutto, sul fatto che un sistema finanziario diventato così complesso e annodato su sé stesso, fosse sostanzialmente animato da persone spesso completamente prive delle più elementari competenze di base, provenienti da ambiti totalmente diversi e che alla fine riducevano il tutto alla vendita di certi prodotti lungo una sorta di catena nella quale puntualmente a restare col cerino in mano sono stati gli ultimi anelli nella catena mentre ai piani alti i veri responsabili del caos generato non hanno pagato e anzi si sono ritrovati meglio di prima… bella m***a.

Il cast di prim’ordine porta un più che discreto contributo alla causa: se Ryan Gosling svolge tutto sommato un compito di ‘ordinaria recitazione’, Christian Bale è efficace nel portare sullo schermo per l’ennesima volta un personaggio che ha delle difficoltà a relazionarsi col prossimo, mentre a offrire un’intepretazione di prim’ordine è proprio Steve Carell, sempre più lontano dalla comicità para-demenziale di un tempo e sempre più attore completo (come già dimostrato, lo scorso anno, in “Foxcatcher”).

Nota di merito per la colonna sonora e non solo per le sfuriate ‘metallare’ che commentano costantemente le vicende di Burry / Bale (e vabbè, con me si sfonda una porta aperta).

“La grande scommessa” non è un film facile, perché a non essere facile era la sfida di portare questa storia sul grande schermo: alla fine risulta una versione meno plumbea e più corrosivamente ironica di “Margin Call” di qualche anno fa (altro film che narrava i prodromi della crisi finanziaria globale), magari mescolata con “American Hustle”, col quale condivide la puntuale descrizione dello ‘spirito dei tempi’.
Un film da vedere, comunque, perché alla fine ci mostra come alla fine, buona parte dei ‘genii’ della finanza mondiale nelle mani delle quali siamo, anche se involontariamente, sia costituita da perfetti idioti.

Postilla: ho visto “La grande scommessa” all’Alcazar, per chi la conosce, una piccola sala in quel di Trastevere… con tutta probabilità, è stato anche l’ultimo film che abbia mai visto in questa sala, visto che il cinema a fine gennaio ha chiuso: la proprietà, alla fine, ha dovuto alzare bandiera bianca.
L’Alcazar si aggiunge così alla lunga lista di piccoli cinema che nel corso degli anni hanno chiuso a Roma: in ordine sparso ricordo quello che per tanti anni fu l’Esperia, poi diventato Roma, fallito dopo una breve gestione di Carlo Verdone; l’Induno (poi Sala Troisi); il Metropolitan…
Al Portuense, a un tiro di schioppo da dove abito io, resta desolatamente inutilizzato l’ex cinema Missouri.
Quando un cinema chiude, resta sempre un po’ di tristezza: specie se a chiudere sono quelle sale vecchio stampo, in cui alla cassa non c’è un vetro che sa tanto di stazione ferroviaria, in cui si va per vedere proprio ‘quel’ film e non a ca**o di cane per decidere in quale delle venti sale andare, tanto uno vale l’altro; in cui si va al cinema e basta, non pure a mangiare, comprare gadget o giocare alle slot machine; in cui, soprattutto, compri il biglietto e poi decidi tu dove ca**o sederti, senza che ci sia qualcun altro a deciderlo. A me il cinema piace così, le Las Vegas le lascio volentieri al pubblico caprone.
Purtroppo però, il pubblico caprone è la maggioranza, e quindi le Las Vegas imperano e i cinema – cinema chiudono. A Roma resistono il Greenwich, il morettiano Nuovo Sacher, l’Intrastevere, per certi versi il Quattro Fontane, il Reale, che dà pellicole ‘di cassetta’ dove nell’intervallo gira ancora l’omino delle patatine e dei gelati.
Un mondo che purtroppo va scomparendo, sostituito dalla cialtroneria delle multisale e dei nauseabondi bicchieroni extralarge di pop corn e bevande gassate, luoghi dove la gente va spesso senza manco un obbiettivo: “boh, andiamo lì e poi decidiamo”: un modo di andare al cinema che mi fa ribrezzo: io quando esco per andare al cinema so già cosa andrò a vedere e diciamo che ho già il ‘cervello predisposto’, alla commedia, al film d’autore, al cinefumetto o a quello che volete voi; uscire dal cinema e fare due passi a Testaccio o Trastevere anziché trovarmi in mezzo al nulla, o quasi.
L’Alcazar chiude; io ci andavo una – due volte l’anno; sarei potuto andare più spesso, contribuire a salvarlo? Forse si, ma io mi sento già di contribuire al ‘cinema che mi piace’ cercando di evitare il più possibile i luna park; ma questo evidentemente non basta, rispetto ad una maggioranza di spettatori che si è lasciata sedurre senza batter ciglio dalle luminarie, dai lustrini, dagli ampi parcheggi e dalla robba da magnà.

ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERNAZIONALI: IL MALE ASSOLUTO

A prescindere da come andrà a finire la vicenda greca, credo che ormai non si possa più tacere il fatto che oggi, a livello mondiale, il ‘Male Assoluto’ sia rappresentato dalle cosiddette ‘istituzioni finanziarie internazionali’: alla fine, negli ultimi anni hanno fatto più danni loro che l’ISIS: certo l’ISIS ha fatto scorrere sangue e distrutto monumenti, ma le ‘istituzioni’ con le loro politiche hanno portato alla distruzione delle vite di milioni di persone.

 

IL PESO MONDIALE DELLA NON – DEMOCRAZIA

Il problema è quello insito in ogni istituzione sovranazionale priva di qualsiasi legittimazione democratica e resa nel contempo indipendente dai Paesi che la compongono.
Cerco di essere più chiaro: le istituzioni internazionali sono formate da Stati; nel corso degli anni, con l’obbiettivo di garantire la loro indipendenza dai singoli interessi nazionali, si è data loro una capacità di agire progressivamente sempre più ampia e priva di vincoli. Apparentemente, garantire l’indipendenza e la libertà di azione di un’istituzione internazionale è una cosa positiva… tuttavia, il positivo diventa negativo quando proprio quell’indipendenza permette poi all’istituzione di intervenire, più o meno senza vincoli, sulle politiche economiche – e per estensione, sociali – dei singoli Stati.
Quando a tenere i ‘cordoni della borsa’ di una buona parte delle Nazioni del mondo – specie quelle in crisi o in via di sviluppo, sono certe organizzazioni internazionali, il risultato è prevedibile: non siamo di fronte a ‘benefattori’, non si prestano soldi ad un Paese in difficoltà, così, semplicemente, dicendogli: ti presto soldi per permetterti di rialzarti, quando stai messo meglio me li restituisci.
La questione è più complicata: le istituzioni prestano soldi, ma in cambio impongono vincoli – le cosiddette ‘riforme strutturali’ – che di fatto condizionano pesantemente le politiche economiche dei Paesi creditori.
In questo modo, in sintesi, le organizzazioni internazionali intervengono sui programmi di Governo dei Paesi creditori; di conseguenza, una buona parte del voto democratico in questi Paesi viene privato di effetti: il cittadino vota un programma di Governo, ma poi quel programma potrebbe non essere rispettato, a causa delle misure imposte dall’alto.

 

IL CASO GRECO

La questione greca è a questo punto dirimente; attenzione, per chi non lo sapesse, l’economia greca non sta messa così male: è anzi ricominciata a crescere, trainata da settori storici come turismo e marina mercantile; le cose in Grecia dallo scorso anno hanno ricominciando a ‘girare’…
Certo, le casse statali non sono ancora messe bene.
La Grecia è come un lavoratore, in possesso di tutte le capacità di produrre un reddito adeguato alle proprie esigenze, che però si è messo nei guai, indebitandosi fino al collo per vivere al di sopra delle proprie possibilità; il problema è che i suoi creditori si sono rivelati degli strozzini, che invece di puntare sulle capacità del lavoratore di ripagare i propri debiti, gli ha già spezzato un braccio (con l’austerity) e ora minaccia di spezzargli pure l’altro (con le ulteriori richieste riguardanti tasse e pensioni). Chiaro che se il lavoratore si ritrova con entrambe le brazzia spezzate, non potrà certo continuare a lavorare, dovendosi indebitare ancora di più per poter campare.

E’ qui che sta il punto: se la funzione di un’organizzazione è prestare soldi, nel momento in cui i propri creditori diventano solvibili, la sua stessa ragion d’essere viene meno, quindi: le istituzioni creditrici non hanno alcun interesse a che le condizioni economiche dei Paesi debitori migliorino di quel tanto da non aver più bisogno di loro.

Il Governo Tsipras in fondo propone questo: dateci più tempo per pagare i debiti, magari riducetecelo il debito (in fondo, se avete prestato soldi a chi non era in grado di restituirli – e voi lo sapevate – è pure colpa vostra); i creditori internazionali invece sono arrivati a proporgli di dargli altri soldi subito, aumentando così il debito e vincolando sempre di più la Grecia alle politiche imposte dall’esterno: politiche all’insegna dell’ultraliberismo: mercato del lavoro – più o meno – deregolamentato, estensione dell’età lavorativa, riduzione delle pensioni e in generale ridimensionamento dell’intero apparato statale.

Ovviamente i cittadini greci hanno le loro colpe per questa situazione, avendo votato Governi fraudolenti, facendosi abbagliare dal ‘miraggio’ del benessere portato dalle Olimpiadi del 2004 (divenute poi la principale origine del buco nero del debito pubblico), portando avanti comportamenti discutibili (come la diffusissima evasione fiscale); tuttavia, c’è da dire:

1) Che istituzioni internazionali e banche dei singoli Paesi hanno prestato soldi alla Grecia ben sapendo le sue condizioni; se io so che un mio possibile creditore è insolvente, non gli presto i soldi.

2) Che la Grecia poteva essere salvata prima; non lo si è affatto per l’ottusa opposizione della Germania e dei Paesi nordici sempre pronti a fare la faccia cattiva, ritenendosi eticamente, moralmente e forse anche geneticamente agli europei del sud (italiani, greci, spagnoli, etc…) visti sempre e comunque come fannulloni.

3) Che le poltiche di Austerity hanno generato depressione, disoccupazione e crollo dell’economia ovunque siano state applicate: Grecia, Italia, Spagna, etc…

Ho l’impressione che la situazione della Grecia sia stata in buona parte voluta, permettendo alle cosiddette ‘istituzioni internazionali’ di aggiungere un nuovo creditore alla propria collezione, e dunque una nuova Nazione alla quale imporre forzatamente le proprie politiche economiche;
si è agito pensando che nella migliore delle ipotesi si sarebbero avuti i soldi indietro; nella peggiore si sarebbe ridotta la Grecia ad un proprio vassallo, obbligato a seguire la propria visione del mondo e le proprie politiche.

 

IL CASO ITALIANO

Per l’Italia è andata in modo un filo diverso: in pratica non c’è stato un Governo democraticamente eletto che poi ha dovuto eseguire le direttive delle organizzazioni internazionali; con noi si è fatto addirittura un passo in avanti, creando ben tre Governi di seguito privi di legittimazione elettorale, diretti referenti delle suddette organizzazioni; il risultato è stato comunque il medesimo: imporre in Italia l’applicazione di certe ricette economiche a prescindere dalla volotà popolare.

 

IL CASO ISLANDESE (E QUELLO GRECO)

L’unico Paese che al momento avuto il coraggio di mandare a quel Paese (gioco di parole voluto) questo sistema è stato l’Islanda, che a un certo punto si è rifiutata di pagare il proprio debito, è uscita dal sistema, e nonostante minacce e pressioni è riuscita a ricostruire la propria economia svincolandola da certe logiche: certo, si tratta di poche centinaia di migliaia di persone; per il ‘sistema’ nulla di preoccupante… se però a rompere il circuito fosse la Grecia – 10 milioni di persone, la questione diventerebbe ‘seria’: il ‘sistema’ non può permettersi che la Grecia mandi tutto all’aria, confermando magari che una democrazia priva di vincoli finanziari con organizzazioni non democratiche è ancora possibile… Insomma: la paura non è che la Grecia esca da certe logiche, la paura è che uscendone abbia successo.

 

IN FINALE

Ci sono economie ‘sane’ e in grado di crescere che vivono sotto il macigno di condizionamenti esterni: il mondo è pieno di economie in grado di applicare una propria strada per lo sviluppo che, a causa del debito con certe istituzioni, si trovano costrette ad applicare ricette economiche – e ribadisco di conseguenza – sociali, imposte dall’esterno.
L’economia di ogni singola nazione si basa su determinati contesti socio – culturali: nei casi di crisi, ognuna deve trovare la propria strada: come in ogni altro ambito, la differenza arricchisce, l’omologazione appiattisce ed impoverisce.

La presenza di ‘istituzioni internazionali’ che prestano soldi ai Paesi in difficoltà in linea di principo non sarebbe un male, anzi, si tratterebbe di strumenti eccezionalmente positivi, se solo si trattasse di beneficenza disinteressata, o di prestiti che scommettessero realmente sullo sviluppo e le capacità di crescere delle singole nazioni.
Il problema nasce nel momento in cui in cambio del prestito, si pretende di decidere la politica economica e sociale di una Nazione: usando i debiti come arma ricattatoria per omologare le politiche economiche a livello mondiale; in quel caso allora, meglio che determinate istituzioni cessino di esistere.

L’impressione è che purtroppo così non sarà, e che sempre più spesso avremo a che fare con situazioni un cui le scelte sono sempre più vincolate e in cui la democrazia diverrà sempre più un feticcio, un’apparenza, un ‘diversivo’, dato ai cittadini per illuderli di avere voce in capitolo su ciò che in realtà è deciso altrove.

CONTRO L’EUROPA PER UNA NUOVA EUROPA

Per una volta, ha ragione Renzi: quello che si giocherà nelle urne domenica è un derby; non però, come dice il Presidente del Consiglio, tra la ‘speranza’ e la ‘rabbia’, ma tra lo status quo e il cambiamento.

E’ sotto gli occhi di tutti che l’Europa così com’è non funziona: quasi tutte le decisioni prese dall’adozione dell’euro in poi sono state sbagliate. L’Europa è già nata male oltre 50 anni fa, fondata più sulle ragioni economiche che su quelle culturali e sociali, ma negli ultimi 15 – 20 anni abbiamo assistito al totale sfacelo.

Un’Europa priva di identità, con istituzioni deboli, in cui quando arriva il momento delle decisioni tutto si riduce a scontri e prove di forza tra Stati; un’Europa che invece di essere costituita da Nazioni ‘prime tra pari’, vive puntualmente all’insegna della ‘legge del più forte’, in base alla quale alcuni Stati si comportano né più né meno che come bulli dalle tendenze anche un filo dittatoriali, pretendendo che tutti si accodino alle proprie convinzioni (il modo in cui la Germania ha letteralmente umiliato la Grecia è stato squallido e miserevole).

Un’Europa che si è data una ‘moneta unica’ in modo surrettizio e frettoloso, senza nulla chiedere ai cittadini, della quale ha beneficiato soprattutto la Germania, senza che ci fossero istituzioni bancarie e finanziarie, normative fiscali (e aggiungiamoci quelle in tema di lavoro) comuni e strutture politiche funzionanti; un’Europa che conta praticamente nulla sullo scacchiere internazionale, procedendo puntualmente in ordine sparso, in cui le singole nazioni tendono a fregarsi a vicenda (come nel caso libico) e comunque priva dei più elementari principi di solidarietà al proprio interno: quando ci sono benefici, li si deve mettere in comune, se però c’è qualche problema, ogni Stato deve fare da se.

Un’Europa in cui la ‘solidarietà’ viene tirata fuori quasi solo per mettere dei paletti alle produzioni locali, con aberrazioni come le quote latte et similia, aprendo le porte a  prodotti di dubbia provenienza.

Un’Europa in cui, con la scusa della ‘tutela dei risparmiatori’ si sono dati soldi a palate alle banche, risorse delle quali l’economia reale ha visto ben poco, ma che permettono ai banchieri di continuare a giocare al casinò.

Questo è il risultato del grande ‘sogno europeo’ oggi, 2014. La soluzione non è la fine dell’Europa: lo ‘stare insieme’ è ormai motivato da ragioni di mera sopravvivenza di fronte ai ‘colossi’ americano, russo, cinese e più in avanti brasiliano, indiano e chissà quanti altri ancora; è però necessario un cambiamento radicale di prospettiva; perché questo avvenga però, indispensabile non lasciare il volante nelle mani dei responsabili, quelli che ci hanno portato dove siamo ora.

I colpevoli sono naturalmente i due blocchi che da sempre ‘gestiscono’ le questioni europee: il PPE e il PSE, con l’aggiunta dei ‘centristi’di ALDE transfughi dei due gruppi. Loro i colpevoli, loro devono subire le conseguenze; il PPE su tutti, con la sua gestione dell’UE degli ultimi anni, a ruota seguito dal PSE che non può fare certo finta di essere appena sceso da Marte. Non possono dire: ci siamo sbagliati, faremo meglio la prossima volta; qui siamo di fronte a decine di migliaia di cittadini greci mandati sul lastrico, e milioni di disoccupati in giro per l’Europa; se la ragione dello ‘stare insieme’ era proprio quella di rendersi ‘indipendenti da ciò che succedeva oltreoceano, beh, l’obbiettivo è miseramente fallito: la crisi finanziaria USA si è immediatamente trasmessa all’Europa, trasformandosi rapidamente in crisi reale; e adesso hanno il coraggio di venirci a dire che bisogna rivotare per loro?

Votare, o rivotate, quei partiti che a livello nazionale si riconoscono in quei tre gruppi, significa voler continuare ad avere l’Europa che abbiamo avuto fino ad oggi: un Europa fatta di bulli e di vittime predestinate, di solidarietà nulla, di coltellate alle spalle, di conventicole sovranazionali prive di qualsiasi legittimazione democratica (le stesse che hanno imposto Monti alla Presidenza del Consiglio e che applaudirono l’elezione di Letta); se l’Europa così com’è vi va bene, benissimo: continuate a votare PPE, PSE, ALDE (ovvero in Italia: Forza Italia, NCD, PD e centristi assortiti), credete pure che la musica possa cambiare solo con facce diverse, ma con lo stesso background politico e culturale.

Se invece pensate che l’Europa debba cambiare, votate altro; mi spingo a dire che non è manco importante chi votiate: ognuno ha le sue idee; io voterò M5S (ne condivido in buona parte il programma, che contiene misure comprensibili e di buon senso: l’unico programma fondato peraltro su punti precisi, mentre quelli degli altri si fondano su dichiarazioni di intenti piuttosto generiche); da romano non potrei mai votare Lega; Fratelli d’Italia non mi convince perché è fatto di gente che per anni è stata pappa e ciccia con Berlusconi; la Lista Tsipras è troppo basata sulle ‘figurine’ – come scrivevo qualche giorno fa – per attirarmi; ma non c’è dubbio che oggi si debba mandare un segnale. Certo, alle brutte PPE, PSE e ALDE faranno una grossa coalizione, magari con Verhofstadt alla guida della Commissione, è molto probabile, ma è essenziale lanciare un segnale: tale almeno da fargliela fare sotto, a coloro che ci hanno portato dove siamo.

Ci vuole un forte segnale di cambiamento: altrimenti, a votare sempre gli stessi, si darà loro l’impressione di essere nel giusto e le cose continueranno ad andare come sono andate finora: un’Europa con istituzioni finte in cui alla fine continua a valere la legge del più forte e dove gli Stati – bulli si permettono di umiliare i più deboli e dove il benessere di pochi si fonda sulla povertà di tanti.  Cambiare è possibile: certo sarà un percorso lungo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare; non votare chi ci ha portato dove siamo ora, sarebbe un buon inizio.

 

IL TRIONFO

Trionfa, dunque il MoVimento Cinque Stelle, quello di Grillo, ‘bruttocattivofascista’ che però guarda caso prende più voti a sinistra che a destra, a dimostrazione che certa gente non c’ha capito niente, a cominciare dall’identificare il MoVimento col suo principale portavoce: quanti ‘geni’ in circolazione, complimenti…

Fini è politicamente morto; Casini in stato vegetativo permanente; Monti non ha ‘sfondato’: gli elettori non sono scemi, il cosiddetto ‘salvataggio’ dell’Italia è stato compiuto colpendo duramente chi con il disastro non c’entrava nulla… Non era certo colpa di pensionati, lavoratori, disoccupati, famiglie, se l’Italia a fine 2011 era ridotta com’era: nulla è stato fatto contro le banche che hanno giocato coi derivati come se fossero in una sala scommesse, nulla è stato fatto contro le stesse banche che davanti ai generosi aiuti della BCE non hanno allargato di un millimetro i cordoni della borsa per imprese e famiglie; nulla è stato fatto contro gli speculatori, i grandi evasori fiscali, gli accumulatori di patrimoni immobiliari: il sig. Monti e i suoi ‘amici’ hanno ‘sparato nel mucchio’, facendo pagare la crisi a chi non c’entrava nulla: ribadisco, gli italiani non sono cretini, e probabilmente per Monti ha votato solo quel 10 per cento che è rimasto immune dalle sue misure di austerità.

La banda di disastrati che pur di ottenere un seggio e continuare a campare alle spalle degli italiani dopo essere stati più volte in Parlamento e non aver concluso nulla, nascondendosi stavolta dietro la ‘figurina’ di Ingroia, è stata quasi del tutto ignorata; non meglio se l’è passata SEL, con un risultato modesto, venendo sconfitta anche nella Puglia del Governatore Vendola, a dimostrazione che la sua vittoria era stata solo il risultato della divisione del centrodestra.

Male la Lega, giustamente punita perché passata dal ritorno all’impeto dei primi tempi al ritorno in buon ordine assieme a Berlusconi; Berlusconi, il quale, detto tra noi, ha perso un vagonata di voti che la metà bastava; il fatto è che partiva praticamente da zero… E poi, per finire, il PD, che ancora una volta non c’ha capito un cavolo; a dicembre era lo scontato vincitore, poi errori su errori, a cominciare da una comunicazione incerta, un modo di porsi grigio, ma un’idea chiara: ma si può descrivere un programma di Governo, bofonchiando frasi come ‘un pò di lavoro’, ‘un pò di investimenti’, ‘un pò di quello, un pò di quell’altro’… Stavolta però la base e gli elettori hanno ben poco di cui lamentarsi, visto che Bersani se lo sono scelti loro… Il PD evita se non altro la beffa di venire sconfitto alla Camera.

Il MoVimento Cinque Stelle è il primo partito: non è solo protesta, non è populismo; è il votare gente nuova, normale, che parla un linguaggio comprensibile (anche se adesso sembra che esprimere pochi e chiari concetti sia ‘populismo’ e ‘demagogia’), gente normale, preparata, che ha studiato e lavorato, che non entra in Parlamento per ripararsi dai propri guai giudiziari o dopo aver ricoperto incarichi a ripetizione nei Governi locali. Il trionfo del MoVimento Cinque Stelle inchioderà probabilmente PD e PDL alle proprie responsabilità: sulla spinta dell’andamento negativo dei mercati, in tempi ragionevolmente brevi nascerà un Governo ‘politico’ alla cui guida ci sarà un ‘tecnico’ o forse un politico gradito a entrambi.  PDL e PD si troveranno nuovamente insieme, ma stavolta anziché nascondersi dietro a Monti, dovranno ‘maturare’ e prendersi le proprie responsabilità; verrà approvata una serie di provvedimenti,  a partire da una nuova legge elettorale; onde non perdere completamente la faccia, saranno probabilmente costretti ad approvare provvedimenti ‘spinti’ dal MoVimento Cinque Stelle, come la riduzione degli stipendi dei parlamentari e del finanziamento pubblico ai partiti, la legge anticorruzione  e (forse), quella sul conflitto d’interessi; forse sarebbe il caso di andare in Europa e lanciare una discussione seria su come riformare il meccanismo di istituzioni che hanno dimostrato ampiamente di non funzionare.

La questione fondamentale è però una: la probabile ‘Grande Coalizione’ deve mettersi in testa di usare il tempo (poco, 12 – 18 mesi) a disposizione per approvare leggi e provvedimenti ‘utili’ che non abbiano come unico scopo quello di depotenziare il MoVimento Cinque Stelle: se PDL e PD impiegassero i prossimi mesi a scervellarsi su come ‘ammazzare’ Grillo, ho l’impressione che al prossimo giro il MoVimento avrà il 40 per cento e passa di voti.

Credo che oggi sia un buon giorno per l’Italia: perché la vittoria di Grillo segna l’entrata di aria nuova in Parlamento, e perché questo risultato costringerà anche i partiti ‘tradizionali’ a rinnovarsi sul serio, anziché fare finta com’è successo fino ad ora, pensando che gli italiani siano sempre disposti a farsi prendere in giro; e se la borsa crolla e lo spread esplode, è anche il caso di cominciare a pensare che forse la democrazia è un pò più importante della finanza e della speculazione e non esiste che certi ‘poteri’ possano imporre i loro ‘desiderata’ a popoli che eleggono liberamente i loro Governanti: in quanto a sospensione delle libertà democratiche abbiamo già dato col Governo Monti: adesso basta.