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SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

LOUISE NEVELSON

MUSEO FONDAZIONE ROMA – PALAZZO SCIARRA

FINO AL 21 LUGLIO. I GIORNI 6 e 7 LUGLIO INGRESSO GRATUITO

Poco conosciuta dal grande pubblico di casa nostra, Louise Nevelson è uno dei ‘grandi nomi’ dell’arte della seconda metà del XX secolo; uno status cui è assurta dopo una vicenda umana e artistica non sempre facile. Nata in Russia, ma trasferitasi giovanissima assieme a tutta la famiglia negli Stati Uniti, fino agli anni ’50 Louise Nevelson ha vissuto gli stessi problemi di tutte le donne artiste della sua generazione, costrette a farsi largo in un mondo tipicamente maschile e maschilista; solo nella seconda parte del secolo, con l’evoluzione dei costumi e il riconoscimento a livello globale della sua opera, l’artista è riuscita a superare certi steccati, raggiungendo anche una certa popolarità nella madrepatria, grazie alle sue amicizie nel mondo dello spettacolo e della politica che ne hanno fatto un volto conosciuto anche presso i ‘non addetti ai lavori’.

La mostra in corso (ancora per poche settimane), presso la Fondazione Roma, in quel di Palazzo Sciarra (percorrendo via del Corso, poco prima di Galleria Colonna per chi viene da Piazza Venezia) rappresenta dunque un’occasione più unica che rara per conoscere l’opera di una delle grandi voci artistiche del secolo scorso. Tuttavia, in questa ancor più che in altre occasioni del genere è d’obbligo sottolineare l’avvertenza tipica di questo tipo di mostre: non sperate di trovarvi di fronte ad opere ‘intellegibili’. Louise Nevelson riprende da un lato la lezione cubista e dell’altro quella dada-surrealista del riutilizzo di materiali e oggetti di uso comune in altro contesto: la sua opera si è perlopiù snodata attraverso assemblaggi in legno, composti di parti di oggetti di uso comune montati su pannelli e dipinti nella stragrande maggioranza dei casi in nero.

L’esposizione di Palazzo Sciarra non poteva così che riproporre questo concetto, mostrando una teoria di opere di varie dimensioni: il nero è il colore dominante, ma vi è spazio per qualche opera in bianco, oro o su cui è applicata la tecnica del collage; gli assemblaggi in legno riempono la stragrande maggioranza del percorso espositivo, ma vi è spazio anche per qualche scultura dal sapore ‘ancestrale’ (l’arte precolombiana è stata un’altra grande fonte d’ispirazione per l’artista), un pugno di disegni, un trittico di serigrafie.

Talvolta, le esposizioni di arte contemporanea hanno un ‘quid’ di attrattivo anche per chi non è ‘amante’ del genere: spesso le l’originalità delle ‘trovate’ e delle ‘invenzioni’, l’estro artistico sopperiscono alla sottile perplessità che accompagna costantemente la visione di certe opere; tuttavia, non è proprio questo il caso: anzi, viene da dire che l’esposizione si rivela veramente ‘utile’ soprattutto per chi i più avvezzi al ‘genere’, che quindi possono accettare di buon grado di trovarsi davanti ad una serie di opere attenzione ‘non tutte uguali’, ma che piuttosto usano tutte la medesima tecnica e i medesimi materiali, con l’ulteriore ‘appesantimento’ di un monocromatismo che alla lunga può stancare…

Per chi ha tempo e voglia, può comunque costituire un elemento non indifferente di attrazione il fatto che i prossimo 6 e 7 luglio l’ingresso sarà gratuito: un’opzione vivamente consigliata soprattutto a chi in genere non bazzica filoni artistici di questo tipo.