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MARCO PANTANI 2004 – 2014

Il più bel ricordo che ho di Marco Pantani risale al Giro d’Italia del 2000: nell’anno del Giubileo, il giro partiva da Roma con una breve tappa a cronometro che si snodava per le vie del centro… come tanti, andai a curiosare, ma ricordo che la speranza era proprio quella di vedere passare Pantani.  Ricordo distintamente l’onda sonora che accolse il suo passaggio, anche io mi unii al coro con un “vai, Marco!!!”.

Qualche anno dopo,  un sabato sera, ascoltai in tv la notizia della sua morte, in un’anonima camera di albergo, circondato da farmaci.  Ricordo che nei giorni successivi questo collegamento, che Marco Pantani non è morto come uno sportivo; è morto come una rockstar, nella stesso modo, il mix di squallore e di tremenda solitudine tipico di chi ha raggiunto l’apice del successo senza forse avere l’indole o il carattere abbastanza forte per sostenerlo.

Io a Pantani ci ero affezionato: posso forse affermare che con lui mi sono realmente appassionato al ciclismo; nonostante a casa mia le telecronache di Adriano De Zan fossero sempre un’abitudine, fin da quand’ero piccolo, perché l’appassionato di ciclismo in famiglia è mio padre, l’ho sempre seguito ‘di striscio’; ma Pantani, con la sua vicenda costellata di infortuni, col suo aspetto lontanissimo dall’ideale dell’atleta invincibile (la calvizie incipiente, il fisico ossuto, le orecchie a sventola) che un po’ me lo faceva sentire simile a me, mi appassionò, mi portò a tifare per lui, a seguire le tappe aspettando il momento in cui si toglieva il cappellino, scattava e ‘dava la pista’ a chiunque.

Quando in un’estate del 1999, sintonizzandomi su RaiUno, ascoltai il telecronista del giro parlare sbigottito dell’esclusione di Pantani dal Giro , provai delusione, tristezza, incredulità, un pizzico di rassegnazione (della serie: “e ti pareva…”).  Ora, io credo che ci sia la possibilità effettiva che Pantani abbia assunto qualcosa di illecito, ma  bisogna sottolineare cinquecento volte che

PANTANI. NON. E’. STATO. ESCLUSO. DAL. GIRO. D’ITALIA. PER. DOPING.

Il doping di Pantani non è mai stato provato: il suo presunto ricorso a sostanze illecite è stato poi menzionato in seguito, in altre inchieste, da persone la cui credibilità è quanto meno discutibile.

Se vogliamo giocare a ‘innocentisti o colpevolisti’, io sto con i primi; il problema non sta  nemmeno nel vero o presunto doping di Pantani; il problema se vogliamo non è nemmeno dire che ‘siccome lo facevano tutti, alla fine i valori in campo cambiavano poco’… Il problema, è il modo ignobile con cui Pantani è stato trattato, un modo mai più visto né prima né dopo, una gogna, una crocifissione mediatica senza appello e questo ribadisco, senza che ci fosse uno straccio di prova provata che lui avesse barato.

Per questo, in quel giorno del maggio 2000, anche io ero in prima fila a tifare per Pantani, dopo tutto quello che era successo: perché volevo essere lì, lo volevo veder passare  e volevo gridargli il mio incoraggiamento, dopo tutto quello che gli era stato fatto.

Quattro anni dopo, tutto finiva, definitivamente: Pantani aveva avuto la forza per scalare le grandi montagne, la forza di essere il primo italiano a vincere il Tour de France dopo 33 anni, ed è tutt’ora l’ultimo ciclista dimostratosi in grado di vincerlo…  non aveva probabilmente le spalle larghe per reggere la pressione di essere un ‘uomo da copertina’ e soprattutto di sostenere tutto quello che gli hanno buttato addosso… non chiedeva altro se non di correre, di competere, di vincere, gli hanno tolto tutto questo, lanciandogli addosso un’accusa infame e, ripeto, senza prove.

Altri avrebbero retto, non lui, lontano dal modello del ‘superuomo’, ma persona comune che, incapace di reggere tutto questo, è poi caduta nel baratro della depressione e della droga… la storia di un campione che si trasforma in una storia di tremenda solitudine, nessuno di coloro che lo circondavano che abbia potuto, saputo o voluto aiutarlo.

A dieci anni di distanza se ripenso a Pantani, mi vengono in mente le sue espressioni sofferenti all’arrivo, la piccola emozione di vedermelo sfrecciare davanti, la tristezza per la sua morte; e soprattutto, provo la sensazione di un vita finita così, in solitudine in una stanza d’albergo dopo aver subito un’enorme ingiustizia.

R.I.P. PHILIP SEYMOUR HOFFMAN (1967 – 2014)

La notizia, mi ha lasciato basito, un po’ come – credo – gran parte degli appassionati di cinema… mi rendo conto che è banale sottolinearlo, ma Philip Seymour Hoffman decisamente non dava l’idea di un ‘tossico’, grazie all’aspetto corpulento e a quel sorriso sempre un pò beffardo sulla faccia… Della sua passata – a questo punto, non superata – tossicodipendenza, non sapevo nulla… al cinema, l’ho visto solo in “The Master”, l’anno scorso: mi sembrarono sopravvalutati il film e la sua interpretazione, troppo ‘calligrafica’ e ‘gigionesca’. Ne ho un ricordo decisamente migliore in “Onora il padre e la madre”…

Eppure, eppure in questi casi c’è qualcosa che stona, che stride, che mi porta in un certo senso a prendere le distanze… non è il solo dato ‘biografico’, non è il fatto che ‘lui era un tossicodipendente e io no’; non è nemmeno quel pensiero che viene quasi sempre in questi casi, che porta a chiederti come si possano ridurre così persone che vivono vite che la maggior parte dei comuni mortali si sogna, soldi e successo, un mestiere gratificante e danaroso… Te lo chiedi sempre: ma possibile che alzarti la mattina con l’incertezza del futuro sia meglio che svegliarti in una bella casa, con la serenità finanziaria e la prospettiva di andare sul set? Non è solo questo, è altro: sto parlando di responsabilità. Ora, io posso capire se hai 40 anni e sei solo, la vita è la tua, se non ne sopporti il peso, può dipendere da tanti fattori, compi scelte che alla fine toccano solo te; il problema per quanto mi riguarda è che Philip Seymour Hoffman aveva tre figli, tutti piccoli tra l’altro, ed è qui che entra in gioco la ‘responsabilità’; perché finché sei da solo, puoi anche autodistruggerti: la tua scomparsa farà probabilmente soffrire parenti e amici, ma se ne faranno una ragione; coi figli, specie se piccoli, no. Se hai dei figli non sei solo: hai delle responsabilità nei confronti di altri, non puoi più permetterti il lusso di pensare e agire come se la vita fosse solo la tua e non ci fosse nessun altro… è una responsabilità ancora maggiore di quella che hai nei confronti del tuo partner, perché lui ti ha scelto, i tuoi figli, no.  Hai deciso di avere dei figli, ma quei figli non hanno scelto di ‘arrivare da te’, la differenza sta tutta qui, e tu hai la sacrosanta responsabilità, almeno per i primi 18 – 20 anni della loro vita, di campare tenendo conto della loro esistenza. Non si può fare finta di niente, si deve agire sempre ‘tenendo conto che’; sei tossico? Ti disintossichi. Ci ricaschi? Cerchi d ri-uscirne; altrimenti il discorso è semplice: se sai di essere un debole, incapace di uscire definitivamente dalle tue dipendenze, molto semplici: figli non ne fai; resti solo, o con chi ti ha scelto, con tutti i tuoi pregi e difetti, forze e debolezze, ma non metti al mondo delle creature che dipendono in tutto e per tutto da te, rispetto alle quali, ripeto, tu hai delle sacrosante responsabilità.

Non capisco Hoffman come non capisco i militari con prole che vanno volontari nelle ‘missioni di pace’ o di guerra all’estero, o i reporter ‘d’assalto’ che partono per i luoghi pericolosi, sapendo di lasciare dei figli a casa: non c’è un ideale che uno, per quanto alto e ‘nobile’ che possa essere anteposto alle responsabilità che si hanno nei confronti dei propri figli. Perché lo ripeto: si sceglie di avere dei figli, ma loro non ti scelgono.

Non capisco Hoffman, così come ai tempi faticai a capire Cobain, per cui avevo molta più ammirazione. Poi per carità, noi non conosciamo le situazioni, né cosa girasse nella testa di quelle persone, ma in fondo, io non riesco a capire.

CARCERI: DUE O TRE IDEE PER RISOLVERE LA SITUAZIONE

Ciclicamente in Italia si parla della situazione da terzo mondo delle carceri; lo si fa per lo più per due motivi: perché i radicali lanciano referendum e Pannella fa lo sciopero della fame e perché dall’UE arrivano in continuazione condanne sulla questione: ciclicamente si afferma che il problema va risolto (del tema si è occupato a più riprese anche Napolitano, prima di gettare la spugna di fronte all’inettitudine dei partiti), ma poi si propongono misure ‘di facciata’ che il problema non lo risolvono… il fatto è che il tema è poco sentito dai cittadini: la ‘vulgata’ secondo cui ‘in carcere si sta bene, c’hanno pure la tv’ è ancora diffusissima, radicata e dura a morire… e i partiti appresso… In questi giorni si parla pomposamente dell’ennesimo decreto battezzato come ‘svuotacarceri’: poi vai a vedere i dati e ti accorgi che qui non viene svuotato un bel niente, perché si parla più o meno di 4.000 detenuti quando in Italia bisognerebbe diminuire la popolazione carceraria di almeno 20.000 unità. I radicali continuano a proporre l’amnistia, tuttavia ho l’impressione che se prima non mutano i presupposti, l’amnistia serva a poco… i radicali certo hanno ragione da vendere quando dicono che attualmente esiste già un’amnistia ‘mascherata’: quella di chi, grazie alle proprie risorse economiche può permettersi avvocati che rinviano i processi alle calende greche, avvalendosi poi della prescrizione: è insomma il solito discorso della galera dove vanno solo i poveracci. Il problema però secondo me è un altro: poniamo il caso che abbiate lasciato il rubinetto del lavandino aperto e che l’acqua stia debordando. Cosa fate? La logica vuole che prima si chiuda il rubinetto e poi si faccia defluire l’acqua; si può fare ovviamente il contrario, se si riesce  a togliere più acqua di quanta ne esca dal rubinetto, ma ci si mette di più e nel frattempo di acqua se ne sprecano a litri. L’amnistia, l’indulto, vanno benissimo, ma se non si risolvono prima i problemi alla base del sovraffollamento, c’è il rischio che in pochi mesi si torni al punto di partenza, come peraltro è già successo, visto che la percentuale di ‘recidività’ degli ‘indultati’ o ‘amnistiati’ è elevatissima: chi esce, privo magari di una qualsiasi prospettiva, torna presto a delinquere e dunque è destinato a rientrare presto in carcere.

Per conto mio, ci sono due grandi aree di intervento dove agire: la prima, è la revisione delle leggi riguardanti la droga e l’immigrazione clandestina. Sono i due provvedimenti che, a detta di tutti, hanno provocato la crescita fuori controllo del numero dei carcerati; ora, io non conosco benissimo i due provvedimenti, ma ho l’impressione che siano eccessivamente punitivi: il drogato è un malato, e in galera ci dovrebbe andare solo se nuoce al prossimo; se vieni pescato in possesso di droga dovresti andare in comunità (a meno che tu non ne abbia un quantità abnorme, il che significa che spacci e allora dritto in galere); se però sotto l’effetto della droga scippi e rapini o ti metti al volante e investi una persona, allora commetti un reato e vai in galera. Per quanto concerne l’immigrazione clandestina, ancora peggio: perché qui siamo di fronte a dei poveracci che sono solo entrati illegalmente in Italia, magari sono bravissime persone che poi però vengono buttate in galera e ‘dentro’ diventano dei delinquenti; la soluzione? Riformare il sistema dei centri di accoglienza, creando una rete a sé stante che risponda alle esigenze dei clandestini (evitando ovviamente che tali strutture si trasformino in galere a loro volta).

La seconda area di azione è quella della carcerazione preventiva: i dati ci dicono che un’enorme porzione dei carcerati è in galera in attesa di giudizio; una situazione che, è del tutto evidente, è fuori da ogni legalità… Io capisco i famosi tre parametri che conducono alla custodia cautelare (pericolo di fuga, reiterazione del reato, inquinamento delle prove), ma cui siamo proprio ‘oltre’: la stragrande maggioranza dei detenuti in attesa di giudizio potrebbe benissimo trascorrere il periodo di attesa del processo ai domiciliari, evitando di affollare le carceri; in galera ci si deve andare se il reato di cui si è accusati è particolarmente grave (che ne so, mafia, terrorismo, evasione fiscale milionaria), altrimenti la carcerazione preventiva (che a volte si può protrarre per mesi o anni) diventa una sorta di ‘pena scontata ex ante’: e se poi chi ha scontato la carcerazione preventiva viene assolto? Chi glieli ridà i giorni persi? 

Insomma, si proceda su questi due ‘filoni’, si approvino modifiche a queste leggi per creare delle basi solide che evitino il ripetersi del problema alla radice; dopodiché si ‘resetti’ tutto con l’amnistia o l’indulto, ripartendo così da zero; e, approfittando del minore ingolfamento dei penitenziari, si proceda magari a un piano di ristrutturazioni e aperture di nuove strutture: una megalopoli come Roma ha solo due carceri, uno dei quali – Regina Coeli – si trova nel pieno centro cittadino avvia a diventare una sorta di ‘monumento nazionale’: per conto mio andrebbe chiuso e destinato ad altra funzione… 

Non sono un giurista, né un appassionato di diritto, ma queste non mi sembrano soluzioni che richiedano un grande profilo tecnico – giuridico: mi sembra piuttosto che si sia nell’ambito del semplice buon senso… una cosa che sembra essere mancata agli ultimi Ministri della Giustizia e ai partiti che li hanno collocati in quella funzione.