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ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERNAZIONALI: IL MALE ASSOLUTO

A prescindere da come andrà a finire la vicenda greca, credo che ormai non si possa più tacere il fatto che oggi, a livello mondiale, il ‘Male Assoluto’ sia rappresentato dalle cosiddette ‘istituzioni finanziarie internazionali’: alla fine, negli ultimi anni hanno fatto più danni loro che l’ISIS: certo l’ISIS ha fatto scorrere sangue e distrutto monumenti, ma le ‘istituzioni’ con le loro politiche hanno portato alla distruzione delle vite di milioni di persone.

 

IL PESO MONDIALE DELLA NON – DEMOCRAZIA

Il problema è quello insito in ogni istituzione sovranazionale priva di qualsiasi legittimazione democratica e resa nel contempo indipendente dai Paesi che la compongono.
Cerco di essere più chiaro: le istituzioni internazionali sono formate da Stati; nel corso degli anni, con l’obbiettivo di garantire la loro indipendenza dai singoli interessi nazionali, si è data loro una capacità di agire progressivamente sempre più ampia e priva di vincoli. Apparentemente, garantire l’indipendenza e la libertà di azione di un’istituzione internazionale è una cosa positiva… tuttavia, il positivo diventa negativo quando proprio quell’indipendenza permette poi all’istituzione di intervenire, più o meno senza vincoli, sulle politiche economiche – e per estensione, sociali – dei singoli Stati.
Quando a tenere i ‘cordoni della borsa’ di una buona parte delle Nazioni del mondo – specie quelle in crisi o in via di sviluppo, sono certe organizzazioni internazionali, il risultato è prevedibile: non siamo di fronte a ‘benefattori’, non si prestano soldi ad un Paese in difficoltà, così, semplicemente, dicendogli: ti presto soldi per permetterti di rialzarti, quando stai messo meglio me li restituisci.
La questione è più complicata: le istituzioni prestano soldi, ma in cambio impongono vincoli – le cosiddette ‘riforme strutturali’ – che di fatto condizionano pesantemente le politiche economiche dei Paesi creditori.
In questo modo, in sintesi, le organizzazioni internazionali intervengono sui programmi di Governo dei Paesi creditori; di conseguenza, una buona parte del voto democratico in questi Paesi viene privato di effetti: il cittadino vota un programma di Governo, ma poi quel programma potrebbe non essere rispettato, a causa delle misure imposte dall’alto.

 

IL CASO GRECO

La questione greca è a questo punto dirimente; attenzione, per chi non lo sapesse, l’economia greca non sta messa così male: è anzi ricominciata a crescere, trainata da settori storici come turismo e marina mercantile; le cose in Grecia dallo scorso anno hanno ricominciando a ‘girare’…
Certo, le casse statali non sono ancora messe bene.
La Grecia è come un lavoratore, in possesso di tutte le capacità di produrre un reddito adeguato alle proprie esigenze, che però si è messo nei guai, indebitandosi fino al collo per vivere al di sopra delle proprie possibilità; il problema è che i suoi creditori si sono rivelati degli strozzini, che invece di puntare sulle capacità del lavoratore di ripagare i propri debiti, gli ha già spezzato un braccio (con l’austerity) e ora minaccia di spezzargli pure l’altro (con le ulteriori richieste riguardanti tasse e pensioni). Chiaro che se il lavoratore si ritrova con entrambe le brazzia spezzate, non potrà certo continuare a lavorare, dovendosi indebitare ancora di più per poter campare.

E’ qui che sta il punto: se la funzione di un’organizzazione è prestare soldi, nel momento in cui i propri creditori diventano solvibili, la sua stessa ragion d’essere viene meno, quindi: le istituzioni creditrici non hanno alcun interesse a che le condizioni economiche dei Paesi debitori migliorino di quel tanto da non aver più bisogno di loro.

Il Governo Tsipras in fondo propone questo: dateci più tempo per pagare i debiti, magari riducetecelo il debito (in fondo, se avete prestato soldi a chi non era in grado di restituirli – e voi lo sapevate – è pure colpa vostra); i creditori internazionali invece sono arrivati a proporgli di dargli altri soldi subito, aumentando così il debito e vincolando sempre di più la Grecia alle politiche imposte dall’esterno: politiche all’insegna dell’ultraliberismo: mercato del lavoro – più o meno – deregolamentato, estensione dell’età lavorativa, riduzione delle pensioni e in generale ridimensionamento dell’intero apparato statale.

Ovviamente i cittadini greci hanno le loro colpe per questa situazione, avendo votato Governi fraudolenti, facendosi abbagliare dal ‘miraggio’ del benessere portato dalle Olimpiadi del 2004 (divenute poi la principale origine del buco nero del debito pubblico), portando avanti comportamenti discutibili (come la diffusissima evasione fiscale); tuttavia, c’è da dire:

1) Che istituzioni internazionali e banche dei singoli Paesi hanno prestato soldi alla Grecia ben sapendo le sue condizioni; se io so che un mio possibile creditore è insolvente, non gli presto i soldi.

2) Che la Grecia poteva essere salvata prima; non lo si è affatto per l’ottusa opposizione della Germania e dei Paesi nordici sempre pronti a fare la faccia cattiva, ritenendosi eticamente, moralmente e forse anche geneticamente agli europei del sud (italiani, greci, spagnoli, etc…) visti sempre e comunque come fannulloni.

3) Che le poltiche di Austerity hanno generato depressione, disoccupazione e crollo dell’economia ovunque siano state applicate: Grecia, Italia, Spagna, etc…

Ho l’impressione che la situazione della Grecia sia stata in buona parte voluta, permettendo alle cosiddette ‘istituzioni internazionali’ di aggiungere un nuovo creditore alla propria collezione, e dunque una nuova Nazione alla quale imporre forzatamente le proprie politiche economiche;
si è agito pensando che nella migliore delle ipotesi si sarebbero avuti i soldi indietro; nella peggiore si sarebbe ridotta la Grecia ad un proprio vassallo, obbligato a seguire la propria visione del mondo e le proprie politiche.

 

IL CASO ITALIANO

Per l’Italia è andata in modo un filo diverso: in pratica non c’è stato un Governo democraticamente eletto che poi ha dovuto eseguire le direttive delle organizzazioni internazionali; con noi si è fatto addirittura un passo in avanti, creando ben tre Governi di seguito privi di legittimazione elettorale, diretti referenti delle suddette organizzazioni; il risultato è stato comunque il medesimo: imporre in Italia l’applicazione di certe ricette economiche a prescindere dalla volotà popolare.

 

IL CASO ISLANDESE (E QUELLO GRECO)

L’unico Paese che al momento avuto il coraggio di mandare a quel Paese (gioco di parole voluto) questo sistema è stato l’Islanda, che a un certo punto si è rifiutata di pagare il proprio debito, è uscita dal sistema, e nonostante minacce e pressioni è riuscita a ricostruire la propria economia svincolandola da certe logiche: certo, si tratta di poche centinaia di migliaia di persone; per il ‘sistema’ nulla di preoccupante… se però a rompere il circuito fosse la Grecia – 10 milioni di persone, la questione diventerebbe ‘seria’: il ‘sistema’ non può permettersi che la Grecia mandi tutto all’aria, confermando magari che una democrazia priva di vincoli finanziari con organizzazioni non democratiche è ancora possibile… Insomma: la paura non è che la Grecia esca da certe logiche, la paura è che uscendone abbia successo.

 

IN FINALE

Ci sono economie ‘sane’ e in grado di crescere che vivono sotto il macigno di condizionamenti esterni: il mondo è pieno di economie in grado di applicare una propria strada per lo sviluppo che, a causa del debito con certe istituzioni, si trovano costrette ad applicare ricette economiche – e ribadisco di conseguenza – sociali, imposte dall’esterno.
L’economia di ogni singola nazione si basa su determinati contesti socio – culturali: nei casi di crisi, ognuna deve trovare la propria strada: come in ogni altro ambito, la differenza arricchisce, l’omologazione appiattisce ed impoverisce.

La presenza di ‘istituzioni internazionali’ che prestano soldi ai Paesi in difficoltà in linea di principo non sarebbe un male, anzi, si tratterebbe di strumenti eccezionalmente positivi, se solo si trattasse di beneficenza disinteressata, o di prestiti che scommettessero realmente sullo sviluppo e le capacità di crescere delle singole nazioni.
Il problema nasce nel momento in cui in cambio del prestito, si pretende di decidere la politica economica e sociale di una Nazione: usando i debiti come arma ricattatoria per omologare le politiche economiche a livello mondiale; in quel caso allora, meglio che determinate istituzioni cessino di esistere.

L’impressione è che purtroppo così non sarà, e che sempre più spesso avremo a che fare con situazioni un cui le scelte sono sempre più vincolate e in cui la democrazia diverrà sempre più un feticcio, un’apparenza, un ‘diversivo’, dato ai cittadini per illuderli di avere voce in capitolo su ciò che in realtà è deciso altrove.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLE TASSE IN ITALIA

Come tanti altri temi, anche quello delle tasse in Italia è spesso mal posto, volutamente, tra l’altro… come ho scritto altre volte, l’onestà intellettuale non appartiene alla classe politica italiana ed è forse merce rara tra gli stessi italiani, ma in fondo probabilmente lo stesso discorso è valido anche altrove… Si dice spesso che ‘in Italia si pagano troppe tasse’… Non si spiega mai ‘troppe’ rispetto a cosa: in genere si intende ‘troppe rispetto al reddito’, ed è vero: in Italia una bella percentuale del reddito delle persone viene assorbito dalle tasse, il reddito disponibile diminuisce, i consumi si contraggono, la raccolta fiscale si riduce e di conseguenza si devono innalzare ulteriormente le tasse: è un circolo vizioso nel quale sono caduti sia il Governo Monti, sia, temo, anche il Governo Letta.

Tuttavia il problema è un altro: le tasse devono essere paragonate non tanto al reddito disponibile, quanto ai servizi che si ricevono in cambio, e questo lo dicono in pochi… Quando Padoa Schioppa disse: ‘pagare le tasse è bellissimo’, usò un’espressione infelice per esprimere un concetto giustissimo: pagare le tasse significa contribuire  a rendere disponibili quei ‘servizi’ cui i singoli cittadini, specie i meno abbienti, difficilmente, potrebbero accedere. Il problema nasce quando il ‘cittadino comune’, comincia a notare che le tasse pagate non producono servizi efficienti, o peggio vengono usate per ‘fare altro’; e in Italia, purtroppo, il nodo è proprio questo. Abbiamo una tassazione da Paese scandinavo con servizi da Terzo Mondo… escludiamo il sistema sanitario, che tutto sommato funziona; ma il resto? Diamo ogni anno badilate di soldi ai Comuni, e in cambio (almeno a Roma), otteniamo marciapiedi sporchi, strade piene di buche, asili nido inaccessibili, mezzi pubblici che passano ‘quando gli va’, e che in genere sono strapieni; non parliamo poi del trasporto pubblico per i pendolari… Aggiungerei un dato poco considerato: i cittadini romani sono costretti a ‘farla’ prima di uscire di casa, perché questa città è perlopiù priva di ‘bagni pubblici’: nella città dove sono stati inventati i ‘vespasiani’, se a uno gli ‘scappa’, deve tenersela, o magari pagare una consumazione al bar per poter usufruire del bagno… Temi ‘locali’, ma che si ripetono spesso su tutto il territorio e diventano nazionali;  e passiamo al nazionale: il sistema sanitario nazionale funziona, ma lascia scoperte grandi fasce di persone ‘svantaggiate’… pensiamo solo a chi è colpito dalle cosiddette malattie ‘rare’ o fortemente invalidanti come la SLA… Spesso chi ha un malato, o semplicemente un anziano fortemente invalidato a casa, deve arrangiarsi… Parliamo delle pensioni: a fronte di persone che devono cavarsela con 300 euro al mese, c’è chi di euro al mese ne becca 30.000 e passa, magari solo per aver occupato una scrivania; parliamo degli ammortizzatori sociali: se perdi il lavoro, meglio che accendi un cero… se il lavoro lo cerchi la prima volta, mettiti l’anima in pace perché lo Stato non ti aiuterà mai… Guardiamo il prelievo fiscale in Italia, guardiamo i Paesi dove il prelievo è analogo,confrontiamo la qualità dei servizi.. e poi traiamo le conclusioni.

C’è da stupirsi se poi gli italiani odiano il fisco e se vanno appresso al primo che gli promette di ridurre le tasse, non importa quali siano le conseguenze? Non credo… io stesso (che poi a ben vedere non sto messo ‘così male’), mi sto convincendo che al prossimo giro voterò per chiunque mi prometterà una riduzione fiscale… anche perché, diciamocela tutta, è vero che l’importante è mettere insieme pranzo e cena e avere un tetto, ma un’economia avanzata vive e dà lavoro anche coi consumi culturali (musei, cinema, librerie) o ricreativi (ristoranti, vacanze): un’economia ridotta alla sussistenza dall’austerity non va da nessuna parte.

Si dice che in Italia il problema è l’evasione: mah… oddio, è vero che in Italia si evadono le tasse, anche se a ben vedere la situazione sta peggiorando, perché all’evasione dei ‘furbi’ si aggiunge quella ‘per necessità’; è vero che forse in Italia c’è poco ‘senso dello Stato’, retaggio di un Paese che ha nel Comune la sua unità amministrativa storica, ma allora la soluzione è decentrare il più possibile la tassazione: del resto, più la tassazione viene gestita a livello territoriale, più è possibile individuare l’evasione… Negli ultimi anni invece il Governo centrale ha cominciato a tenere per se quote crescenti delle tasse destinate agli enti locali (leggi: IMU), i quali naturalmente invece di ridurre le spese, hanno pensato bene di aumentare le tasse locali, via più semplice e comoda… E’ vero che in Italia si evade tanto, ma riuscire a ricondurre quell’evasione nella legalità è difficile e complicato: spesso si pensa all’evasore medio come uno che semplicemente non compila l’UNICO o ignora le scadenze… In realtà, le cose stanno diversamente: l’evasore tipico è una persona che gode degli strumenti legali e finanziari per poter frodare il fisco, che magari intesta case, barche e quant’altro a società con sede nei paradisi fiscali… valli a cercà, buona fortuna; certo che se poi gli evasori li trovi, ma gli fai lo sconto, come ha fatto il Governo Letta nel caso dei gestori fraudolenti delle slot machine, riducendo la multa da 2,5 miliardi a 600 milioni di euro, viene da chiedersi se poi quella di combattere l’evasione si una volontà reale o solo uno slogan…

L’unica strada percorribile è quella di rivedere la spesa pubblica: si dice che 800 miliardi sono troppi, ma il problema è che non sono troppi, semplicemente, sono mal spesi: basterebbe mantenere la stessa spesa pubblica spostando le risorse, a cominciare dalle pensioni minime, dai fondi per la non autosufficienza e da un ‘reddito di cittadinanza’ attentamente modulato… C’è la volontà politica di farlo? No. La spesa pubblica italiana è alta perché la gestione delle risorse pubbliche è uno straordinario strumento di potere politico. Attraverso la spesa pubblica si possono ‘premiare’ gli amici e ‘punire’ i nemici, dare soldi a chi ti ha sostenuto in campagna elettorale e toglierli a chi ti si è schierato contro. Non parliamo poi delle ‘società partecipate’ degli enti locali, ‘mostri giuridici’ , doppioni delle amministrazioni locali, creati solo per dare poltrone a parenti e amici.Non parliamo delle società che gestiscono i servizi locali, anch’esse usate per dare lavoro a parenti e amici. Non parliamo della spesa dei partiti a livello locale (la cronaca ci dice che le ruberie sono lungi dall’essere finite, come dimostrano i recenti casi di Emilia Romagna e Liguria). Non parliamo dei soldi usati per garantire la sopravvivenza a giornali che non legge nessuno… Sono tutti esempi di spesa pubblica improduttiva e  ‘politica’. Poi magari riduciamo i posti negli asili, perché ‘non ci sono i soldi’.

C’è da meravigliarsi, dunque, se in Italia la gente ha poco senso dello Stato e odia il fisco, sentendolo come ‘vessatorio’? La colpa non è dello stereotipo dell’italiano ‘furbetto’… gli italiani ‘onesti’, ‘furbetti’ lo diventano per autodifesa, fermo restando che la stragrande maggioranza dei cittadini, lavoratori dipendenti e pensionati, le tasse non le potrebbero evadere manco volendo… e allora giù, a fare i conti ogni anno col bilancino, mentre lo Stato dà soldi a giornali che non arrivano mai in edicola, condona le multe sulle slot machine illegali e si permette il lusso di spendere soldi per caccia militari che resteranno ad arrugginire negli hangar…