Posts Tagged ‘Daniele Silvestri’

LATLETA, “MIRAGGI” (LABELLASCHEGGIA / LIBELLULA MUSIC)

‘Latleta’ perché i tempi non sono esattamente facili e bisogna avere forza e resistenza; disciplina, anche, nel ‘fare musica’, attività che può dare molto a patto di dare molto, se si può passare il gioco di parole.

Latleta è il nuovo progetto di Claudio Cosimato, già ‘Vittorio Cane’; i ‘Miraggi’ sono oggetti, obbiettivi, relazioni del quotidiano, che magari si rivelano effimeri e a guardarci attraverso rivelano ‘altro’.

Forse non è un caso che, al di là della passione conclamata per synth, tastiere e quant’altro a cavallo dei ’70 e degli ’80, si siano scelte sonorità molto legate a quel periodo, giudicato spesso il trionfo dell’effimero del pop elettronico.

C’è un che di dissonante, in questi dieci pezzi che abbinano sonorità da successo estivo a testi che guardano con aria disincantata ciò che ‘gira intorno’, con toni sommessi, a tratti addirittura quasi annoiati (qua e là si avverte qualche somiglianza con Daniele Silvestri).

Una vaga, costante, sensazione di straniamento che può affascinare.

CLAUDIA CESTONI, “LA CASA DI CLAUDIA” (THE SOUND OF VIOLINS)

Il disco d’esordio della cantautrice romana Claudia Cestoni è il classico ‘snodo’: allo stesso tempo, primo capitolo della propria discografia e punto di arrivo di una ‘gavetta’ che l’ha vista finora calcare i palchi della scena capitolina e non solo.

Un disco ‘cantautorale’ abbastanza ‘tipico’, si potrebbe dire, senza che ciò assuma una connotazione negativa: undici brani nei quali la cantante dà voce a dubbi alle proprie riflessioni, che sembrano girare soprattutto attorno al passare del tempo (Il tempo che passa) il confronto col proprio sé del passato (La casa di Claudia), il cambiamento inevitabile dovuto alla vita ed alle esperienze (Alice va in vacanza). Una riflessione sul sé che si estende anche al mettersi in discussione (Monet) e alla presa di coscienza e accettazione dei propri limiti (La Resa), mentre non manca la tematica sentimentale (Profumo d’incenso, Ritratto d’autunno, Ti prometto che).

Spazio anche per un brano interamente strumentale, mentre l’apertura – non a caso intitolata L’incipit – è affidata alla recitazione di Niccolò Agliardi, mentre il disco si fregia della produzione e dei suoni del violinista Andrea di Cesare, già collaboratore di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Carmen Consoli; il lavoro è saldamente ancorato al binomio chitarra – voce, spesso con accenti rock, arricchiti da suggestioni folk e da parentesi di pop dai tratti eleganti.

Claudia Cestoni interpreta con personalità un disco caratterizzato da umori per lo più riflessivi, arricchiti da un lato da qualche fiammata e dall’altro da momenti di spiccata dolcezza.Un esordio che convince, dando l’idea che la cantautrice romana non abbia ancora scoccato tutte le frecce a sua disposizione.

 

NON HO GUARDATO SANREMO…

… o meglio, ho solo visto le impagabili esibizioni di Elio  E Le Storie Tese, e qualcosa di contorno, ad esempio il moscissimo Crozza e il discreto Bisio… ma per il resto, poco o nulla, per vari motivi: il primo è più importante è che da tempo non sopporto Fazio e il suo buonismo ecumenico… da quel poco che ho visto, il Festival è stato perfettamente in linea con lo stile televisivo di Fazio: cultura e popolare, ‘alto e basso’ mescolati in maniera un pò ‘paraventa’, con quel pizzico di ‘temi sociali’ messi lì, perché Sanremo è ‘lo specchio dell’Italia’ e quindi anche un pò di impegno ci vuole… Che poi Fazio quando era stato chiamato per il compito aveva strombazzato a destra  e manca che non avrebbe fatto un Sanremo all’insegna dei ‘talent’ e poi guarda caso i talent gli sono rientrati dalla finestra  e hanno pure vinto…  Sul blog della brava Smilepie leggevo poco fa il riepilogo delle ultime vittorie con tanto di piazzamenti sanremesi: nelle ultime cinque edizioni, il trionfo del ‘talent’: Carta, Scanu, Emma, Mengoni… l’unica eccezione la vittoria di Vecchioni nel 2011 (e non parliamo delle piazze d’onore). Purtroppo è ciò che vuole il pubblico, non c’è ‘giuria di qualità’ che tenga, dato che per dire Elio E Le Storie Tese sono arrivati secondi solo perché pompati dalla stessa giuria: il loro è un brano che al grande pubblico sembra ‘caruccio’, ma nulla a che fare col ‘pathos’ (tra molte virgolette) di Mengoni; oltretutto, c’è da pensare che la stragrande maggioranza il senso di ‘La canzone mononota’ manco l’abbia del tutto capito, e comunque: vuoi mettere Mengoni… Che poi vabbè, quando ha interpretato Tenco è stato pure dignitoso… D’altra parte, da ormai vent’anni buoni siamo qui a chiederci a che serva Sanremo, visto che cambiando le formule il risultato raramente muta. E’ inutile pensare a un SuperSanremo col ‘meglio del meglio’, perché non succederà mai, visto che i ‘big’ raramente accettano di mettersi in competizione tra loro; è inutile pensare a un Sanremo all’insegna della qualità, perché in fondo per quella ci sono già il Premio Tenco o il Recanati. Il problema sta forse nel fatto che si spesso e volentieri si presenta Sanremo come lo ‘stato dell’arte’ della canzone (e spesso, per estensione, della musica) italiana, ma questo poi in effetti non è… Certo, non nego che alla fine a ben vedere gran parte del gusto sia accontentato: ci sono i talent, c’è la canzone ‘nazional-popolare’ (quest’anno rappresentata -nomen, omen – da Maria Nazionale), ci sono i ‘cantatutori impegnati’ (ma viene da osservare che ormai i vari Silvestri, Gazzè o Cristicchi siano diventati degli habituè, dei tipici fenomeni sanremesi, come una volta erano Cutugno, Al Bano o Peppino di Capri), ci sono i classici gruppi che ‘non c’entrano un cavolo, ma che mostrano che in Italia c’è anche altro (Almamegretta, Marta Sui Tubi, che poi lo spettatore tipico sanremese si chiede dove sia Marta, visto che sono tutti uomini, chi sia Marta e soprattutto perché stia sui Tubi). Il tutto per poi giungere alla conclusione che da cinque anni il Festival è dominato dai talent show: il che secondo me costituisce un problema, perché alla fine tutto sommato Sanremo potrebbe costituire una di quelle occasioni in cui si può mostrare che in Italia non è che di cantanti si intende solo Maria De Filippi: oltretutto, Mengoni è forse trai pochi che si è costruito una carriera, ma di Scanu e Carta, per dire, non si sa più nulla da tempo; è chiaro che il problema è più generale, e nasce dalla solita questione che in Italia di cultura musicale ce n’è poca, con la conseguenza che a dominare il gusto sono appunto i cantanti fuoriusciti dai talent show televisivi: è dunque scontato che se a Sanremo porti i fuoriusciti dei programmi televisivi, questi vincano: Fazio non è né il primo nell’ultimo a declamare elevati intenti qualitativi per il suo Festival e poi cedere a ciò che viene imposto da logiche che con la qualità e la varietà della proposta musicale italiana hanno ben poco a che fare… E’ fin troppo facile notare che il Festival avrebbe dovuto vincerlo Elio, ma l’impressione è che senza il ‘solito’ colpo di mano della ‘giuria di qualità’ (nella quale non mancava gente che con la musica non c’entra nulla, come Paolo Giordano o Serena Dandini), ‘La canzone mononota’ non sarebbe arrivata manco tra le prime cinque. Discorsi già fatti e ripetuti tante volte: c’è tutta una scena ‘indie’ rock e cantautorale della quale Marta Sui Tubi sono solo l’apice che a Sanremo viene sistematicamente ignorata; non parliamo del metal, punk o reggae e loro derivazioni, che guai solo a nominarli; idem dicasi per l’hip hop: tutti generi che in Italia hanno il loro pubblico, manco tanto ‘di nicchia’, ma che guai a portarli a Sanremo… il discorso insomma è sempre il solito: sarebbe bello se Sanremo fosse veramente una ‘vetrina’ per la musica italiana ampiamente intesa e un’occasione – visto che con le sue cinque prime serate consecutive sul principale canale televisivo della televisione pubblica italiana, peraltro sostanzialmente prive di controprogrammazione (e il motivo, pensando che negli ultimi anni chi ha vinto era spesso uscito dalle trasmissioni di Canale 5), rappresenta una situazione unica nel panorama televisivo italiano – per far conoscere anche altro a un pubblico che in fatto di musica è più o meno ignorante. Il problema è che se chiami i reduci dai talent la questione è chiusa perché tutta l’attenzione è calamitata da loro e gli altri assumono il ruolo di comparse che vengono distrattamente notate…