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K-CONJOG, “DASEIN” (ABANDON BUILDING RECORDS)

Costruire un disco partendo dal filosofo Martin Heidegger denota, se non altro, una certa dose di coraggio… attenzione, non che Fabrizio Somma, alias K-Conjog, scelga di enucleare nel suo disco le idee dell’autore di ‘Essere e tempo’: l’idea è piuttosto un ‘filo conduttore ideale’ che resta in gran parte nella testa dell’autore e che forse l’ha guidato nella realizzazione del lavoro, la cui unica traccia evidente alla fine resta nel titolo, “Dasein” (ovvero l’esistenza, concetto centrale della filosofia heideggeriana)…

Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, non vi siete stufati o non siete stati presi dall’impulso irresistibile di andarvi a rileggere Heidegger (lettura più impegnativa e stimolante di questa recensione), vi interesserà sapere che “Dasein”, è il quarto lavoro di Somma / K-Conjog, che rinnova la collaborazione dell’autore con l’etichetta americana Abandon Buildings.

Le dodici tracce (sette a comporre il ‘nocciolo’ del disco, cui si aggiungono cinque remix), completamente strumentali (eccetto che per qualche episodico vocalizzo e per la traccia conclusiva, l’unica ad avere un testo cantato) che compongono Dasein vanno ad assemblare un lavoro che si addentra negli ampi spazi dell’elettronica in salsa ambient, riportando un campionario abbastanza consueto delle varie declinazioni del genere: da episodi in cui predomina la rarefazione a composizioni che riflettono l’ispirazione ‘classica’ dell’impressionismo à la Erik Satie, da capitoli all’insegna del minimalismo a parentesi dalla forte connotazione ‘cinematografica’.

Un Ep per numero di brani, ma la cui lunga durata gli fa assumere tutti i crimi di un vero e proprio full length, nel corso del quale tappeti ed effetti elettronici che offrono la classica sensazione eterea, attenuando il rischio di sfociare in composizione fin troppo monolitiche, anche attraverso l’utilizzo di piano e di archi (questi ultimi curati da Nicola Manzan, sempre più autentico jolly della scena indipendente italica quando si tratta di impugnare l’archetto).

Il risultato è un lavoro indicato per gli appassionati, ma che potrà risultare gradito (magari se preso a piccole dose) anche a chi, pur non frequentando assiduamente il genere, è disposto a sperimentare nuovi territori sonori.