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BUZZY LAO, “HULA” (INRI)

Disco d’esordio per questo cantautore torinese che si fa conoscere solo con lo pseudonimo di Buzzy Lao, varie esperienze alle spalle tra cui una lunga parentesi londinese, la consueta gavetta dal vivo, di supporto, tra gli altri, a Dente, Daniele Celona e Omar Pedrini, un singolo e un primo Ep all’attivo.

Ora, il primo tentativo sulla lunga distanza, coadiuvato da Fabio Rizzo (già al lavoro con Nicolò Carnesi e Pan del Diavolo); tredici brani (tra cui un breve strumentale) poco più di cinquanta minuti la durata, per un lavoro che affianca ad una tipica impronta cantautorale, suggestioni sonore che, partendo da una forte componente blues, ampliano l’orizzonte verso il soul, il folk, fino a lambire territori reggae e rock.

Un disco che assume i connotati, se non di una sorta di seduta di analisi, quelli di un tirare le somme, di un fare il punto della situazione su quanto compiuto e percorso fino ad ora, come a fotografare una fase della propria vita prima che questa si chiuda e una porta si apra sul prossimo futuro.

Riflessioni esistenziali, magari dominate da un clima di incertezza, tipico di chi si trova a metà di un guado, a cercare dentro di sé la forza per affrontare nuove sfide ‘di vita’, si uniscono alle classiche traversie sentimentali, tra amori ‘in corso’ e storie già concluse, con tutto il carico che portano con sé.

Buzzy Lao interpreta con varie coloriture emotive, alternando intensità e leggerezza e trovando nella sua chitarra Weissenborn una sorta di ‘seconda voce’, di contraltare sonoro dominante.

Un lavoro per certi versi un filo dispersivo che però mostra un cantante già abbastanza consapevole delle proprie potenzialità.

DUE VENTI CONTRO, “IN FONDO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Due Venti Contro Torinese, classe 1988, Giacomo Reinero alias Due Venti Contro ha ottenuto un discreto riscontro col disco d’esordio, “Va bene così”, uscito un paio di anni fa, che gli ha permesso di calcare i palchi di supporto, tra gli altri, a Gazzé e Dente.

Qualcuno diversi anni fa cantava che “il secondo disco è sempre più importante nella carriera di un artista”: Reinero / Due Venti Contro non sfugge alla ‘regola’, non potendo più contare sul ‘beneficio d’inventario’ e il credito che si dà ad ogni esordio e dovendo dimostrare quali e quante carte si hanno a disposizione.

Si può dire che il cantautore superi la prova, offrendo nove brani discretamente equilibrati, influenzati da riferimenti variegati, tra pop, rock, qualche lontano rimando hip hop o reggae, in un lavoro che appare ancora dominato dall’urgenza comunicativa tipica di ogni (semi)esordiente: Due Venti Contro va decisamente dritto al punto, con una scrittura essenziale e diretta che a tratti cede forse a qualche ingenuità.

Testi all’insegna di una tipica ‘poetica’ del quotidiano, in cui ricorre la ‘frattura’ tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è, tra le proprie aspirazioni e le necessità imposte dalla vita di tutti i giorni, tra i sogni e, come in uno dei titoli, i B-sogni. La difficoltà del realizzarsi compiutamente, facendo della musica la propria professione e nell’attesa il dover fare i conti con attività lavorative più ‘terra-terra’. Non mancano riflessioni sui sentimenti e parentesi di ‘critica sociale’, ad una società dove la comunicazione è sempre più pervasiva, divenendo un ronzio indistinto che finisce per impedire ogni comunicabilità.

Reinero / Due Venti Contro esprime tutto questo in modi sempre trattenuti, senza andare sopra le righe, cadere nelle trappole del melodramma o delle grida. L’esito è un lavoro composto, in cui tra le righe sembra emergere una vaga tendenza al non prendersi troppo sul serio, a smussare gli angoli magari con un pizzico di ironia (controluce sembra apparire l’ombra di Max Gazzé).

“In fondo” alla fine appare riuscito soprattutto nel suo efficace equilibrio d’insieme, più che nelle singole parti dove forse si intravede ancora la necessità di dare alla proprio stile un’impronta personale più marcata, soprattutto sotto il profilo sonoro. Resta insomma ancora della strada da fare, ma sembrano esserci tutte le potenzialità per poter proseguire il percorso.

AA.VV., “SOTTO IL CIELO DI FRED – UN TRIBUTO A FRED BUSCAGLIONE” (PREMIO BUSCAGLIONE /LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nato nel 2010, il Premio Buscaglione, “Sotto il cielo di Fred” punta a valorizzare le band emergenti, omaggiando allo stesso tempo il cantautore torinese.

La pubblicazione di un cd – tributo era uno degli obbiettivi degli organizzatori fin dalle prime edizioni: meta finalmente raggiunta, grazie al contributo di dodici rappresentanti del cantautorato dei giorni nostri.

L’interesse di questa compilation risiede nell’essere una fotografia di buona parte di ciò che meglio ha da offrire la scena musicale italiana degli anni ’10 del ventunesimo secolo, dai Perturbazione a Paolo Benvegnù, da Dente a Lo Stato Sociale, da Brunori Sas, a Il Pan del Diavolo, e l’elenco potrebbe proseguire… certo, forse non ci sono proprio tutti – tutti (personalmente, sarei stato curioso di vedere alle prese col caro vecchio Fred gente come Il Teatro degli Orrori, per dirne uno), ma comunque il piatto, come si dice in questi casi, è ottimo e abbondante.

I partecipanti hanno rispettato il materiale di partenza, mettendoci del loro: senza dilungarsi troppo ad elencare i caratteri di ognuno, sarebbe sufficiente citare la versione quasi anni’40 di ‘Juke Box’ presentata dai Sweet Life Society, i ritmi quasi reggaeggianti con cui Lo Stato Sociale ha tradotto ‘Teresa’, gli accenti mariachi con cui gli Etruski from Lakota hanno costellato ‘Porfirio’; si fanno ricordare la lettura carica di nostalgia che Paolo Benvegnù ha dato di ‘Love in Portofino’ e soprattutto il brano più famoso dell’intera discografia di Buscaglione, ‘Eri piccola così’, qui eseguita da Bugo con la sua solita attitudine all’insegna di un disincanto quasi annoiato.

Quando il materiale di partenza è di livello e gli esecutori sono di valore, il risultato non può essere che soddisfacente… al di là degli esiti, l’importanza di “Sotto il cielo di Fred” sta proprio nell’omaggiare un artista fin troppo spesso dimenticato, almeno quando si tratta di elencare i grandi della canzone italiana: forse per il suo essere stato un ‘irregolare’ (sorte condivisa con altri ‘non allineati’, si pensi ad esempio a Ivan Graziani, o Enzo Jannacci) una sorta di ‘unicum’, per il suo costante ricorso all’ironia, talvolta allo sberleffo, per quanto amari, che lo ha distanziato dalla ‘norma’ del cantautore italiano tutto volto ad un’introspezione, spesso cupa.

“Sotto il cielo di Fred” per certi versi finisce quindi per fare in un certo senso ‘giustizia’: e per questo lo si può quasi definire un disco ‘Necessario’.

FRANKSPARA: “IL DOTTOR CREPAPELLE E L’ALBERO CHE CAMMINA” (REINCANTO DISCHI)

Terzo lavoro per i Frankspara, trio capitanato dal bolognese Francesco Viani, che già coi lavori precedenti aveva dato prova delle proprie qualità. Con “Il dottor Crepapelle…” la band compie un ulteriore passo in avanti, dando prova di aver raggiunto (o di essere molto vicino a farlo) la piena compiutezza stilistica.

I dieci brani che vanno a comporre questo si susseguono fluidamente all’insegna di un efficace pop dai modi eleganti che non varca mai il confine della sofisticatezza e dell’autoreferenzialità, miscelato con la classica tradizione del cantautorato italiano.

Un disco caratterizzato da tonalità il più delle volte solari, a tratti vagamente oscurate da qualche tinta crepuscolare, che si muove lungo tre classiche direttrici tematiche: i sentimenti, il rapporto col sè, l’osservazione della società.

L’umore, anche nelle occasioni più riflessive, è però sempre aperto all’ironia, al sorriso magari amaro, quando non al sarcasmo (specie laddove ci si orienta a una critica sociale dai tratti corrosivi: Voglio diventare cretino è un titolo che dice tutto e rappresenta probabilmente l’episodio più riuscito del lotto); viene in mente l’eleganza dei Denovo e, tra le righe, un pizzico dell’ironia di Graziani, il tutto riportato alla contemporaneità, ad affiancarsi a certe nuove leve del cantautorato italiano (leggi alla voce: Dente).

I Frankspara fanno dunque centro, con un disco convincente che dà un pò l’idea dello ‘spartiacque’ apparendo un pò come l’ultimo disco di una band che vive ancora il proprio processo di formazione stilistica e il primo lavoro di chi, avendo già concluso questo primo periodo di ‘evoluzione’, comincia a lavorarci attorno per cercare di arricchire ulteriormente il proprio bagaglio di idee… la curiosità per il proseguio resta più che mai intatta.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY