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INDIVISIBILI

Daisy e Viola sono due gemelle. Siamesi, attaccate al fianco.
Girano, cantando, per la Campania, per lo più nella provincia di Caserta: Comunioni, matrimoni, etc…
L’incontro fortuito con un medico le rende consapevoli di poter essere separate, senza troppi rischi: Daisy è la più determinata delle due, ansiosa di vivere tutte le esperienze che una vita ‘in comune’ con la sorella le nega e probabilmente le negherà; più titubante Viola, in fondo spaventata dalla prospettiva della separazione.
Le due incontreranno l’opposizione di una famiglia che campa su di loro, sfruttandole come un fenomeno da baraccone, a partire da un padre – padrone senza scrupoli e da una madre perennemente ‘fatta’, ma consapevole e rassegnata al fatto che alla fine il momento delle domande e della ‘presa di coscienza’ sarebbe arrivato.
Seguirà una fuga nel corso della quale le gemelle incontreranno prima la ben poca comprensione di un parroco, più simile a un boss della Camorra che a un ‘uomo del Signore’, anche lui interessato a sfruttarle come una sorta di ‘sante miracolate’, per poi cadere nelle mani di un torbido impresario…

Una ‘favola nera’, recitata in dialetto (il fim è sottotitolato in italiano) raccontata da Edoardo De Angelis, qui alla terza regia, dopo “Mozzarella Stories” e “Perez”, assieme, su tutti, a Nicola Guaglianone, autore anche del soggetto e che si conferma come una delle firme emergenti più interessanti del cinema italiano, considerato che è stato tra gli artefici di quel capolavoro di ‘cinema di genere’ che è stato “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Le gemelle Fontana (Angela – Daisy e Marianna – Viola) occupano la scena dall’inizio alla fine, con efficacia, punte dell’iceberg di un cast in cui si distinguono Massimiliano Rossi, il padre – padrone più che mai detestabile e Gianfranco Gallo, nel ruolo del prete più vicino ai ‘Don’ della malavita che non a quelli di Santa Romana Chiesa.
Antonia Truppo (vista proprio in “Lo chiamavano Jeeg Robot”) conferma le proprie doti interpretando una madre borderline.
Un film che riecheggia il Ferreri de “La donna scimmia” (non a caso, il lascivo impresario interpretato da Gaetano Bruno si chiama proprio Marco Ferreri) e certe oniriche atmosfere lynchiane, con Pinocchio a fare da nume tutelare.

Una bella sorpresa: un film insolito, capace di strappare qualche risata, con momenti di commozione e qualche svolta improvvisa, che potrebbe spiazzare, commentato dalle splendide musiche di Enzo Avitabile.
Uno dei ‘film dell’anno’, almeno per il cinema italiano.

MULHOLLAND DRIVE, “LA MISURA DELL’EQUILIBRIO” (PAGINA3/FARMSTUDIO FACTORY / AUDIOGLOBE)

Nati un paio di anni fa, gli umbri Mulholland Drive tagliano il traguardo del primo lavoro da studio, fregiandosi della collaborazioni, tra gli altri, di Paolo Benvegnù.
Il quartetto mescola una spiccata indole cantautorale (le parole appaiono sempre avere un certo risalto rispetto ai suoni) a sonorità rock cui certe frequenti abrasioni conferiscono non di rado tinte indie, con qualche accento new wave; non viene comunque tralasciato il lato melodico della questione, che anzi viene sempre cercato con una certa insistenza. L’insieme strumentale è abbastanza classico: ai canonici chitarra-basso e batteria si affiancano le presenze del piano e di qualche effetto ‘d’ambiente’, altrettanto consuete per queste occasioni, con funzione di ‘riempimento’ e di ‘arricchimento emotivo’.

“La misura dell’equilibrio”, dice il titolo: equilibrio rispetto ad una realtà che non piace: conflitto con un mondo circostante in cui una società all’insegna del ‘controllo’, sembra tirare fuori il peggio delle persone; conflitto non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno: non si sta bene con gli altri, ma forse nemmeno con sé stessi.
La soluzione allora, è la ‘fuga’, o meglio, la ricerca di momenti di ‘astrazione’: parentesi di autentica comunione con la natura, fughe nei sentimenti, vissuti o anche solo ‘ricordati’, scappatoie nell’immaginazione, in territori onirici: non a caso sia il titolo del disco che quello di uno dei pezzi omaggiano David Lynch, il cui cinema si svolge costantemente in territori indistinti a cavallo tra realtà, sogno immaginazione.
Un esordio che può convincere, pur con qualche limite e l’impressione che la band debba ancora focalizzare del tutto il proprio stile.

Chi vuole, può ascoltare qui.