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DOWNLOAD, CULTURA, LEGALITA’

La vicenda della chiusura di Megaupload, uno dei maggiori ‘portali’ per la condivisione di file video e musicali a livello mondiale e delle sue ‘filiazioni’ per la visione in streaming, mi fa tornare su alcune considerazioni già fatte in passato. Abbastanza banalmente, mi viene da pesnare come nel caso in specie la ‘libera circolazione della cultura’ c’entri poco, e molto di più il tutto abbia a che fare con il ‘vil denaro’: alla fine è tutta una questione di soldi, e quando finalmente verrà risolta la questione dei soldi, il problema verrà meno…

 Il punto dirimente mi pare il fatto che con i portali di cui si sopra ci sono persone che hanno fatto soldi a palate: credo che ciò che più dà fastidio a case discografiche, autori & co. non sia tanto il fatto che in rete girino copie della propria ‘arte’ che sostanzialmente non sono state pagate dai fruitori:  il problema  nasce nel momento in cui determinati portali la cui mission – ‘occulta’  magari da un punto di vista ‘legale’, ma evidente a tutti – è quella di distribuire file audio e video anche coperti da copyright, cominciano a  ‘fare i soldi’ con pubblicità (e mi chiedo: ma gli inserzionisti possono affermare di essere così ignari di partecipare un business illegale?) e abbonamenti: è a quel punto che le scatole si rompono definitivamente e si chiede un intervento.

Difficilmente riesco a vedere il ‘signor Megaupload’ come un  ‘paladino della libera circolazione della cultura e delle idee’; diverso il caso in cui qualcuno crea  delle reti per la condivisione, senza lucrarci su. Se vogliamo, è l’estensione globale di un discorso che, in diverse forme, si trascina avanti dagli anni ’80, quando le ‘doppie pastre’ degli apparecchi stereo cominciarono a consentire la duplicazione della musica: se qualcuno doppia un cd per degli amici, probabilmente infrangerà delle leggi, ma non credo sia ‘giusto’ che questo sia messo sullo stesso piano di chi mette su una ‘centrale di duplicazione’ con decine di masterizzatori e poi le copie illegali le vende per farci i soldi.

E’ difficile non fare di tutta l’erba un fascio ed è difficile distinguere… tuttavia: se qualcuno condivide online un film o un disco fuori catalogo da anni, quale danno procura all’autore e all’etichetta discografica? Sicuramente, non un danno economico, visto che quell’opera è comunque fuori dai circuiti commerciali… poi magari per uno di quegli strani fenomeni della rete, certi dischi e certi film tornano a circolare in rete e spingono chi nei ha i diritti a rimetterli in commercio… Le casistiche sono ampie: per quanto vi siano leggi che sanciscano certi comportamenti come illegali senza distinguere troppo, resta il fatto che mettere online del materiale per il puro gusto della condivisione e fare la stessa cosa per lucrarci sopra sono due comportamenti ben distinti; e, ribadisco, il ‘signor Megaupload’ non era certo un benefattore dell’umanità.

La chiusura di quei portali è stata comunque una mossa ad effetto e una bella ‘botta’: per quanto, credo, le ‘armate del filesharing’ stiano serrano i ranghi e presto passeranno al contrattacco ( per ogni  Megaupload obliterato, altri due sono pronti a prenderne il posto), ci vorrà qualche tempo prima di riuscire riportare online tutto quel materiale.  Le soluzioni sono, comunque, più vicine e semplici di quanto sembri, per quanto ‘ostacolate’ da certi elementi del sistema: è un fatto che grazie alle nuove tecnologie, chiunque può prodursi il proprio disco in casa e distribuirlo online: le case discografiche e le reti di distribuzione si avviano quindi a essere superate da un sistema in cui il rapporto tra l’artista e il suo pubblico è più diretto e meno mediato, con conseguente calo del costo delle ‘opere dell’ingegno’, rendendo più conveniente l’acquisto e quindi diminuendo l’appeal del download illegale; volendo prendere il toro per le corna, la soluzione è ancora più semplice: basta che le reti di filesharing e gli autori trovino un accordo per la compartecipazione ai ricavi di determinati portali, derivino essi dalla pubblicità o dagli abbonamenti.

La questione sta tutta lì:  a un artista può anche far piacere che le sue opere circolino, che persone che magari non ci avrebbero comunque speso un euro (ricordiamoci questo: l’appassionato se vuole veramente un disco lo compra originale; il download ‘pirata’ è riservato spesso a ciò che non si conosce, per ‘provare’ e non buttare via i soldi, o comunque riguarda materiale che a prescindere non si sarebbe comunque acquistato) vi accedano comunque; lo stesso artista, ha però, il diritto di incavolarsi allorché certi portali  si arricchiscano grazie alla distribuzione senza controllo della propria arte. Il punto sta tutto qui: alla fine, dietro i ‘principi’, le rivendicazioni di presunti ‘diritti’, etc… è sempre, e solo, una questione di soldi.