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MARVO MD, “MULTIVERSE 2: METROPOLIS” (THEDUSTREALM MUSIC)

Marvo MD, alias il romano Marco Lombardi: un primo EP uscito un paio di anni fa, seguito da un pugno di singoli e, in questo 2021, dal progetto ‘Multiverse’: la prima parte pubblicata in aprile, la seconda ora.

Il titolo a dire la verità sarebbe perfetto o quasi per una ‘saga’ di Superman; in realtà, qui i supereroi c’entrano poco, e le tre tracce che compongono il lavoro, all’insegna di un’elettronica dal respiro etnico che flirta volentieri con la dance, sono un breve e ampio giro del mondo.

Si parte con ‘Osaka’, che per le sue nuance, può riecheggiare Sakamoto, ma anche certe colonne sonore degli ‘anime’, si prosegue con la mediorientale Mokha (il titolo riprende il nome di una città dello Yemen), si conclude con eThekwini, pezzo ispirato alle origini dell’uomo e che come tale riporta un respiro africano.

Nonostante la brevità complessiva, tre tracce che si lasciano apprezzare soprattutto per il lavoro e la scelta delle sonorità percussive, oltre che di effetti che di volta ci portano in territori cyber, nel pezzo di apertura, sci-fi, come nella seconda traccia, o vagamente onirici, nella composizione conclusiva, in cui l’uso di cori tribali rappresenta l’unico inserimento di un elemento vocale.

MILDRED, “IL COLORE DEGLI INVERNI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo capitolo della biografia dei Mildred, quintetto proveniente dalla Sardegna, già questo degno di nota, viste le obbiettive difficoltà per chi vive sull’isola di far giungere la propria voce al di là del mare…

Dieci pezzi in cui fronte è l’impronta di certo alt.metal d’oltreoceano, mescolato a una ricorrente componente ‘sintetica’: l’esito è un continuo tira e molla, fatto di tensioni e rilassamenti, ‘stop and go’, rabbia anche urlata e parentesi più dimesse, anche all’interno dello stesso brano.

Un andamento sincopato che si accompagna a sonorità piene, con la matrice metal che, accompagnata alla componente elettronica, restituisce atmosfere post industriali, vagamente cyber.

La scrittura è immediata, arrembante, all’insegna di una classica urgenza comunicativa (in italiano) condita da qualche citazione (Benjamin Button, Figaro), il tutto al servizio del classico ‘noi contro il mondo intero’, nella ricerca di una propria realizzazione.

La confezione è comunque gradevole: i suoni si lasciano apprezzare, tecnica discreta così come la costruzione dei brani.

Giovani ‘metallari’ dei giorni nostri crescono.

UMAAN, “UMAAN”(AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Nato dall’incontro tra Marco “Ciuski” Barberis – già collaboratore di Ustmamò e Cristina Donà tra gli altri – con Sandro Corino, Valerio Longo e Diego Mariia, già precedentemente compagni di strada nei Julierave, il progetto Umaan giunge al traguardo dell’esordio discografico.

Undici brani all’insegna di un rock di matrice elettronica, dominata dai synth, debitore esplicito della lezione dei Depeche Mode, condito con i prevedibili ‘innesti’ portati dal filone italiano del genere: si avvertono qua e là ‘spore’ dei già citati Ustmamò o i Subsonica.

Lavoro che percorre sentieri che lo portano verso territori cyber, che non disdegna di concedersi momenti più dilatati e riflessivi o, all’opposto, di strizzare l’occhio al dancefloor, con episodi quasi ‘ballabili’. Una dimensione sonora alla quale si accompagna una scrittura dai tratti cantautorali.

Nome del progetto e titolo del disco già suggeriscono l’idea attorno alla quale gira “Umaan”: al cuore c’è il contrasto tra le sonorità elettroniche, che a tratti evocano panorami quasi algidi, di fredda automazione e l’idea di un ritorno all’umano, alla ricerca della propria essenzialità, spogliata delle complicazioni, spesso artificiose – e artificiali – dei rapporti umani di inizio terzo millennio.

L’idea ricorrente, che emerge dalle righe di presentazione dei singoli brani, di trovare il modo di guardare sé stessi ‘dall’esterno’ (attraverso lo sguardo proprio o altrui) per, in qualche modo, ritrovarsi e trovare il modo di superare i propri ostacoli esistenziali o le paranoie che portano a bloccare il proprio percorso di vita; senza dimenticare il lato sentimentale della questione, visto di volta come rassicurante, ma anche come leggermente ossessivo.

La scrittura talvolta forse risulta non del tutto ‘compiuta’, come se fosse stata lasciata ‘in sospeso’ per seguire l’analoga atmosfera di sospensione dei suoni e nel procedere del lavoro si avverte un po’ di ‘stanchezza’, ma nel complesso l’esordio Umaan appare abbastanza efficace.