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GRAN TURISMO VELOCE, “DI CARNE, DI ANIMA” (EVENTyR RECORDS)

La considerazione può essere di per se anche abbastanza oziosa, tuttavia c’è da chiedersi come mai in Italia il progressive resti puntualmente fuori dai radar di coloro che si occupano anche dei territori musicali meno battuti; ci si ricorda del genere solo quando cade l’anniversario di qualche storico lavoro ormai con vari decenni alle spalle, o in occasione di concerti o reunion di musicisti ormai attempati, che vivono dei ricordi di glorie ormai da troppo tempo trascorse… Come se qui da noi l’ambito della ‘musica non commerciale’ si limitasse a gruppi ‘indie rock’ che magari vivono i loro cinque minuti di gloria sui palchi sanremesi, o dalle ‘giovani promesse’ del cantautorato che specie negli ultimi anni ci hanno portato all’esasperazione martellandoci i timpani su quanto è brutto il mondo in cui viviamo…

Come se poi in Italia al di là della musica strombazzata dalle radio commerciali esistessero solo il cosiddetto ‘indie rock’ e il cantautorato… o almeno, questi sono gli unici ‘generi’ a venire affrontati in modo ‘professionale’; il punk? Troppo rumore. Il metal? Se ne parla sempre come una macchietta. Il prog? Roba da dinosauri, e non ci si chiede nemmeno se qualcuno oggi, nel 2012, lo suoni ancora.

Beh, nel caso ve lo steste chiedendo, la risposta è positiva: ne è sono un esempio i Gran Turismo Veloce, band Toscana (di Grosseto e dintorni, se ho capito bene), che con “Di carne, di anima”, ci offre un’idea di cosa sia il progressive italiano oggi.

Nove pezzi che (e forse non poteva essere altrimenti) riportano le suggestioni del ‘prog italiano che fu’ (leggi alle voci: Le Orme o Banco), impastandolo però con tutta l’acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti, in particolare con le suggestioni metal che dagli anni ’90 in poi hanno contribuito a rilanciare e rivitalizzare il genere.

Il quartetto costruisce atmosfere suggestive, che appaiono cercare costantemente l’immediatezza d’impatto (raggiunta attraverso l’efficace utilizzo dei suoni più aggressivi), al fine di evitare il rischio di appesantimento dell’ascolto che contraddistingue il genere. Tastiere e chitarre a profusione, cui si aggiunge episodicamente qualche fiato, come ad esempio un etereo flauto.

Un lavoro vivace, variopinto e dai colori caldi, che non si nega però qualche parentesi più tranquilla, caratterizzato da una scrittura giocata su una visionarietà dai contorni vagamente onirici, sebbene non sempre efficace. Un disco che sconta i difetti tipici di ogni esordio, ma che ci regala una band dalle indubbie potenzialità, che appare aver imboccato la strada giusta, sperando che qualcuno si accorga di loro…