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RIGO, “CASH MACHINE” (NEW MODEL LABEL)

Antonio ‘Rigo’ Righetti calca i palchi italiani da ormai un quarto di secolo: dai Rocking Chairs ai Gang fino ai megaconcerti di Ligabue a Campovolo: ‘una vita da mediano’, citando il rocker di Reggio Emilia: di quelli che hanno messo il proprio mestiere al servizio della ‘squadra’ restando lontano dalla luce dei riflettori.

Ogni tanto però anche chi non ha raggiunto i vertici della fama  ha l’occasione di ‘dire la sua’: ‘Rigo’ lo fa in queste undici tracce, in cui imbraccia l’acustica – e occasionalmente il basso, sua più recente ‘passionaccia’, (cui sono dedicati due strumentali) – dando vita ad un lavoro saldamente nella tradizione rock / blues d’oltreoceano: da Dylan a Waits, da Cash a Springsteen.

Un lavoro profondamente intimo, in cui Righetti parla di sé, del suo amore per la musica fuori da ogni logica commerciale, con omaggi a figure importanti, a cominciare da quella del padre, senza dimenticare l’amore.

Accompagnato da Mel Previte e Roby Pellati, sodali di una vita, con la partecipazione di ‘Don’ Antonio Gramentieri, altra figura di spicco della chitarra italiana, ‘Rigo’ Righetti inanella rock, blues, country, parentesi a tratti ‘esotiche’ con un mandolino che ricorda un ukulele, per un disco in cui, un lembo dei grandi spazi americani si trasfigura in parte nelle nostre grandi pianure: in maniera certo non nuova, ma con grande efficacia.

JOSEPH MARTONE AND THE TRAVELLING SOULS, “GLOWING IN THE DARK” EP (AUTOPRODOTTO)

Joseph Martone e i suoi Travelling Souls hanno cominciato il loro viaggio ormai otto anni fa, saltando da una parte e dall’altra dell’oceano, giungendo nel 2013 all’importante traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza e segnando oggi una nuova tappa discografica del loro cammino.

Una breve sosta, potrebbe dirsi, dato che si tratta di cinque brani, una ventina di minuti la durata complessiva.

Una salda radice folk, variamente declinata: la grande tradizione americana di Dylan, Waits & co. magari quella più volta a tinte crepuscolari; le tendenze più recenti – complice l’utilizzo di archi e fiati – con risultati che possono far venire in mente esperienze come quelle di Owen Pallett e di Beirut; volando di qua dall’oceano, un omaggio alla tradizione napoletana – a Napoli il disco è stato tra l’altro registrato, e italiana è una buona metà di coloro che vi hanno suonato – e per finire una vaga e ricorrente tinteggiatura southern.

Un disco che insomma pur nella sua brevità, offre una certa varietà di stili ed atmosfere, che rendono l’ascolto ‘sveglio’ e discretamente dinamico, in attesa di un nuovo capitolo sulla lunga distanza.

CUMBO, “CUMBO” (FARMSTUDIOFACTORY / AUDIOGLOBE)

Non è mai troppo tardi per dare voce alle proprie aspirazioni: umbro di Città di Castello, classe 1966, Stefano Cumbo ha scelto di rendere più ‘solida’ quella fino a quel momento era stata una semplice passione, peraltro in un momento per nulla facile, in piena crisi economica. Dopo aver rielaborato brani di Dylan e Cohen e i primi pezzi scritti di suo pugno, ecco il traguardo del primo disco solista, assemblato assieme a Nicola Matteaggi e Matteo Carbone e col contributo di Paolo Benvegnù in sede di registrazione.

Nove pezzi all’insegna di un cantautorato se vogliamo abbastanza ‘consueto’, che risente dell’influenza della nobile tradizione italiana del genere; introspezione, osservazione della realtà, dominata dai ‘Furbi’ (citando una poesia di Bukowsky) cui si contrappongono i pochi ‘Arditi’; dediche letterarie – ad ‘Emil’ (Cioran) – e a personaggi di cronaca, Angelo Vassallo, sindaco di Pollica ucciso dalla criminalità organizzata; una stilettata contro la tecnologia sempre più invasiva e – spesso – inutile.

Insieme sonoro anch’esso abbastanza tipico: piano, archi e fiati ad accostarsi ai canonici chitarra – basso – batteria, per brani di volta in volta orientati ad un pop di classe, a qualche scabrosità rock, impressioni jazzistiche; un cantato che può ricordare quello di Federico Fiumani dei Diaframma, espresso in modi spesso eleganti, non privi di accenti sarcastici, di parentesi malinconiche o momenti più sferzanti.

Il disco d’esordio di Cumbo nel complesso può convincere, anche se qua e là dà l’idea di una ‘perfezione’ un filo troppo ricercata; una ‘compostezza’ di modi e di toni rispetto alla quale ci si lascia andare solo episodicamente, forse rischiando di perdere di immediatezza.

Potete ascoltare qui.