Posts Tagged ‘cultura’

RAI: (NON) SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

La RAI ha compiuto nei giorni scorsi 60 anni di storia: alcuni hanno fatto notare che se si considera anche la radio, siamo a 90. L’evento ha offerto la classica occasione per le celebrazioni di rito, ricordi, etc… col solito piagnisteo di contorno su quanto fosse bella la RAI ‘educativa’ di un tempo rispetto ad oggi…  Eppure: ma siamo sicuri che la ‘RAI’ di una volta fosse tanto meglio di quella di oggi? Vogliamo proprio dire che un canale solo, in bianco e nero, fosse meglio dei 14 a colori di oggi? Certo, è vero che in 60 anni è successo un po’ di tutto:  è arrivato il colore, sono arrivati il secondo e poi il terzo canale, c’è stato l’avvento della tv commerciale, negli ultimi anni quello del digitale, la concorrenza di Internet. Va da sè che una maggiore quantità includa un fisiologico calo della qualità media dei programmi, ma allora mi dico: con un canale solo, 60, 50, 40 anni fa, ci sarebbe solo mancato che i programmi fossero pure brutti. Banalmente, il pubblico è cambiato, la tv è cambiata. La RAI forse ha mancato la sua reale occasione quando, con l’avvento della tv commerciale, ha scelto di partecipare alla ‘guerra degli ascolti’ invece che rafforzare la propria identità pubblica e di servizio; da quel momento è nata tutta una serie di problemi, paradossi, controsensi, a partire da quello, macroscopico, di un servizio pubblico pagato attraverso una ‘tassa sul possesso del televisore’, che poi però non si ritrae dall’accumulare lauti guadagni sulla pubblicità. Aggiungiamo poi la questione del ruolo della politica, diventata ancora più centrale negli ultimi anni quando al Governo è andata più volte una persona che già era proprietaria di altri canali televisivi… Si tratta di problemi di ‘sistema’, che traggono origine da certi caratteri tipici italiani, a partire da quello di non voler – volutamente – definire in modo chiaro le situazione per lasciare sempre porte aperte, scappatoie, corridoi… Tuttavia, al netto di questi problemi, che pure ci sono, e considerando che il destino dello stesso medium televisivo appare già segnato dall’avvento sempre più invasivo e preponderante dei contenuti di Internet, certe considerazioni malinconiche e all’insegna del rimpianto mi sembrano lasciare il tempo che trovano. La RAI di una volta era bella perché c’era solo quella e non c’era altro cui paragonarla… personalmente, faccio parte della generazione di coloro che da bambini hanno assistito agli ultimi giorni del bianco e nero, venuti su grazie ai cartoni animati gentilmente offertici dal sig. Silvio Berlusconi (bisogna starci, volenti o nolenti è così), e che devo dire? Già solo oggi, pensando alla RAI di qualche anno fa, con soli tre canali, viene tristezza;  la situazione, a dircela tutta, è ampiamente migliorata: credo si possa affermare senza sembrare enfatici che oggi la RAI propone programmi per tutti i gusti a tutte le ore, cosa che solo pochi anni fa non era possibile; la qualità, a volerla cercare, la si trova; per questo forse stare a rimpiangere troppo i bei tempi andati finisce per essere un esercizio fine a sé stesso, il tipico ‘si stava meglio quando si stava peggio’: no, grazie, per conto mio, si sta molto meglio oggi.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLE TASSE IN ITALIA

Come tanti altri temi, anche quello delle tasse in Italia è spesso mal posto, volutamente, tra l’altro… come ho scritto altre volte, l’onestà intellettuale non appartiene alla classe politica italiana ed è forse merce rara tra gli stessi italiani, ma in fondo probabilmente lo stesso discorso è valido anche altrove… Si dice spesso che ‘in Italia si pagano troppe tasse’… Non si spiega mai ‘troppe’ rispetto a cosa: in genere si intende ‘troppe rispetto al reddito’, ed è vero: in Italia una bella percentuale del reddito delle persone viene assorbito dalle tasse, il reddito disponibile diminuisce, i consumi si contraggono, la raccolta fiscale si riduce e di conseguenza si devono innalzare ulteriormente le tasse: è un circolo vizioso nel quale sono caduti sia il Governo Monti, sia, temo, anche il Governo Letta.

Tuttavia il problema è un altro: le tasse devono essere paragonate non tanto al reddito disponibile, quanto ai servizi che si ricevono in cambio, e questo lo dicono in pochi… Quando Padoa Schioppa disse: ‘pagare le tasse è bellissimo’, usò un’espressione infelice per esprimere un concetto giustissimo: pagare le tasse significa contribuire  a rendere disponibili quei ‘servizi’ cui i singoli cittadini, specie i meno abbienti, difficilmente, potrebbero accedere. Il problema nasce quando il ‘cittadino comune’, comincia a notare che le tasse pagate non producono servizi efficienti, o peggio vengono usate per ‘fare altro’; e in Italia, purtroppo, il nodo è proprio questo. Abbiamo una tassazione da Paese scandinavo con servizi da Terzo Mondo… escludiamo il sistema sanitario, che tutto sommato funziona; ma il resto? Diamo ogni anno badilate di soldi ai Comuni, e in cambio (almeno a Roma), otteniamo marciapiedi sporchi, strade piene di buche, asili nido inaccessibili, mezzi pubblici che passano ‘quando gli va’, e che in genere sono strapieni; non parliamo poi del trasporto pubblico per i pendolari… Aggiungerei un dato poco considerato: i cittadini romani sono costretti a ‘farla’ prima di uscire di casa, perché questa città è perlopiù priva di ‘bagni pubblici’: nella città dove sono stati inventati i ‘vespasiani’, se a uno gli ‘scappa’, deve tenersela, o magari pagare una consumazione al bar per poter usufruire del bagno… Temi ‘locali’, ma che si ripetono spesso su tutto il territorio e diventano nazionali;  e passiamo al nazionale: il sistema sanitario nazionale funziona, ma lascia scoperte grandi fasce di persone ‘svantaggiate’… pensiamo solo a chi è colpito dalle cosiddette malattie ‘rare’ o fortemente invalidanti come la SLA… Spesso chi ha un malato, o semplicemente un anziano fortemente invalidato a casa, deve arrangiarsi… Parliamo delle pensioni: a fronte di persone che devono cavarsela con 300 euro al mese, c’è chi di euro al mese ne becca 30.000 e passa, magari solo per aver occupato una scrivania; parliamo degli ammortizzatori sociali: se perdi il lavoro, meglio che accendi un cero… se il lavoro lo cerchi la prima volta, mettiti l’anima in pace perché lo Stato non ti aiuterà mai… Guardiamo il prelievo fiscale in Italia, guardiamo i Paesi dove il prelievo è analogo,confrontiamo la qualità dei servizi.. e poi traiamo le conclusioni.

C’è da stupirsi se poi gli italiani odiano il fisco e se vanno appresso al primo che gli promette di ridurre le tasse, non importa quali siano le conseguenze? Non credo… io stesso (che poi a ben vedere non sto messo ‘così male’), mi sto convincendo che al prossimo giro voterò per chiunque mi prometterà una riduzione fiscale… anche perché, diciamocela tutta, è vero che l’importante è mettere insieme pranzo e cena e avere un tetto, ma un’economia avanzata vive e dà lavoro anche coi consumi culturali (musei, cinema, librerie) o ricreativi (ristoranti, vacanze): un’economia ridotta alla sussistenza dall’austerity non va da nessuna parte.

Si dice che in Italia il problema è l’evasione: mah… oddio, è vero che in Italia si evadono le tasse, anche se a ben vedere la situazione sta peggiorando, perché all’evasione dei ‘furbi’ si aggiunge quella ‘per necessità’; è vero che forse in Italia c’è poco ‘senso dello Stato’, retaggio di un Paese che ha nel Comune la sua unità amministrativa storica, ma allora la soluzione è decentrare il più possibile la tassazione: del resto, più la tassazione viene gestita a livello territoriale, più è possibile individuare l’evasione… Negli ultimi anni invece il Governo centrale ha cominciato a tenere per se quote crescenti delle tasse destinate agli enti locali (leggi: IMU), i quali naturalmente invece di ridurre le spese, hanno pensato bene di aumentare le tasse locali, via più semplice e comoda… E’ vero che in Italia si evade tanto, ma riuscire a ricondurre quell’evasione nella legalità è difficile e complicato: spesso si pensa all’evasore medio come uno che semplicemente non compila l’UNICO o ignora le scadenze… In realtà, le cose stanno diversamente: l’evasore tipico è una persona che gode degli strumenti legali e finanziari per poter frodare il fisco, che magari intesta case, barche e quant’altro a società con sede nei paradisi fiscali… valli a cercà, buona fortuna; certo che se poi gli evasori li trovi, ma gli fai lo sconto, come ha fatto il Governo Letta nel caso dei gestori fraudolenti delle slot machine, riducendo la multa da 2,5 miliardi a 600 milioni di euro, viene da chiedersi se poi quella di combattere l’evasione si una volontà reale o solo uno slogan…

L’unica strada percorribile è quella di rivedere la spesa pubblica: si dice che 800 miliardi sono troppi, ma il problema è che non sono troppi, semplicemente, sono mal spesi: basterebbe mantenere la stessa spesa pubblica spostando le risorse, a cominciare dalle pensioni minime, dai fondi per la non autosufficienza e da un ‘reddito di cittadinanza’ attentamente modulato… C’è la volontà politica di farlo? No. La spesa pubblica italiana è alta perché la gestione delle risorse pubbliche è uno straordinario strumento di potere politico. Attraverso la spesa pubblica si possono ‘premiare’ gli amici e ‘punire’ i nemici, dare soldi a chi ti ha sostenuto in campagna elettorale e toglierli a chi ti si è schierato contro. Non parliamo poi delle ‘società partecipate’ degli enti locali, ‘mostri giuridici’ , doppioni delle amministrazioni locali, creati solo per dare poltrone a parenti e amici.Non parliamo delle società che gestiscono i servizi locali, anch’esse usate per dare lavoro a parenti e amici. Non parliamo della spesa dei partiti a livello locale (la cronaca ci dice che le ruberie sono lungi dall’essere finite, come dimostrano i recenti casi di Emilia Romagna e Liguria). Non parliamo dei soldi usati per garantire la sopravvivenza a giornali che non legge nessuno… Sono tutti esempi di spesa pubblica improduttiva e  ‘politica’. Poi magari riduciamo i posti negli asili, perché ‘non ci sono i soldi’.

C’è da meravigliarsi, dunque, se in Italia la gente ha poco senso dello Stato e odia il fisco, sentendolo come ‘vessatorio’? La colpa non è dello stereotipo dell’italiano ‘furbetto’… gli italiani ‘onesti’, ‘furbetti’ lo diventano per autodifesa, fermo restando che la stragrande maggioranza dei cittadini, lavoratori dipendenti e pensionati, le tasse non le potrebbero evadere manco volendo… e allora giù, a fare i conti ogni anno col bilancino, mentre lo Stato dà soldi a giornali che non arrivano mai in edicola, condona le multe sulle slot machine illegali e si permette il lusso di spendere soldi per caccia militari che resteranno ad arrugginire negli hangar…

DEL DEMENZIALE DIVIETO DEL PRESEPE

…o presepio (viene sempre il dubbio).
La situazione ha del ridicolo, se non fosse il segnale, da prendere molto sul serio, di quali ragionamenti comincino a circolare qui da noi. E’ormai qualche anno che puntualmente a Natale esce la notizia di qualche ‘genio’ che vieta di allestire il presepe presso scuole o altri luoghi pubblici, in forza di un malinteso concetto di ‘laicità’ o peggio di ‘multiculturalismo’: per non offendere i fedeli di altre religioni, insomma.
Ecco, questo è proprio l’esempio sbagliato di multiculturalità: si rinuncia alle tradizioni per non offendere nessuno. La scelta del presepe poi è demenziale: passi anche (con molti forse) per il crocifisso, che da alcuni può essere visto come un’immagine violenta, ma la Natività è la raffigurazione di una nascita, l’evento più normale del mondo… e aggiungo che presso l’Islam c’è un radicato culto della Madonna, oltre al fatto che i fedeli di quella religione considerano Cristo uno dei profeti più importanti del mondo.
Aggiungo un’altra cosa: l’apertura alle altre culture non può passare per l’azzeramento della propria; non è un ragionamento conservatore, non è questione di ‘superiorità’, ma penso che un popolo che conservi la propria tradizione sia più in grado di rispettare quelle altrui e sopratutto, di farsi rispettare.
Se gli immigrati che vengono in Italia si accorgono che noi teniamo così poco in conto la nostra cultura da abolire usanze plurisecolari solo per il timore di offendere qualcuno, beh, non credo che abbiano tanto rispetto di noi e di conseguenza delle nostre leggi; e tutto questo, attenzione, non vuol dire impedire a chi arriva qui di conservare le proprie, di tradizioni; anzi, credo che proprio in forza della conservazione del proprio patrimonio culturale si possano apprezzare che usanze altrui.
Il rischio, altrimenti, è di finire in una società priva di qualsiasi fondamenta culturale, che finirebbe per essere molto, ma molto fragile.

DOWNLOAD, CULTURA, LEGALITA’

La vicenda della chiusura di Megaupload, uno dei maggiori ‘portali’ per la condivisione di file video e musicali a livello mondiale e delle sue ‘filiazioni’ per la visione in streaming, mi fa tornare su alcune considerazioni già fatte in passato. Abbastanza banalmente, mi viene da pesnare come nel caso in specie la ‘libera circolazione della cultura’ c’entri poco, e molto di più il tutto abbia a che fare con il ‘vil denaro’: alla fine è tutta una questione di soldi, e quando finalmente verrà risolta la questione dei soldi, il problema verrà meno…

 Il punto dirimente mi pare il fatto che con i portali di cui si sopra ci sono persone che hanno fatto soldi a palate: credo che ciò che più dà fastidio a case discografiche, autori & co. non sia tanto il fatto che in rete girino copie della propria ‘arte’ che sostanzialmente non sono state pagate dai fruitori:  il problema  nasce nel momento in cui determinati portali la cui mission – ‘occulta’  magari da un punto di vista ‘legale’, ma evidente a tutti – è quella di distribuire file audio e video anche coperti da copyright, cominciano a  ‘fare i soldi’ con pubblicità (e mi chiedo: ma gli inserzionisti possono affermare di essere così ignari di partecipare un business illegale?) e abbonamenti: è a quel punto che le scatole si rompono definitivamente e si chiede un intervento.

Difficilmente riesco a vedere il ‘signor Megaupload’ come un  ‘paladino della libera circolazione della cultura e delle idee’; diverso il caso in cui qualcuno crea  delle reti per la condivisione, senza lucrarci su. Se vogliamo, è l’estensione globale di un discorso che, in diverse forme, si trascina avanti dagli anni ’80, quando le ‘doppie pastre’ degli apparecchi stereo cominciarono a consentire la duplicazione della musica: se qualcuno doppia un cd per degli amici, probabilmente infrangerà delle leggi, ma non credo sia ‘giusto’ che questo sia messo sullo stesso piano di chi mette su una ‘centrale di duplicazione’ con decine di masterizzatori e poi le copie illegali le vende per farci i soldi.

E’ difficile non fare di tutta l’erba un fascio ed è difficile distinguere… tuttavia: se qualcuno condivide online un film o un disco fuori catalogo da anni, quale danno procura all’autore e all’etichetta discografica? Sicuramente, non un danno economico, visto che quell’opera è comunque fuori dai circuiti commerciali… poi magari per uno di quegli strani fenomeni della rete, certi dischi e certi film tornano a circolare in rete e spingono chi nei ha i diritti a rimetterli in commercio… Le casistiche sono ampie: per quanto vi siano leggi che sanciscano certi comportamenti come illegali senza distinguere troppo, resta il fatto che mettere online del materiale per il puro gusto della condivisione e fare la stessa cosa per lucrarci sopra sono due comportamenti ben distinti; e, ribadisco, il ‘signor Megaupload’ non era certo un benefattore dell’umanità.

La chiusura di quei portali è stata comunque una mossa ad effetto e una bella ‘botta’: per quanto, credo, le ‘armate del filesharing’ stiano serrano i ranghi e presto passeranno al contrattacco ( per ogni  Megaupload obliterato, altri due sono pronti a prenderne il posto), ci vorrà qualche tempo prima di riuscire riportare online tutto quel materiale.  Le soluzioni sono, comunque, più vicine e semplici di quanto sembri, per quanto ‘ostacolate’ da certi elementi del sistema: è un fatto che grazie alle nuove tecnologie, chiunque può prodursi il proprio disco in casa e distribuirlo online: le case discografiche e le reti di distribuzione si avviano quindi a essere superate da un sistema in cui il rapporto tra l’artista e il suo pubblico è più diretto e meno mediato, con conseguente calo del costo delle ‘opere dell’ingegno’, rendendo più conveniente l’acquisto e quindi diminuendo l’appeal del download illegale; volendo prendere il toro per le corna, la soluzione è ancora più semplice: basta che le reti di filesharing e gli autori trovino un accordo per la compartecipazione ai ricavi di determinati portali, derivino essi dalla pubblicità o dagli abbonamenti.

La questione sta tutta lì:  a un artista può anche far piacere che le sue opere circolino, che persone che magari non ci avrebbero comunque speso un euro (ricordiamoci questo: l’appassionato se vuole veramente un disco lo compra originale; il download ‘pirata’ è riservato spesso a ciò che non si conosce, per ‘provare’ e non buttare via i soldi, o comunque riguarda materiale che a prescindere non si sarebbe comunque acquistato) vi accedano comunque; lo stesso artista, ha però, il diritto di incavolarsi allorché certi portali  si arricchiscano grazie alla distribuzione senza controllo della propria arte. Il punto sta tutto qui: alla fine, dietro i ‘principi’, le rivendicazioni di presunti ‘diritti’, etc… è sempre, e solo, una questione di soldi.