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GRAN BAL DUB, “BENVENGUTS A BÒRD” (AUTOPRODOTTO / SELF DISTRIBUZIONE)

Secondo lavoro per il progetto creato Sergio Berardo, conosciuto soprattutto per il suo lavoro coi Lou Dalfin e Madaski, poliedrico musicista con un’interminabile lista di esperienze all’attivo, a comInciare da quella, storica, con gli Africa Unite.

I due sono a capo della folta ciurma di un’ideale ‘aereo pirata’, una band(a) sbandata, forse più interessata a ‘far casino’ e bisboccia che non ad arrembaggi e razzie, mentre la ‘nave volante’ sorvola le terre dell’Occitania…

Giova infatti ricordare che i Gran Bal Dub si esprimono nella lingua d’Oc, portando avanti la tradizione millenaria delle terre al confine tra Francia e Piemonte; tradizione di parole e di suoni, attraverso il recupero di strumenti tradizionali – ghironde, corni, dulcimer tra gli altri – affiancati a fiati, archi, fisarmonica, banjo, ukulele, ‘addensati’ dal ricorsi alle sonorità sintetiche del dub, con una consistenza ‘liquida’ e dilatata, ma che in più di un episodio alza il ritmo, sfociando talvolta in serrati ritmi da dancefloor.

Il risultato è un viaggio rumoroso e sguaiato, con tanto di cori da taverna, 12 pezzi (4 dei quali sono brevi intermezzi) dai colori sgargianti, all’insegna dell’improbabile quanto riuscito matrimonio tra il folk delle feste di Paese e i ritmi delle serate dub.

TRUEMANTIC, “TRUEMANTIC” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per il progetto del compositore e produttore Toto Ronzulli.

Siamo in pieni territori elettronici, in in lavoro quasi del tutto strumentale, all’insegna di un’ampia varietà di panorami: riferimenti all’elettropop degli anni’80 e alle derivazioni più ‘oscure’ dello stesso periodo; un occhio ai ‘classici’ degli anni ’70, qualche rimando ai ‘dancefloor’ dei ’90 (vedi il compianto Robert Miles), spore del ‘glitch’ del primo scorcio del nuovo secolo.

L’esito coinvolge e a tratti affascina: un lavoro reso dinamico dal costante cambio di clima e scenario, tra movimento e riflessione, parentesi più aggressive e frangenti più rarefatti, con momenti in cui prevalgono atmosfere cinematografiche.

L’elemento vocale è presente solo in uno degli undici episodi presenti, altrettanto occasionale l’intervento di fiati, archi, chitarre, curate dal manipolo di strumentisti giunti a dare una mano.

Nato per stessa dichiarazione dell’autore dalle suggestioni dei paesaggi incontaminati della città di origine Margherita di Savoia, “Truemantic” trova forse proprio nella ‘verginità’ di quegli scenari, non ancora stravolti dall’urbanizzazione, il significato ultimo della crasi tra ‘true’ e ‘romantic’ che ne compone il titolo: il romanticismo della verità o la ricerca come ultimo gesto romantico, in un lavoro la cui fascinazione risiede proprio nell’idea di creare e ascoltare sonorità sintetiche, tipiche dell’età (post)industriale, scaturite dalla suggestione di un paesaggio quasi primitivo.

MACHWEO, “MUSICA DA FESTA” (FLYING KIDS RECORDS)

A poco più di vent’anni (classe ’92) Machweo – al secolo Giorgio Spedicato – si è già affermato come uno dei nomi più interessati dell’elettronica ‘danzereccia’ italiana, in un percorso che l’ha portato a ottenere ottimi riscontri in Italia e all’estero, dai palchi fino al mondo della moda: quello che finora è il suo maggiore successo, il singolo Tramonto, è stato scelto da Vogue come colonna sonora del video di presentazione della collezione 14/15 di Diesel.

Dopo aver pubblicato due Ep e un primo lavoro sulla lunga distanza, Machweo torna con un nuovo full length, omaggiando stavolta la ‘club culture’ degli anni ’90: un ‘età dell’oro’ che il nostro non ha potuto vivere in presa diretta: sia per ovvi motivi anagrafici, sia perché, essendo sempre vissuto in provincia (sia al sud che oggi al nord, risiedendo a Carpi), quel mondo l’ha sempre sentito raccontare, visto da lontano, filtrato attraverso i racconti di altri.

“Musica da festa” diviene così il racconto di un passato non vissuto, e dunque in buona parte mitizzato: il titolo riecheggia ricordi infantili, ragazzini che cercano di imitare i più grandi raccogliendo le loro briciole sonore e facendole girare durante le feste di compleanno, magari… La ‘club culture’ vissuto dentro casa… e, lungo il percorso compiuto dal compositore, poi rivissuta, attraverso il riascolto di quei suoi, o gli scampoli presenti su Youtube (negli anni ’90 Internet era cosa da professionisti e pochi e eletti, non certo canale per diffondere riprese video della qualsiasi).

Si parte dai più noti Sabres of Paradise nome celeberrimo di quella scena, tanto da non risultare del tutto sconosciuto, anche solo per sentito nominare, anche ai non cultori del genere per costruire un disco in cui suggestioni, riferimenti, radici, risulteranno chiari soprattutto ai più abituati a certe sonorità; a questo punto, io devo fermarmi, non avendo mai approfondito il genere; mi limiterò ad alcune osservazioni, in ordine sparso dodici brani presenti si dividano in parti pressoché uguali tra composizioni lunghe (del resto si tratta di musica da dancefloor) che spesso e volentieri sforano i sei minuti di durata, e brevi intermezzi ‘di alleggerimento’, talvolta semplici interferenze, distorsioni, il ritmo di un treno; come l’elemento vocale sia praticamente assente – ad eccezioni di isolati campionamenti e dell’intervento, nel pezzo conclusivo, dell’eterea Costanza delle Rose; la singolare citazione in uno dei titoli, della meteora calcistica Taribo West.

I suoni si snodano all’insegna dei classici ritmi insistiti, ma sottolineerei come in più di un episodio si avverta un certo senso della melodia che rende i pezzi qualcosa di diverso da certe composizioni che a volte possono apparire ossessive, del tutto inseparabile dal contesto di un’inesausta notte da club, mentre in altri capitoli sembra di assistere alla discesa in vischiosità magmatiche, a viaggi in profondità siderali.

Certo, “Musica da Festa” è e rimane un disco di ‘dance’, e come tale completamente godibile soprattutto dagli abituali frequentatori del genere; per tutti gli altri, può essere l’occasione di ascoltare qualcosa di diverso, di una gita occasionale in territori sonori inesplorati.

ONO, “SALSEDINE” (AUTOPRODOTTO)

L’intento – più o meno dichiarato – è quello di spogliare l’elettronica della sua presunta freddezza e ‘fissità’, attraverso un’attitudine all’insegna dell’immediatezza; obbiettivo non nuovo, per gli Ono, quartetto che nel suo esordio sulla lunga distanza amplia quanto già presentato in un EP pubblicato lo scorso anno, aggiungendo ai cinque pezzi originari altri sei brani nuovi di zecca.

Elettronica, dunque, variamente declinata: tra parentesi che evocano – seppur alla lontana – certe colonne sonore anni ’70, dilatazioni che lambiscono l’ambient, vaghe suggestioni trip hop, allusioni flirt accennati con quello che qualche anno fa veniva definito ‘elettroclash’; mentre sottotraccia scorre, costante, un certo appeal da dancefloor, attuale o un filo vintage.

Synt e tappeti elettronici che si sposano con la vivacità delle chitarre, il pulsare avvolgente del basso, la forza – contenuta – delle percussioni.

Il vero tratto distintivo è però l’interpretazione vocale, peraltro inizialmente non prevista e aggiunta dal vivo dal cantante Cesare Barbieri: più vicina al parlato che non a un cantato vero e proprio, con esiti dal retrogusto rap / hip hop: parole che si affastellano, con un’indole in cui spesso si mescolano rabbia e sofferenza, a interpretare testi che disegnano un percorso, una sorta di ‘riassunto esistenziale delle puntate precedenti’ dall’infanzia all’età adulta: dalle estati trascorse al mare o in campagna, alle notti passate in discoteca.

Undici pezzi (con l’aggiunta di una ghost track, un frammento di ‘cazzeggio’ in studio), in cui le onde del ricordo si accompagnano ad una pioggia di riferimenti e citazioni: da Orazio a “Guerre Stellari”, da George Perec a Salinger.

“Salsedine” riesce a presentare in maniera discretamente originale e con uno stile abbastanza personale idee forse non originalissime: ma l’attitudine appare quella giusta, i risultati sono in più di episodio convincenti, sia nei suoni, decisamente coinvolgenti, sia nei testi che con la loro sofferenza di fondo creano un efficace contrasto.

Le premesse appaiono positive: vedremo se gli Ono avranno la possibilità di trasformarle in promesse mantenute.

CANI GIGANTI, “BRAIN CONFUSION” (51BEAT)

Dopo un primo lavoro registrato dal vivo, i Cani Giganti tornano con questo esordio da studio, in parte fondato sulla rielaborazione delle registrazioni dal vivo del trio.

Siamo nel settore dell’elettronica, quella più orientata a scenari techno e da dancefloor, non a caso il disco esce per la 51beats, etichetta che negli ultimi tempi di è distina per dinamismo e iniziativa nella diffusione del genere.

Otto tracce (l’ultima delle quali è un remix della title track) che spesso e volentieri superano i cinque minuti di durata, in un paio di casi ampliandosi verso gli otto-nove, per un disco, che sgombrando subito il campo da equivoci, è difficile ascoltare, nel chiuso di una stanza, ambiente d’ascolto evidentemente poco indicato per un lavoro spesso e volentieri ‘ballabili’, più adatto agli ampi e affollati spazi di qualche locale. Synth e samples dominano la scena, accompagnati da drum machine, distorsioni ed effetti vari.

L’ascoltatore meno avvezzo al genere sarà messo a dura prova sopratutto dai brani più lunghi e ripetitivi, ai confini dell’ipnosi, tuttavia va comunque sottolineato come anche per chi raramente frequenta questi territori, “Brain Confusion” possa offrire qualche spunto d’interesse.

Qua e là infatti fanno capolino suggestioni che riportano alla scuola teutonica (leggi, ovviamente, Kraftwerk & Co.), o profumi industriali, mentre in qualche altro frangente diverte una certa attitudine ludica (come nei campionamenti del vecchio Grillo Parlante della Texas Instruments utilizzati in Turkey= Tacchino), cui si aggiunge qualche parentesi in cui si lambiscono territori ambient.

Un lavoro sicuramente consigliabile agli amanti del genere, ma che merita un ascolto anche da parte di chi non è solito percorrere queste strade.

BOXER THE COEUR, “NOVEMBER UNIFORM” (TROVAROBATO)

Boxeur The Coeur, ovvero: il nuovo progetto di Paolo Iocca, che va ad aggiungersi a un curriculum che nel corso degli anni ha incluso, tra gli altri, Franklin Delano e Blake/e/e/e per arrivare all’attuale ‘militanza’ negli …A Toys Orchestra.

Ad aiutarlo in questa avventura, un nutrito gruppo di ospiti, tra iquali spiccano Iosonouncane e Shannon Field, che di November Uniform è anche co-produttore. Il risultato è un affascinante insieme di elettricità, acustica ed elettronica, che non si preoccupa di svariare in lungo e in largo attraverso un’ampia varietà di suggestioni: il filo conduttore potrebbe essere quello di una certa inclinazione alla psichedelia, tendenza ad atmosfere rarefatte (talvolta algide), evidente fin dall’incipit nel quale si intravede un retrogusto à la Flaming Lips; sull’alto piatto della bilancia, il frequente ricorso all’elettronica propone esiti vicini ai ’90 (Essay on holography, leggi alla voce: Primal Scream,), ma che in qualche frangente sembrano ricondurre a suggestioni risalenti ai teutonici seventies. Sprazzi orchestrali (coinvolgente, pur se un tantino ammiccante A minimal anthem), momenti che vertono verso un synth-pop più ‘easy’, il frequente uso del piano a conferire maggiore intensità emotiva ai brani.

Un disco che si lascia ascoltare, agile nella sua brevità (trentacinque minuti circa la durata), efficace nel tenere sulla corda l’ascoltatore nei suoi frequenti cambi d’umore.

LOSINGTODAY