Posts Tagged ‘De Andrè’

TEO HO, “I GATTI DI LENIN” (NEW MODEL LABEL)

Matteo Bosco: poeta e cantante di strada, tra il Friuli e Milano; una carriera tutta vissuta nella dimensione ‘live’, che ora giunge al primo capitolo discografico.

Immediato nella forma sonora: dieci pezzi per voce, chitarra, spesso armonica e poco altro, all’insegna di una produzione essenziale, quasi del tutto priva di aggiunte.

Criptico nella scrittura, come ci si può almeno in parte aspettare da chi le parole le ‘maneggia’ da una vita: testi in cui prevalgono le metafore, le allegorie, il flusso di coscienza, un susseguirsi di immagini apparentemente sconnesse.

Emerge tra le righe l’esperienza di chi si definisce soprattutto come un osservatore: personaggi ai margini, la paura dell’altro, del ‘diverso’ il rischio delle ‘guerre tra poveri’; sparuti i riferimenti diretti alla realtà, tra il G8 di Genova e Bobby Sands.

De Gregori è un riferimento manifesto e dichiarato; per estensione si guarda a Dylan e lo sguardo agli ‘ultimi’ non può non ricondurre a De André. Canzone popolare, folk, un pizzico di blues.

“I gatti di Lenin” è il classico disco ‘prendere o lasciare’ di un autore che non si preoccupa di risultare comprensibile a tutti i costi, né di risultare gradevole nell’esecuzione:il cantato è spesso gridato, a tratti quasi sguaiato, l’atteggiamento vagamente irridente, conservando l’attitudine ‘stradaiola’.

Non un disco ‘facile’: questo essere ‘senza filtri’ potrebbe essere interpretato come pura ‘emergenza espressiva’ e, all’opposto, come ‘arroganza’: ‘prendere o lasciare’, appunto; resta comunque una certa curiosità per i possibili sviluppi, comunque non scontati, vista l’indole dell’autore, più incline all’esecuzione pubblica che non alle sale di registrazione

CICCIO ZABINI, “ALBUME” (LIBELLULA MUSIC)

Sostanza strana, l’albume: membrana liquida protettiva che può mutare in materia dalla consistenza nevosa, fragile via di mezzo verso il solido… Poco identificabile, sfuggente: caratteristiche condivise col disco d’esordio di Ciccio Zabini, classe 1982, leccese di nascita, una lunga ‘relazione’ a più riprese con Bologna, una parentesi madrilena prima del ritorno nella città natale, dove finalmente dà forma al voluminoso bagaglio di esperienze accumulate.

Dieci pezzi in cui Zabini dice e non dice, affastellando stralci di pensieri, considerazioni, riflessioni quasi in un flusso di coscienza; personaggi comuni ma portati ai margini dai propri drammi quotidiani; l’incomprensibilità delle relazioni affettive; filastrocche trasfigurate, paesaggi crepuscolari, momenti onirici…

Il tutto interpretato con aria disincantata, un gusto per i giochi di parole, le analogie, le assonanze, fin dal titolo, che rievoca l’ormai desueto termine di ‘album’ per definire i lavori sulla lunga distanza. Non si cede mai all’aperta  malinconia, né all’aperta sguaiatezza; si resta sul filo dell’ironia, così come sul fronte sonoro prevalgono suoni e atmosfere raccolte, all’insegna di attitudini vagamente jazzistiche, frequenti flirt con sonorità iberiche o sudamericane, un insieme sonoro nel quale in cui la consistenza pastosa del contrabbasso tiene costantemente a bada l’elettricità delle chitarre (sebbene in un paio di episodi si assista a virate, sebbene non totalmente compiute, verso il rock o il country), ma la cui impronta è definita in modo più deciso dai fiati e il cui elemento distintivo finisce per essere il flauto, tra parentesi di dinamismo quasi frenetico e momenti più rarefatti, all’insegna di una nebbiosità impressionista, dai tratti obliqui, misteriosi. Si stacca dal resto, quasi come una piccola isola, ‘Il furto di/vino’, brano firmato da Agrippino Costa, divenuto poeta per sopravvivere a vent’anni di carcere.L’attitudine cantautorale di Zabini ricorda tanti senza ricondurre pienamente a nessuno: il primo della lista, per affinità vocale e un certo gusto nell’uso delle parole è De André, ovviamente con tutti i debiti distinguo.

“Albume” assolve pienamente alla sua funzione di disco d’esordio di un artista che ha già accumulato una solida esperienza; uno stile affinato all’insegna di una giocosità sfuggente che è il punto di forza del lavoro, ma che a tratti sembra un filo troppo insistita, come se l’autore finisse per avvolgersi in un ‘albume’ fatto di allusioni e suggerimenti accennati, forse per evitare di confrontarsi troppo direttamente con la durezza di una realtà che il disco lascia intravedere solo in controluce.

TEO MANZO, “LE PIROMANI” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Le ‘piromani’ dal titolo rappresentano, almeno sembra, dei ‘casi isolati’, visto che la ‘fissazione’ per il fuoco colpirebbe solo gli uomini. Le ‘piromani’, insomma, finirebbero per essere più un ‘atto di fede’ che una sicurezza scientifica… Il milanese Teo Manzo, quest’anno già protagonista dell’esordio discografico de La linea del pane col loro “Utopia di un’autopsia”, torna a qualche mese di distanza con questo concept ‘apocalittico-politico-esistenziale’, in cui, per estensione del concetto già esposto, le ‘Piromani’ sarebbero le ‘fedi’, non solo religiose, ma anche politiche, scientifiche e quant’altro, che prima o poi finiscono per caratterizzare in qualche modo le vite di ognuno… ‘fedi’ i principi delle quali finiscono per essere accettati di per sé stessi, senza che questi siano sempre provati dai fatti e dalla realtà.

Un concept, dunque: nei sedici brani lungo cui si snoda il lavoro, Teo Manzo ci narra una storia per certi versi disperatissima… Il protagonista è un astronomo, posto di fronte alla probabile caduta della Luna sulla Terra; le sue convinzioni lo portano a schierarsi contro la maggioranza, non credendo nell’Apocalisse imminente (chissà, forse una metafora dell’oggi, in cui gli uomini di scienza sono costretti a combattere lotte impari contro le voci che si diffondono incontrollate sui social network); costretto, alla fine, a riparare in un rifugio in attesa della catastrofe, il nostro si troverà invece a dover fare i conti con l’improvviso venir meno – stavolta reale – di un punto fermo della sua esistenza, assistendo impotente all’improvvisa dipartita dell’amata…

Sconvolto dalla sua personalissima ‘fine del mondo’, il nostro abbandonerà ogni razionalità, unendosi all’immancabile rivoluzione scoppiata in attesa del giorno del giudizio… solo per prendere atto che anche gli ideali rivoluzionari non sono esenti da punti deboli, rivelandosi effimeri come tutte le altre ‘fedi’ in cui gli uomini ricercano il senso della propria esistenza.

Insomma, messo in discussione il sapere scientifico cui ha dedicato la vita professionale, spazzata via la sicurezza offerta dall’amore, rivelatasi fallace anche la strada della Rivoluzione, al nostro protagonista non sembra restare nulla, eccetto forse l’abbandono, fisico, onirico o simbolico, di questo mondo, alla ricerca – forse di una nuova dimensione…

Il finale non è scritto, e anzi Manzo ne propone tre, come se in fondo, la scelta finale stesse ad ognuno, al di là dei principi più o meno saldi su cui si sono basate le proprie scelte di vita.

Letta così, sembra a dire il vero un po’ complicata… e forse il difetto maggiore de “Le Piromani” sta proprio nella sua poca ‘linearità’: come se l’autore avesse tanto, troppo da dire – e i ben sedici brani che compongono il disco ne sono la maggiore testimonianza – e come se allo stesso tempo fosse spinto dall’urgenza di dirlo ‘tutto e subito’; l’ascoltatore viene così quasi trascinato in un viaggio intricato fatto di metafore, allegorie, ‘non detti’, pensieri affastellati, considerazioni sparse e flussi di coscienza, al termine dei quali si finisce per avvertire anche una certa stanchezza…

Il cantautore milanese mostra certo una discreta capacità di scrittura, mostrando di aver imparato bene la lezione dei ‘classici’: si potrebbe citare De André, (se non altro perché tra le sue esperienze c’è anche un tour dal vivo proprio dedicato alle canzoni di Faber), ma viene spesso in mente anche Claudio Lolli. Un disco che fa della ballata acustica il principale modello di riferimento, voce e chitarra a dominare un ensemble sonoro che alla lunga appare un filo statico, monolitico… Non a caso, forse, il brano più convincente dell’intero lotto è forse ‘Buco Nero’, in cui Manzo è accompagnato dalla voce di Silvia Ottanà.

Teo Manzo conferma ciò che di positivo aveva già fatto intravedere con La linea del pane; tuttavia, i pregi del cantautore finiscono per essere messi un po’ in ombra dall’impressione di trovarsi di fronte al classico passo più lungo della gamba: un disco d’esordio in cui l’autore si è voluto inerpicare in un’arrampicata di sedici brani, in cui è quasi scontato che agli episodi efficaci si mescoli più di un passaggio a vuoto, ‘annacquandone’, in un certo senso, i pregi. Forse una maggiore sintesi, nel complesso e anche in certi brani che si estendono fino ai sei, sette minuti, avrebbe donato più compattezza ed efficacia all’intero lavoro. Lo sforzo è lodevole e, dà l’idea se non altro di un autore sicuro di sé e dei propri mezzi; il risultato non del tutto riuscito.

EUGENIO RODONDI, “OCRA” (PHONARCHIA DISCHI – LIBELLULA MUSIC /AUDIOGLOBE)

A tre anni di distanza dall’esordio di “Labirinto”, torna il cantautore torinese Eugenio Rodondi.

Dovendo scegliere un titolo ‘evocativo’, andare sui colori diventa una scelta logica, quasi immediata: si legge “Ocra” e si pensa subito alla terra, magari a quella d’estate, screpolata dal sole… se poi in copertina, sullo sfondo di un giallo quasi accecante, si staglia la silhouette di una cicala, all’interno della quale è disegnato un cuore rosso frastagliato da crepe, le suggestioni aumentano…

“Ocra” è, in effetti, un disco estivo: sarà forse per l’andamento spesso quasi indolente, sarà per certi climi ‘blues’ accresciuti dal frequente intervento di un’armonica che evoca paesaggi assolati degli Stati Uniti del sud… in buona parte, perché l’estate viene se non altro evocata, nella rilettura della favola della cicala e la formica (‘La cicala del mondo’) in cui la prima passa il tempo a cantare perché sa che di tempo gliene rimane poco, o nelle ombre dei ‘nuovi schiavi’ del caporalato (‘La notte dei Camaleonti’): il cerchio alla fine si chiude: le piantagioni di cotone in cui si originò il blues, vengono sostituite oggi dalle coltivazioni di pomodori…

Nato dalla collaborazione tra Rodondi e Phonarchia Dischi, i suoni frutto del contributo degli Etruschi from Lakota, “Ocra” si snoda lungo dieci brani in cui Eugenio Rodondi, sospeso tra Fabrizio De André e Rino Gaetano con una spruzzata di Dalla e un pizzico di Edoardo Bennato, parla di relazioni sentimentali concluse (‘Trattamento di fini rapporti’) giunte ad una fase di stallo (nella title track) o che proseguono nonostante tutto (‘La canzone moschina’); un disco che parla di ricerca della propria identità (‘La maschera bianca’) che in ‘Horror vacui’ affronta il tema (ormai onnipresente nei cantautori dell’ultima generazione) del precariato lavorativo ed esistenziale, e quello dell’omosessualità nella cover di ‘Mariel e il Capitano’, brano degli anni’70 degli argentini Sui Generis; che parla di depressione in ‘Briciole di pane’ e che raggiunge il suo apice, commovendo, in ‘Dov’è Laura’, storia di una giovane ragazza che nel corso di una gita scolastica cede “alla smania di andare a vedere in anticipo sul nostro dovere”, lasciando chi resta a cercare il senso di una scelta tanto estrema e a fare i conti con una mancanza simboleggiata da un “telefono spento che non risponderà”: un brano che si erge una spanna al di sopra del resto del lavoro, valendone l’intero ascolto.

SANREMO VA BENE COSÌ

In fondo, Sanremo è sempre stato questo: il Festival della Canzone(tta) italiana. Nonostante tentativi, alquanto modesti, di ampliare il contesto, Sanremo non è mai stata, nelle intenzioni, una rassegna dello ‘stato dell’arte’ della musica italiana, ampliamente intesa. Lo scopo di Sanremo è sempre stato quello di produrre pezzi facili, da vendere, da mandare per radio, da essere fischiettati per strada, sotto la doccia per tre mesi e poi essere presto dimenticati. Ogni tentativo di rendere Sanremo ‘altro’ è miseramente fallito e penso soprattutto alla pretenziosità delle edizioni curate da Fazio, che animato dalla sua solita spocchia, aspetto di più deleterio di un certo pseudo-intellettualismo sinistroide, voleva ammantare Sanremo di chissà quale ‘missione’.

La storia dice che Sanremo è la ‘canzonetta’ e che con la qualità e la profondità nulla ha a che fare; basta solo pensare che quando a Sanremo si è presentato Tenco, che probabilmente sarebbe stato destinato a diventare il più grande, più grande di De André, di Conte, di Battiato, è andata a finire come sappiamo tutti: Sanremo respinge da sempre la qualità, non gli interessa e non gli serve: la rabbia, la tristezza ed all’opposto il ‘cazzeggio intelligente’ lo repellono; Sanremo deve essere sentimentalismo a buon mercato e frasi fatte; Elio e Le Storie Tese non hanno vinto Sanremo (ovvero: l’avevano vinto, ma poi non gli fu permesso nei fatti). Sanremo respinge perfino le ‘interpretazioni’: Mia Martini partecipò varie volte, sempre con esibizioni molto intense, troppo intense: venne pure lei buttata nelle retrovie.

Insomma, Sanremo è il disimpegno e la facilità: tutto il resto, fuori, please; negli anni si è cercato di dare spazio alla musica ‘altra’, a Sanremo si sono presentati Subsonica, Marlene Kuntz, Afterhours, Marta sui tubi, Perturbazione: tutti con pochi o nessun risultato, in fondo. Inutile continuare a pensare, a pretendere, che Sanremo possa o debba, essere qualcosa di diverso dalla canzonetta di sottofondo da bar, parrucchiere, o supermercato. Sanremo è sempre stato solo quello: per alcuni ‘la bella canzone italiana’, per altri, il pattume sonoro che sovrasta tutto, riducendo chi vuole fare ‘altro’ nelle riserve. Poche le eccezioni: senza scomodare il ‘solito’ Modugno (che poi oltre alle consuete lodi fu anche una prova della ‘vocazione commerciale’ della musica sanremese), ricordo la discreta ‘Uomini soli’ dei Pooh, uno dei loro punti più alti in quanto a scrittura, le vittorie degli Avion Travel e di Elisa, più recentemente quella di Vecchioni, ma poi nulla o poco altro: di pezzi veramente di peso, di valore, a Sanremo ne sono certo stati presentati, in media è forse possibile reperirne uno o due ad edizione, ma guarda caso, hanno sempre goduto di gloria postuma, non certo nell’ambito del Festival in sè, che della profondità e della qualità, se n’è sempre ampiamente fregato, dando puntualmente la precedenza alla leggerezza, alla superficialità, all’orecchiabilità fine a sé stessa.

E allora, ben venga la fine di ogni ipocrisia Faziosa, ben venga la conduzione popolare di Conti, che si tira appresso il solito codazzo di amici fiorentini, ben vengano Tiziano Ferro, Al Bano e Romina e perfino Biagio Antonacci ‘elevato’ al ruolo di ‘superospite’. Bentornato al Sanremo puro, vero, originale, fatto di paccottiglia sonora da due soldi da dare in pasto ad un pubblico di analfabeti musicali, per i quali il concetto di ‘buona musica’ viene definito dal numero di copie vendute, scaricate o di passaggi in radio. Sanremo è Sanremo: nient’altro che questo.

ILA ROSSO, “SECONDO ME I BUONI”(INRI)

Secondo disco sulla lunga distanza per Ilario ‘Ila’ Rosso; torinese, classe ’76, Rosso aveva già attirato le attenzioni della critica col suo precedente lavoro, “Bellapresenza”, prodotto da Cristiano Lo Mele e Gigi Giancursi dei Perturbazione, che Rosso ha accompagnato in varie date del tour 2012, avendo così modo di farsi conoscere anche dal pubblico.

“Secondo me i buoni” si inserisce in quel filone del cantautorato italiano ‘serio-ma-non-troppo’, pronto a riflettere sulle storture del mondo che ci circonda, ma sempre con un accenno di sorriso, a volte sarcastico, a volte semplicemente amaro.

Dodici brani che guardano alla nobile tradizione, citando di sfuggita De André o Dalla, ma anche a tempi più recenti: il gusto per il cambio di marcia e d’atmosfera, il costante attraversamento dei generi non può che ricondurre a Capossela, con tutti i debiti distinguo e sottolineando come Rosso non sia un semplice imitatore, ma cerchi comunque di dare un’impronta stilistica sufficientemente autonoma alle proprie composizioni.

Ballate folk, marce funebri in stile New Orleans, pezzi per piano e voce, pop ‘di classe’, qualche accenno rock sono i territori che Rosso attraversa nello scorrere del disco, dietro al microfono ed imbracciando la chitarra, mentre un manipolo di compagni di strada contribuisce ad ogni tappa con archi e fiati.

Vite instabili, indecise o semplicemente incompiute, vissute all’insegna di sogni più o meno irrealizzabili; esistenze ai margini, in cui il mondo viene filtrato dal vetro di una bottiglia o dalle sbarre di un carcere; una società sbandata, in cui l’azzurro del cielo è stato sostituito da quello di una maglia da calcio, dove domina l’ansia della competizione…a salvarsi, forse, sono giusto i puri di cuore o, in conclusione, i morti… e il cantante si mette in gioco in prima persona, riflettendo sulla totale mancanza di sicurezza insita nella scelta della professione, affidando i propri destini ad una ‘Canzone cafona’ probabilmente destinata ad avere più successo di qualsiasi brano ‘impegnato’.

Ila Rosso propone temi non nuovi in una veste forse non originalissima, ma comunque discretamente personale; lo fa il più delle volte col sorriso sulle labbra e con modi talvolta apertamente ludici e questo lo rende più gradevole di molti colleghi di ‘ultima generazione’ che sembrano raggiungere il successo solo imbracciando la chitarra e attaccando a lamentarsi…

Chi vuole, può ascoltare il disco qui.

 

FRAGIL VIDA, “PAPA’ HA DETTO CHE LA VOSTRA MUSICA E’ SCHIFOSA” (LA FABBRICA / AUDIOGLOBE)

Ai Fragil Vida di sicuro non manca l’autoironia: così un aneddoto che altri avrebbero volentieri dimenticato – un bambino che, beata innocenza, nel bel mezzo di un concerto sale sul palco e si impadronisce del microfono – la band emiliana fa invece nascere il titolo del suo quinto album.

Già, perché è parecchio che i Fragil Vida sono in circolazione: dal 1997 per la precisione: un progetto anagraficamente quasi maggiorenne, ma che la maturità tecnica e stilistica l’ha raggiunta da un pezzo, tra cambi di formazione, innesti aggiuntivi ed un percorso che li ha portati a concentrarsi sulle loro performance dal vivo, dove la componente scenica e teatrale ha acquisito un peso molto simile a quella squisitamente sonora.

Per questo, parlare dei Fragil Vida solo per la loro musica potrebbe risultare un po’ riduttivo… ma d’altronde è anche vero che quando un disco viene pubblicato, tende a ‘vivere di vita propria’… filosofia a parte, in questo loro quinto disco i Fragil Vida confezionano quindici brani che si aprono col ricordo del terremoto dell’Emilia e si chiudono con una lirica evocazione dell’alba; in mezzo, omaggi a De André e ad eroi loro malgrado come Vittorio Arrigoni, parentesi sentimentali, sguardi sulla società e spunti autobiografici, in un disco che dunque offre una gamma discretamente variegata di riflessioni.

Ampi anche i riferimenti sonori, a cominciare dal classico cantautorato italiano a certe sue commistioni con la canzone popolare, il folk, certe orchestrazioni da ‘banda di paese’, con effetti che sfiorano la giocosità circense, per arrivare al rock, genericamente inteso: è il frutto di un ensemble musicale il cui nocciolo, costituito dai fratelli David e Daniele Merighi e da Diego Gavioli, è attorniato da un manipolo di collaboratori, costanti od occasionali, a comporre formazioni ‘variabili’, in cui a fianco dei consueti chitarra, basso e batteria, si trovano tastiere e fiati, occasionalmente qualche arco.

 

L’esito è quindi un disco più che mai vario per suoni, suggestioni e temi trattati, che riesce così a mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore e che si mantiene su livelli più che dicreti, senza palesi passaggi a vuoto. Insomma, checché ne dica qualcuno, la musica dei Fragil Vida tanto shifo non fa… e se proprio non dovessero piacervi, beh, non lamentatevi, del resto il titolo del disco vi avrebbe dovuto mettere in guardia…

Comunque, per chi volesse risolvere la questione, il disco lo si può ascoltare qui.