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ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

MONOLOGUE, “THE SEA FROM THE TREES” (CHEMICAL TAPES)

Ambient synth drone movements: quando ci si trova di fronte a lavori poco incasellabili, ad esperienze sonore se vogliamo ‘difficili’, o semplicemente lontane dal consueto, a territori musicali ‘di confine’, non resta che affidarsi alla definizione che lo stesso autore dà della propria musica.

Dietro a Monologue si cela, Marie e Le Rose: artefice unica, autrice ed esecutrice di queste cinque composizioni, tutte – ad eccezione della conclusiva, ‘Indya (Caesura)’ senza titolo, contraddistinte solo da una sigla; più che una serie di brani, un flusso che si snoda lungo i circa 43 minuti di durata quasi senza soluzione di continuità che procede col passo lento e la consistenza viscosa di una colata magmatica.

Immaginate uno di quei documentari che si soffermano a lungo su paesaggi a prima vista immutabili, in cui i cambiamenti si succedono in maniera impercettibile; cercare ora di intuire come tutto ciò si possa tradurre nei suoni e forse potrete avere un’idea della proposta di MonoLogue… oppure, più semplicemente, andate al link del progetto e fatevi un’idea…

Lungo lo scorrere placido degli scenari sonori costruiti da synth, riverberi ed effetti vari si stagliano rarefatte linee melodiche, cori da monastero, sonorità che sembrano provenire da lontano oriente, suggestioni industriali, in un procedere talvolta ipnotico, a sfiorare territori onirici.

“The Sea From The Trees”, il mare dagli alberi: titolo evocativo per un lavoro dal quale ci si deve fare avvolgere, lasciando la mente libera di farsi suggestionare, immaginando.