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LA GRANDE SCOMMESSA

E’ il 2005 quando l’ex medico, ora manager, Michael Burry (Christian Bale) uno di quei pittoreschi personaggi che possono permettersi di andare al lavoro in pantaloncini e ascoltare metallo pesante a tutto volume in ufficio, semplicemente leggedo pagine e pagine di dati, capisce che il sistema finanziario americano, basato sul mercato immobiliare, sta per essere spazzato via.
La scoperta lo condurrà a cercare il massimo profitto dalla ‘grande scommessa del titolo’: puntare sul fallimento del mercato in un momento in cui tutti pensano che questo sia solido e destinato a restare tale per molto tempo ancora.

La ‘scommessa’ di Burry, per quanto singolare e apparentemente bizzarra, attrarrà l’attenzione di un gruppo di personaggi che, anch’essi coinvolti a vario titolo nel mondo della finanza, finiranno anche loro per puntare tutto, o quasi, sulla catastrofe imminente: l’investitore con pochi scrupoli (Ryan Gosling); il ‘trader’ idealista, reduce da un grave lutto famigliare (Steve Carell) e i suoi collaboratori; due ‘giovani rampanti’ che si affidano ad un più esperto ex banchiere (Brad Pitt), che ha mollato tutto dandosi all’ecologismo.
Giunto il momento della verità, il cataclisma assumerà delle dimensioni tali, da far rischiare anche ai protagonisti di perdere tutto…

Adam McKay, fin qui noto soprattutto per la numerosa serie di commedie con protagonista Will Ferrell (tra le altre, i due Anchor Man e I poliziotti di riserva), mette in scena una ‘piccola guida alla crisi finanziaria globale’, mostrandoci come tutto si è generato e soprattutto come, a voler bene guardare, tutto sarebbe stato ampiamente prevedibile… o almeno, ci prova.
Il fatto è che la finanza contemporanea, anche per gli esperti del settore, è talmente complicata che riuscirla a spiegare in poche parole è impresa quanto meno ardua. Il regista ci mostra le vicende dei protagonisti (emblematica la sequenza in cui alcuni di loro si ritrovano in un comprensorio residenziale semiabbandonato: forse sarebbe bastato staccarsi dal computer e farsi un giro fuori per capire che il mercato immobiliare stava per collassare…), inserendo qua e là una sorta di ‘schede informative semplificate’, illustrate rispettivamente da Margot Robbie (attrice australiana di bel fisico e belle speranze), lo chef Anthony Bourdain e la stella del pop Selena Gomez.

Il tentativo è lodevole, tuttavia forse non sufficiente: certo lo spettatore riesce a comprendere a grandi linee quello che è successo, ma non tutto risulta chiaro… del resto, ancora oggi molti sedicenti esperti del settore ancora devono capirlo, cosa sia successo: prova ne sia che certi prodotti finanziari stanno lentamente tornando a intossicare il mercato.
La conclusione, amara, è che prima o poi tutto questo è destinato a ripetersi e che forse l’unico modo di salvarsi è leggersi tutti i giorni la pagina della Borsa (tra le righe) per cercare la prossima ‘grande scommessa’ e mettere insieme una vagonata di soldi… Il finale del film – e non a torto – suggerisce l’acqua come l’investimento sicuro del futuro…

Le vicende dei singoli si fanno seguire, si comprende alla fine di come il sistema finanziario americano fosse preda di una sorta di euforia, del tutto simile a quella che prende uno scommettitore quando imbrocca una serie di risultati consecutivi (e io so bene di cosa si tratti), che lo porta fatalmente a sottostimare i rischi e, quando arriva il momento della batosta, a prenderla bella grossa e in pieno. Si riflette, soprattutto, sul fatto che un sistema finanziario diventato così complesso e annodato su sé stesso, fosse sostanzialmente animato da persone spesso completamente prive delle più elementari competenze di base, provenienti da ambiti totalmente diversi e che alla fine riducevano il tutto alla vendita di certi prodotti lungo una sorta di catena nella quale puntualmente a restare col cerino in mano sono stati gli ultimi anelli nella catena mentre ai piani alti i veri responsabili del caos generato non hanno pagato e anzi si sono ritrovati meglio di prima… bella m***a.

Il cast di prim’ordine porta un più che discreto contributo alla causa: se Ryan Gosling svolge tutto sommato un compito di ‘ordinaria recitazione’, Christian Bale è efficace nel portare sullo schermo per l’ennesima volta un personaggio che ha delle difficoltà a relazionarsi col prossimo, mentre a offrire un’intepretazione di prim’ordine è proprio Steve Carell, sempre più lontano dalla comicità para-demenziale di un tempo e sempre più attore completo (come già dimostrato, lo scorso anno, in “Foxcatcher”).

Nota di merito per la colonna sonora e non solo per le sfuriate ‘metallare’ che commentano costantemente le vicende di Burry / Bale (e vabbè, con me si sfonda una porta aperta).

“La grande scommessa” non è un film facile, perché a non essere facile era la sfida di portare questa storia sul grande schermo: alla fine risulta una versione meno plumbea e più corrosivamente ironica di “Margin Call” di qualche anno fa (altro film che narrava i prodromi della crisi finanziaria globale), magari mescolata con “American Hustle”, col quale condivide la puntuale descrizione dello ‘spirito dei tempi’.
Un film da vedere, comunque, perché alla fine ci mostra come alla fine, buona parte dei ‘genii’ della finanza mondiale nelle mani delle quali siamo, anche se involontariamente, sia costituita da perfetti idioti.

Postilla: ho visto “La grande scommessa” all’Alcazar, per chi la conosce, una piccola sala in quel di Trastevere… con tutta probabilità, è stato anche l’ultimo film che abbia mai visto in questa sala, visto che il cinema a fine gennaio ha chiuso: la proprietà, alla fine, ha dovuto alzare bandiera bianca.
L’Alcazar si aggiunge così alla lunga lista di piccoli cinema che nel corso degli anni hanno chiuso a Roma: in ordine sparso ricordo quello che per tanti anni fu l’Esperia, poi diventato Roma, fallito dopo una breve gestione di Carlo Verdone; l’Induno (poi Sala Troisi); il Metropolitan…
Al Portuense, a un tiro di schioppo da dove abito io, resta desolatamente inutilizzato l’ex cinema Missouri.
Quando un cinema chiude, resta sempre un po’ di tristezza: specie se a chiudere sono quelle sale vecchio stampo, in cui alla cassa non c’è un vetro che sa tanto di stazione ferroviaria, in cui si va per vedere proprio ‘quel’ film e non a ca**o di cane per decidere in quale delle venti sale andare, tanto uno vale l’altro; in cui si va al cinema e basta, non pure a mangiare, comprare gadget o giocare alle slot machine; in cui, soprattutto, compri il biglietto e poi decidi tu dove ca**o sederti, senza che ci sia qualcun altro a deciderlo. A me il cinema piace così, le Las Vegas le lascio volentieri al pubblico caprone.
Purtroppo però, il pubblico caprone è la maggioranza, e quindi le Las Vegas imperano e i cinema – cinema chiudono. A Roma resistono il Greenwich, il morettiano Nuovo Sacher, l’Intrastevere, per certi versi il Quattro Fontane, il Reale, che dà pellicole ‘di cassetta’ dove nell’intervallo gira ancora l’omino delle patatine e dei gelati.
Un mondo che purtroppo va scomparendo, sostituito dalla cialtroneria delle multisale e dei nauseabondi bicchieroni extralarge di pop corn e bevande gassate, luoghi dove la gente va spesso senza manco un obbiettivo: “boh, andiamo lì e poi decidiamo”: un modo di andare al cinema che mi fa ribrezzo: io quando esco per andare al cinema so già cosa andrò a vedere e diciamo che ho già il ‘cervello predisposto’, alla commedia, al film d’autore, al cinefumetto o a quello che volete voi; uscire dal cinema e fare due passi a Testaccio o Trastevere anziché trovarmi in mezzo al nulla, o quasi.
L’Alcazar chiude; io ci andavo una – due volte l’anno; sarei potuto andare più spesso, contribuire a salvarlo? Forse si, ma io mi sento già di contribuire al ‘cinema che mi piace’ cercando di evitare il più possibile i luna park; ma questo evidentemente non basta, rispetto ad una maggioranza di spettatori che si è lasciata sedurre senza batter ciglio dalle luminarie, dai lustrini, dagli ampi parcheggi e dalla robba da magnà.

ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERNAZIONALI: IL MALE ASSOLUTO

A prescindere da come andrà a finire la vicenda greca, credo che ormai non si possa più tacere il fatto che oggi, a livello mondiale, il ‘Male Assoluto’ sia rappresentato dalle cosiddette ‘istituzioni finanziarie internazionali’: alla fine, negli ultimi anni hanno fatto più danni loro che l’ISIS: certo l’ISIS ha fatto scorrere sangue e distrutto monumenti, ma le ‘istituzioni’ con le loro politiche hanno portato alla distruzione delle vite di milioni di persone.

 

IL PESO MONDIALE DELLA NON – DEMOCRAZIA

Il problema è quello insito in ogni istituzione sovranazionale priva di qualsiasi legittimazione democratica e resa nel contempo indipendente dai Paesi che la compongono.
Cerco di essere più chiaro: le istituzioni internazionali sono formate da Stati; nel corso degli anni, con l’obbiettivo di garantire la loro indipendenza dai singoli interessi nazionali, si è data loro una capacità di agire progressivamente sempre più ampia e priva di vincoli. Apparentemente, garantire l’indipendenza e la libertà di azione di un’istituzione internazionale è una cosa positiva… tuttavia, il positivo diventa negativo quando proprio quell’indipendenza permette poi all’istituzione di intervenire, più o meno senza vincoli, sulle politiche economiche – e per estensione, sociali – dei singoli Stati.
Quando a tenere i ‘cordoni della borsa’ di una buona parte delle Nazioni del mondo – specie quelle in crisi o in via di sviluppo, sono certe organizzazioni internazionali, il risultato è prevedibile: non siamo di fronte a ‘benefattori’, non si prestano soldi ad un Paese in difficoltà, così, semplicemente, dicendogli: ti presto soldi per permetterti di rialzarti, quando stai messo meglio me li restituisci.
La questione è più complicata: le istituzioni prestano soldi, ma in cambio impongono vincoli – le cosiddette ‘riforme strutturali’ – che di fatto condizionano pesantemente le politiche economiche dei Paesi creditori.
In questo modo, in sintesi, le organizzazioni internazionali intervengono sui programmi di Governo dei Paesi creditori; di conseguenza, una buona parte del voto democratico in questi Paesi viene privato di effetti: il cittadino vota un programma di Governo, ma poi quel programma potrebbe non essere rispettato, a causa delle misure imposte dall’alto.

 

IL CASO GRECO

La questione greca è a questo punto dirimente; attenzione, per chi non lo sapesse, l’economia greca non sta messa così male: è anzi ricominciata a crescere, trainata da settori storici come turismo e marina mercantile; le cose in Grecia dallo scorso anno hanno ricominciando a ‘girare’…
Certo, le casse statali non sono ancora messe bene.
La Grecia è come un lavoratore, in possesso di tutte le capacità di produrre un reddito adeguato alle proprie esigenze, che però si è messo nei guai, indebitandosi fino al collo per vivere al di sopra delle proprie possibilità; il problema è che i suoi creditori si sono rivelati degli strozzini, che invece di puntare sulle capacità del lavoratore di ripagare i propri debiti, gli ha già spezzato un braccio (con l’austerity) e ora minaccia di spezzargli pure l’altro (con le ulteriori richieste riguardanti tasse e pensioni). Chiaro che se il lavoratore si ritrova con entrambe le brazzia spezzate, non potrà certo continuare a lavorare, dovendosi indebitare ancora di più per poter campare.

E’ qui che sta il punto: se la funzione di un’organizzazione è prestare soldi, nel momento in cui i propri creditori diventano solvibili, la sua stessa ragion d’essere viene meno, quindi: le istituzioni creditrici non hanno alcun interesse a che le condizioni economiche dei Paesi debitori migliorino di quel tanto da non aver più bisogno di loro.

Il Governo Tsipras in fondo propone questo: dateci più tempo per pagare i debiti, magari riducetecelo il debito (in fondo, se avete prestato soldi a chi non era in grado di restituirli – e voi lo sapevate – è pure colpa vostra); i creditori internazionali invece sono arrivati a proporgli di dargli altri soldi subito, aumentando così il debito e vincolando sempre di più la Grecia alle politiche imposte dall’esterno: politiche all’insegna dell’ultraliberismo: mercato del lavoro – più o meno – deregolamentato, estensione dell’età lavorativa, riduzione delle pensioni e in generale ridimensionamento dell’intero apparato statale.

Ovviamente i cittadini greci hanno le loro colpe per questa situazione, avendo votato Governi fraudolenti, facendosi abbagliare dal ‘miraggio’ del benessere portato dalle Olimpiadi del 2004 (divenute poi la principale origine del buco nero del debito pubblico), portando avanti comportamenti discutibili (come la diffusissima evasione fiscale); tuttavia, c’è da dire:

1) Che istituzioni internazionali e banche dei singoli Paesi hanno prestato soldi alla Grecia ben sapendo le sue condizioni; se io so che un mio possibile creditore è insolvente, non gli presto i soldi.

2) Che la Grecia poteva essere salvata prima; non lo si è affatto per l’ottusa opposizione della Germania e dei Paesi nordici sempre pronti a fare la faccia cattiva, ritenendosi eticamente, moralmente e forse anche geneticamente agli europei del sud (italiani, greci, spagnoli, etc…) visti sempre e comunque come fannulloni.

3) Che le poltiche di Austerity hanno generato depressione, disoccupazione e crollo dell’economia ovunque siano state applicate: Grecia, Italia, Spagna, etc…

Ho l’impressione che la situazione della Grecia sia stata in buona parte voluta, permettendo alle cosiddette ‘istituzioni internazionali’ di aggiungere un nuovo creditore alla propria collezione, e dunque una nuova Nazione alla quale imporre forzatamente le proprie politiche economiche;
si è agito pensando che nella migliore delle ipotesi si sarebbero avuti i soldi indietro; nella peggiore si sarebbe ridotta la Grecia ad un proprio vassallo, obbligato a seguire la propria visione del mondo e le proprie politiche.

 

IL CASO ITALIANO

Per l’Italia è andata in modo un filo diverso: in pratica non c’è stato un Governo democraticamente eletto che poi ha dovuto eseguire le direttive delle organizzazioni internazionali; con noi si è fatto addirittura un passo in avanti, creando ben tre Governi di seguito privi di legittimazione elettorale, diretti referenti delle suddette organizzazioni; il risultato è stato comunque il medesimo: imporre in Italia l’applicazione di certe ricette economiche a prescindere dalla volotà popolare.

 

IL CASO ISLANDESE (E QUELLO GRECO)

L’unico Paese che al momento avuto il coraggio di mandare a quel Paese (gioco di parole voluto) questo sistema è stato l’Islanda, che a un certo punto si è rifiutata di pagare il proprio debito, è uscita dal sistema, e nonostante minacce e pressioni è riuscita a ricostruire la propria economia svincolandola da certe logiche: certo, si tratta di poche centinaia di migliaia di persone; per il ‘sistema’ nulla di preoccupante… se però a rompere il circuito fosse la Grecia – 10 milioni di persone, la questione diventerebbe ‘seria’: il ‘sistema’ non può permettersi che la Grecia mandi tutto all’aria, confermando magari che una democrazia priva di vincoli finanziari con organizzazioni non democratiche è ancora possibile… Insomma: la paura non è che la Grecia esca da certe logiche, la paura è che uscendone abbia successo.

 

IN FINALE

Ci sono economie ‘sane’ e in grado di crescere che vivono sotto il macigno di condizionamenti esterni: il mondo è pieno di economie in grado di applicare una propria strada per lo sviluppo che, a causa del debito con certe istituzioni, si trovano costrette ad applicare ricette economiche – e ribadisco di conseguenza – sociali, imposte dall’esterno.
L’economia di ogni singola nazione si basa su determinati contesti socio – culturali: nei casi di crisi, ognuna deve trovare la propria strada: come in ogni altro ambito, la differenza arricchisce, l’omologazione appiattisce ed impoverisce.

La presenza di ‘istituzioni internazionali’ che prestano soldi ai Paesi in difficoltà in linea di principo non sarebbe un male, anzi, si tratterebbe di strumenti eccezionalmente positivi, se solo si trattasse di beneficenza disinteressata, o di prestiti che scommettessero realmente sullo sviluppo e le capacità di crescere delle singole nazioni.
Il problema nasce nel momento in cui in cambio del prestito, si pretende di decidere la politica economica e sociale di una Nazione: usando i debiti come arma ricattatoria per omologare le politiche economiche a livello mondiale; in quel caso allora, meglio che determinate istituzioni cessino di esistere.

L’impressione è che purtroppo così non sarà, e che sempre più spesso avremo a che fare con situazioni un cui le scelte sono sempre più vincolate e in cui la democrazia diverrà sempre più un feticcio, un’apparenza, un ‘diversivo’, dato ai cittadini per illuderli di avere voce in capitolo su ciò che in realtà è deciso altrove.

NAPOLITANO: TUTTO NORMALE… O NO?

Lo scoop del giornalista Alan Friedman, ripreso dal Corriere della Sera, in pratica ci ha detto che il Presidente della Repubblica aveva messo in cantiere una sorta di ‘piano B’ nel caso che le cose per l’Italia si fossero veramente messe male, ‘preallertando’ Mario Monti. Sotto un certo punto di vista si potrebbe parlare addirittura di un Napolitano ‘previdente’; in molti hanno parlato di ‘segreto di Pulcinella’, ma come tutti i ‘segreti di Pulcinella’, una cosa è dire: ‘lo sapevano tutti’, altro è averne le prove; è chiaro che il Presidente della Repubblica può ‘convocare’ chi vuole, pure Rocco Siffredi, per dire… se però l’incontro ‘informale’ viene ‘formalizzato’ dal fatto di essere reso noto pubblicamente, non ci si può lamentare delle conseguenze: il motto ‘a chi tocca, nun s’engrugna’, è valido per tutti, anche per il Presidente della Repubblica.

Che una volta resa pubblica, la questione avrebbe suscitato il solito ‘casino’, era ampiamente prevedibile: chapeau a Friedman, che così venderà vagonate di libri, complimenti al ‘Corriere’ per aver colto al volo l’occasione. I titoli dei giornali più faziosi, dal “giù le mani da Napolitano” alle roboanti richieste di dimissioni sembrano abbastanza ridicoli entrambi, tuttavia, avrei qualche remora anche a far passare tutto come se nulla fosse: credo che tutta la questione vada vista non nel fatto in se (Napolitano convoca Monti per avvertirlo che nel caso, a dover ‘salvare la baracca’ – con i fenomenali risultati che sappiamo, aggiungerei io – sarà chiamato lui), ma in prospettiva.

C’è uno snodo, nella storia degli ultimi due anni e mezzo, che è veramente il punto nevralgico, la svolta che se le cose fossero andate diversamente, porta veramente a dirsi che oggi tutto sarebbe diverso. Quando a fine 2011 Berlusconi cede, Napolitano non ci pensa due volte e chiama Monti: l’idea di andare ad elezioni, di lasciare la parola alla volontà popolare in un momento così critico, apparentemente non lo sfiora neppure. Eppure, quella soluzione, la più logica, la più democratica, la più naturale, la più ‘normale’ è stata quella adottata in qualsiasi altro Paese: cito solo la Spagna e addirittura la Grecia, che nel 2012 è andata a votare per ben due volte, con la Nazione al collasso, molto peggio dell’Italia…  Evidentemente, però, gli italiani sono cretini e non possono andare a votare. Sottolineo: a fine 2011 il PD è a bomba nei sondaggi, Berlusconi è ai minimi, il MoVimento Cinque Stelle è ben lungi dall’esplodere; se si vota, il PD va al Governo; ma votare non si può, perché gli italiani sono cretini e ci vuole Monti.Il PD di fronte ai desiderata di Napolitano cala le braghe e dà l’ok a Monti. Risultato: Monti massacra gli italiani, i redditi crollano, la disoccupazione peggiora, la recessione galoppa e quando finalmente si vota, il PD se la prende in saccoccia, Berlusconi si è ripreso e il MoVimento Cinque Stelle esplode… quello che poi è successo dopo, e che ci ha portato qui, non credo serva ricordarlo…

Considerando quegli avvenimenti, la ‘convocazione’ di Monti da parte di Napolitano in piena estate acquisisce una rilevanza ancora maggiore, perché ci dice che la soluzione – Monti, poi effettivamente adottata, non è stata un frutto della situazione di emergenza, ma era stata progettata da mesi. Qui non si tratta di complotti contro Berlusconi, non si tratta nemmeno di fare della dietrologia (anche se il tutto dà l’idea che Napolitano in qualche modo ‘sapesse’ che le cose stavano per peggiorare e  di molto). Il problema qui, ribadisco, è che fin dall’inizio, Napolitano non aveva alcuna intenzione di far sfociare una possibile crisi in un sano, regolare, democratico, processo elettorale; fin dall’inizio, Napolitano riteneva che la situazione dovesse essere risolta a monte, nei Palazzi, e non a valle nelle urne. Qui non si tratta di complotti contro qualcuno (paradossalmente, più che Berlusconi, ad essere realmente danneggiato da tutta la situazione è stato il PD), si tratta del modo in cui si concepisce la volontà popolare e il metodo democratico. Qui si tratta di sottolineare che ovunque si sia verificata una situazione del genere si è ricorso al voto popolare e democratico. Non in Italia, perché gli italiani sono cretini e incapaci di scegliere qualcosa di meglio di un grigio burocrate, professore universitario, frequentatore delle ‘segrete stanze’ della finanza internazionale, che nulla sa della vita quotidiana delle persone.

Il momento – chiave è stato quello: affidare il Governo a Monti ha voluto dire togliere al PD la possibilità di andare finalmente al Governo da solo, dare  a Berlusconi la possibilità dell’ennesima rinascita, fare si che il MoVimento Cinque Stelle diventasse il terzo incomodo; per evitare tutto questo, sarebbe bastato andare alle urne, ma gli italiani sono cretini e alle urne non ci possono andare, e adesso sappiamo anche che tutto il progetto era in campo da mesi.

Alla lune di tutto questo, la ‘convocazione’ di Monti da parte di Napolitano nella piena estate del 2011 non può più essere lasciata passare come ‘una cosa normale’ e a dire il vero suscita anche qualche dubbio, perché insomma, un conto è preparare il ‘piano B’, un altro il fatto che questo ‘piano B’, apparentemente escluda fin da subito la possibilità di andare al voto.

Il problema è tutto qui: se e sottolineo se,  un ‘complotto’ c’è stato, è a danno della volontà popolare; se qualcuno deve ritenersi offeso, questi sono i milioni di potenziali elettori italiani, trattati da cretini incapaci di prendere una decisione, i quali piuttosto ‘meritavano’ di ritrovarsi governati da Monti, con i risultati che ben conosciamo.

IBRAHIMOVIC

Non è mia abitudine parlare di calcio: o meglio, mi piace parlarne solo in date occasioni; magari, abitudine presa da quando scrivo qui su WP, ogni tanto mi esercito in qualche tabellino… Ma insomma, non sono un ‘malato’… poi però succedono delle cose… come ieri, quando mi sono trovato davanti Ibrahimovic che sparava le solite banalità a profusione, e fin qui, tutto come da copione: della tendenza dei giocatori a essere dei ‘mercenari’ non si stupisce più nessuno: chiamiamoli professionisti, che offrono le proprie capacità al miglior offerente, nulla da dire. Non mi meraviglio nemmeno del gretto analfabetismo di certi giocatori: fateci caso, ma è cosa tutto sommato ovvia: più un giocatore è bravo, più è analfabeta, semplicemente perché sa che con tutti i soldi che prende è sistemato a vita e farsi una cultura serve a poco. I giocatori che siano interessati alla ‘cultura’ a prescindere sono pochi… quindi non meraviglia che Ibrahimovic lanci bordate di nulla cosmico probabilmente concordate con il suo procuratore. Quello che mi dà fastidio è altro: quello che mi dà fastidio è che questo (inserire insulto a piacere), se ne esca con una frase che più o meno suonava come: “io e Thiago Silva ce ne andiamo, è una perdita per il calcio italiano… NON SO COSA STIA SUCCEDENDO IN ITALIA…”. Ecco, accetto tutto, la banalità, l’analfabetismo… ma l’ignorare il mondo in cui si vive, no. Non la faccio troppo lunga,  sottolineo che in fondo ci mancherebbe pure che in una fase come questa, le società di calcio spendessero e spandessero, più di quanto già non facciano: se fossi un tifoso spagnolo o, visto che adesso va di moda il Paris Saint Germain, francese, non stapperei spumante: sarei inca**ato come un toro perché di fronte alla crisi gli sceicchi, o chi per loro, si permettono di dare stipendi faraonici a quelle bande di bambini viziati troppo cresciuti… per inciso, i club spagnoli rischiano la bancarotta, e con la Spagna in quelle condizioni voglio vedere come andrà a finire.  E’ ovvio e naturale che anche i club calcistici subiscano le conseguenze della crisi, ci mancherebbe pure; allora, mi domando: ma Ibrahimovic dove ca**o vive???? Io capisco che se percepisci stipendi mensili a sei zeri; ma vivere completamente fuori dalla realtà è un altro conto: se ti domandi (sottolineo con quella faccia da… aggiungere insulto a piacere) “non cosa stia succedendo in Italia”, beh allora veramente sei il nulla, sei una persona misera, un rifiuto, una scoria della quale liberarsi è  stato sacrosanto… Il calcio italiano, e tuta ‘Italia, caro Ibrahimovic, non perde nulla, senza di te; anzi, ci guadagna e mi azzardo a dire: SENZA IBRAHIMOVIC, L’ITALIA E’ UN POSTO MIGLIORE.