Posts Tagged ‘Daft Punk’

SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

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FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.

SIN/COS: PARALLELOGRAMS (ANEMIC DRACULA / SANGUE DISKEN)

Di Maolo Torreggiani si può dire tutto, eccetto che sia privo di fantasia e voglia di affrontare nuove sfide: alcuni lo ricorderanno, qualche anno fa, protagonista del progetto My Awesome Mixtape, che aveva suscitato abbastanza rumore tra gli appassionati della scena ‘indipendente’ italiana… poi, pur non lasciando del tutto definitivamente il mondo dei suoni, Torreggiani sceglie altre ‘esperienze sensoriali’ e si dà alla cucina, anche con un certo successo; successivamente, lo troviamo alle prese con sonorizzazioni cinematografiche ed ora eccolo tornare con questo nuovo progetto musicale, accompagnato da Vittorio Marchetti (Altre di b, Obagevi), con la coproduzione di Lorenzo Nada.

Un diario in dodici tappe a ripercorrere vicende realmente vissute, come sottolinea lo stesso autore, factotum del progetto, occasionalmente coadiuvato da qualche ospite, espresso attraverso quella che appare la ricerca di una via ‘sofisticata’ al pop sintetico recentemente portato alla ribalta da quelle macchine da classifica che rispondono al nome di Daft Punk.

“Parallelograms” appare in gran parte giocato su una costante eleganza formale, che fa a meno di ammiccamenti, effenti roboanti, ritmi forzatamente piacioni, per abbracciare piuttosto una dimensione raccolta, intima, soffusa, in fondo la più adatta al racconto di vicende personale, in cui si sconfina in territori ambient e si spargono sui brani spezie scricchiolanti dal sapore ‘glitch’.

L’esito, all’insegna di una costante rarefazione e dilatazione appare contrastato: suggestive le atmosfere, apprezzabile il tentativo di dare alla formula usata una certa ‘compostezza’, tuttavia nel corso del disco si fa strada l’impressione di una certa monotonia, appesantita dal ricorso costante ad un cantato ‘robotico’ filtrato elettronicamente, che alla lunga finisce per stancare; col procedere dell’ascolto si fa sempre più impellente la necessità di un cambio di marcia, di clima, di ritmo, che però non arriva mai… si fanno allora gradire soprattutto quei due – tre episodi in cui ad arricchire la consistenza elettronica dei suoni giunge un violino (quello di Federico Spadoni, ex compagno di strada nei My Awesome Mixtape), o è l’eterea voce di Laura Loriga (Mimes of Wine) a rompere lo schema del ‘cantato robotico’, portando una ventata di ‘vitalita’.