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LIMONE, “SECONDO LIMONE” (DISCHI SOVIET STUDIO)

Uno di quei dischi strani, divertenti, che ad un certo punto fanno pure venire il dubbio: ma scherza o fa sul serio? Del resto, se sei veneto e scegli di chiamarti ‘Limone’, già l’intenzione di essere – o almeno, sembrare – originale, è manifesta.

Fatto sta che, come suggerisce il titolo, Limone (al secolo Filippo Fantinato) è giunto al secondo capitolo della propria auto-biografia sonora (senza considerare esperienze pregresse); titolo che tra l’altro tradisce già di suo il gusto del gioco di parole: ‘secondo’ ordinale, ma anche secondo come ‘punto di vista’.

Limone guarda il mondo, i rapporti interpersonali e sentimentali facendoci sempre una risata sopra (per quanto velata di disincanto o malinconia): starsi tanto a dannare l’anima non conviene, alla fine; allora, ecco questi dodici brani in cui c’è un po’ di tutto, dai gatti su Facebook alle cucine dell’Ikea, da Pasolini a D’Averio, da Socrate ad Amanda Knox.

I cantautori moderni morti di diabete a forza di scrivere canzoni d’amore; i rapporti sentimentali che diventano come scontri di super eroi o le guerre di Bush; gli intellettuali da salotto che leggono libri solo per snocciolare citazioni ‘colte’ al momento giusto; l’Italia dei talk show, dei ‘fattacci’ di cronaca, degli slogan contro le ‘streghe rosse’ e i ‘gufi comunisti’…

Filastrocche per adulti, l’attitudine surrealista dell’accostamento improbabile, vestita con gli abiti di un pop leggero dai colori pastello, solo episodicamente acceso da qualche sgargiante venatura elettrica; accompagnato da Federico Pigato al basso e Christian Pagotto alla batteria, Limone si occupa di tutto il resto – chitarre e synth oltre a cantare – costruendo un disco a tratti spiazzante: certo, il gusto per lo scherzo, il gioco di parole, la ricerca di similitudini e metafore originali non è certo una novità per la canzone italiana, anzi, ne è forse uno dei filoni principali, per quanto sottovalutati… Limone si aggiunge alla lista, con un esito forse non straordinario, ma alla fine gradevole.

FRANCESCO CERCHIARO, “A PIEDI NUDI” (DISCHISOVIETSTUDIO / AUDIOGLOBE)

Il disco d’esordio di Francesco Cerchiaro è di quelli che mettono un po’ in difficoltà: ineccepibile sotto il profilo formale, ben suonato, caratterizzato da una scrittura discreta (considerando che si tratta di un esordio), appare però mancare di qualcosa.

Gli undici brani di “A piedi nudi” si muovono nei territori della tradizione del cantautorato italiano, con una certa predilezione per sonorità folk, manifestata attraverso l’ampio ricorso ad una strumentazione tradizionale, tra mandolino, fisarmonica e, con un pizzico di esotismo, ukulele. Ricorrono le tematiche amorose / sentimentali: tra storie a distanza, o interrotte e poi riprese, abbandoni (‘Il mio cane in una stanza’ capovolge ‘Il cielo in una stanza’ di Paoli) e complicazioni sentimentali assortite; non mancano episodi all’insegna della poetica del quotidiano (‘Le bugie della domenica’) accenni alla realtà italiana (‘Diario di famiglia’ è uno sguardo gettato sul nordest) e momenti di più intima riflessione.

Predomina la lentezza, con brani dal sapore di ballata, dietro ai quali appare trasparire la lezione di autori di Fossati o Lolli. Il disco scorre tranquillo e agevole, senza apparenti passaggi a vuoto, eppure… eppure, alla fine, sembra mancare qualcosa: come se la compostezza stilistica alla fine si traducesse in una prevedibilità fin troppo spiccata. “A piedi nudi” appare insomma un buon disco di cantautorato italiano, ben inserito nella tradizione, che si lascia ascoltare ma che alla fine manca di un filo di slancio, della capacità di stupire, rischiando così di perdersi un po’

Non si può dire che sia un brutto disco, anzi, anche la durata contenuta è un ulteriore punto di merito, segno di sintesi, ma alla fine forse paga un po’ il prezzo della ricerca di una certa perfezione formale a scapito magari di una maggiore originalità.

Per chi vuole, il disco è ascoltabile qui.