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CUMBO, “CUMBO” (FARMSTUDIOFACTORY / AUDIOGLOBE)

Non è mai troppo tardi per dare voce alle proprie aspirazioni: umbro di Città di Castello, classe 1966, Stefano Cumbo ha scelto di rendere più ‘solida’ quella fino a quel momento era stata una semplice passione, peraltro in un momento per nulla facile, in piena crisi economica. Dopo aver rielaborato brani di Dylan e Cohen e i primi pezzi scritti di suo pugno, ecco il traguardo del primo disco solista, assemblato assieme a Nicola Matteaggi e Matteo Carbone e col contributo di Paolo Benvegnù in sede di registrazione.

Nove pezzi all’insegna di un cantautorato se vogliamo abbastanza ‘consueto’, che risente dell’influenza della nobile tradizione italiana del genere; introspezione, osservazione della realtà, dominata dai ‘Furbi’ (citando una poesia di Bukowsky) cui si contrappongono i pochi ‘Arditi’; dediche letterarie – ad ‘Emil’ (Cioran) – e a personaggi di cronaca, Angelo Vassallo, sindaco di Pollica ucciso dalla criminalità organizzata; una stilettata contro la tecnologia sempre più invasiva e – spesso – inutile.

Insieme sonoro anch’esso abbastanza tipico: piano, archi e fiati ad accostarsi ai canonici chitarra – basso – batteria, per brani di volta in volta orientati ad un pop di classe, a qualche scabrosità rock, impressioni jazzistiche; un cantato che può ricordare quello di Federico Fiumani dei Diaframma, espresso in modi spesso eleganti, non privi di accenti sarcastici, di parentesi malinconiche o momenti più sferzanti.

Il disco d’esordio di Cumbo nel complesso può convincere, anche se qua e là dà l’idea di una ‘perfezione’ un filo troppo ricercata; una ‘compostezza’ di modi e di toni rispetto alla quale ci si lascia andare solo episodicamente, forse rischiando di perdere di immediatezza.

Potete ascoltare qui.

MULHOLLAND DRIVE, “LA MISURA DELL’EQUILIBRIO” (PAGINA3/FARMSTUDIO FACTORY / AUDIOGLOBE)

Nati un paio di anni fa, gli umbri Mulholland Drive tagliano il traguardo del primo lavoro da studio, fregiandosi della collaborazioni, tra gli altri, di Paolo Benvegnù.
Il quartetto mescola una spiccata indole cantautorale (le parole appaiono sempre avere un certo risalto rispetto ai suoni) a sonorità rock cui certe frequenti abrasioni conferiscono non di rado tinte indie, con qualche accento new wave; non viene comunque tralasciato il lato melodico della questione, che anzi viene sempre cercato con una certa insistenza. L’insieme strumentale è abbastanza classico: ai canonici chitarra-basso e batteria si affiancano le presenze del piano e di qualche effetto ‘d’ambiente’, altrettanto consuete per queste occasioni, con funzione di ‘riempimento’ e di ‘arricchimento emotivo’.

“La misura dell’equilibrio”, dice il titolo: equilibrio rispetto ad una realtà che non piace: conflitto con un mondo circostante in cui una società all’insegna del ‘controllo’, sembra tirare fuori il peggio delle persone; conflitto non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno: non si sta bene con gli altri, ma forse nemmeno con sé stessi.
La soluzione allora, è la ‘fuga’, o meglio, la ricerca di momenti di ‘astrazione’: parentesi di autentica comunione con la natura, fughe nei sentimenti, vissuti o anche solo ‘ricordati’, scappatoie nell’immaginazione, in territori onirici: non a caso sia il titolo del disco che quello di uno dei pezzi omaggiano David Lynch, il cui cinema si svolge costantemente in territori indistinti a cavallo tra realtà, sogno immaginazione.
Un esordio che può convincere, pur con qualche limite e l’impressione che la band debba ancora focalizzare del tutto il proprio stile.

Chi vuole, può ascoltare qui.