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TOMMASO

Il ‘Tommaso’ del titolo è un umo sulla quarantina che si trova in un pantano esistenziale, incapace di mantenere rapporti di coppia a lungo termine perché puntualmente si accorge (o si autoconvince) che la compagna di turno ‘non è la donna della sua vita’ e dunque è inutile proseguire la relazione;  parallelamente il nostro si perde in sogni ad occhi aperti, avventure sessuali immaginate con belle donne incrociate per strada.
Non meglio vanno le cose sul piano lavorativo: la carriera di attore a un punto morto, le ambizioni da regista destinate a restare frustrate.
Seguiamo Tommaso tra la fine di una relazione, la nascita, sviluppo e conclusione di una seconda, una terza nemmeno sbocciata con una donna molto più giovane, ma molto più ‘sveglia’, che lo costringe a venire a patti con certi suoi traumi irrisolti, a cominciare a quello con la madre, quarto personaggio femminile del film…
Il tema era anche interessante: un uomo fragile alle prese con la propria incapacità di relazionarsi con le donne (e qui ho provato anche una certa empatia), rapporti di coppia in cui l’elemento ‘problematico’ è il ‘maschio’… tuttavia Kim Rossi Stuart (qui alla seconda regia, a una decina di anni di distanza da “Anche libero va bene”) lo svolge in maniera indecisa, per certi versi inconcludente, alternando in modo poco riuscito commedia e dramma, facendo immaginare che molto vi sia di autobiografico, ma senza chiarirlo completamente, lasciando progressivamente spazio a un elemento onirico che diventa chiave per risolvere conflitti irrisolti del protagonista.
Fin troppa esplicita l’influenza ‘morettiana’: nella prima parte del film Rossi Stuart finisce addirittura per essere vestito e pettinato come Moretti, mentre l’impronta del regista romano è evidente anche nelle sequenze dedicate alla psicoterapia.
Il film risulta così essere un mix poco riuscito di ingredienti che singolarmente presi o dosati in maniera diversa, avrebbero potuto avere miglior esito.
L’interpretazione di Rossi Stuart a tratti è fin troppo sopra le righe, segno forse di una difficoltà del nostro a stare contemporaneamente davanti e dietro la macchina da presa.
Film affollato di donne, peraltro spesso e volentieri svestite: ad essere cattivo potrei osservare che di “Tommaso” ricorderò soprattutto il nudo integrale gentilmente concesso da Cristiana Capotondi, che ringrazio sentitamente… attrice che peraltro qui lascia almeno intravedere capacità di attrice rimaste ‘narcotizzate’ in troppe fiction televisive.
Ridotta e poco influente la partecipazione di Jasmine Trinca, che però non esita a mostrarci anche lei le sue grazie, così come la più giovane Camilla Diana, nel ruolo più fresco e divertente del film.
Kim Rossi Stuart si è così trovato ‘tra le mani’ attrici molto piacenti e poco vestite… del resto non è che lui sia così proprio ‘brutto’…
Quarta donna del lotto, nel ruolo della madre, Dagmar Lassander, attrice nota qui da noi negli anni ’70 per le partecipazioni a varii film di genere, che torna sul set dopo oltre vent’anni di assenza.

LA GRANDE SCOMMESSA

E’ il 2005 quando l’ex medico, ora manager, Michael Burry (Christian Bale) uno di quei pittoreschi personaggi che possono permettersi di andare al lavoro in pantaloncini e ascoltare metallo pesante a tutto volume in ufficio, semplicemente leggedo pagine e pagine di dati, capisce che il sistema finanziario americano, basato sul mercato immobiliare, sta per essere spazzato via.
La scoperta lo condurrà a cercare il massimo profitto dalla ‘grande scommessa del titolo’: puntare sul fallimento del mercato in un momento in cui tutti pensano che questo sia solido e destinato a restare tale per molto tempo ancora.

La ‘scommessa’ di Burry, per quanto singolare e apparentemente bizzarra, attrarrà l’attenzione di un gruppo di personaggi che, anch’essi coinvolti a vario titolo nel mondo della finanza, finiranno anche loro per puntare tutto, o quasi, sulla catastrofe imminente: l’investitore con pochi scrupoli (Ryan Gosling); il ‘trader’ idealista, reduce da un grave lutto famigliare (Steve Carell) e i suoi collaboratori; due ‘giovani rampanti’ che si affidano ad un più esperto ex banchiere (Brad Pitt), che ha mollato tutto dandosi all’ecologismo.
Giunto il momento della verità, il cataclisma assumerà delle dimensioni tali, da far rischiare anche ai protagonisti di perdere tutto…

Adam McKay, fin qui noto soprattutto per la numerosa serie di commedie con protagonista Will Ferrell (tra le altre, i due Anchor Man e I poliziotti di riserva), mette in scena una ‘piccola guida alla crisi finanziaria globale’, mostrandoci come tutto si è generato e soprattutto come, a voler bene guardare, tutto sarebbe stato ampiamente prevedibile… o almeno, ci prova.
Il fatto è che la finanza contemporanea, anche per gli esperti del settore, è talmente complicata che riuscirla a spiegare in poche parole è impresa quanto meno ardua. Il regista ci mostra le vicende dei protagonisti (emblematica la sequenza in cui alcuni di loro si ritrovano in un comprensorio residenziale semiabbandonato: forse sarebbe bastato staccarsi dal computer e farsi un giro fuori per capire che il mercato immobiliare stava per collassare…), inserendo qua e là una sorta di ‘schede informative semplificate’, illustrate rispettivamente da Margot Robbie (attrice australiana di bel fisico e belle speranze), lo chef Anthony Bourdain e la stella del pop Selena Gomez.

Il tentativo è lodevole, tuttavia forse non sufficiente: certo lo spettatore riesce a comprendere a grandi linee quello che è successo, ma non tutto risulta chiaro… del resto, ancora oggi molti sedicenti esperti del settore ancora devono capirlo, cosa sia successo: prova ne sia che certi prodotti finanziari stanno lentamente tornando a intossicare il mercato.
La conclusione, amara, è che prima o poi tutto questo è destinato a ripetersi e che forse l’unico modo di salvarsi è leggersi tutti i giorni la pagina della Borsa (tra le righe) per cercare la prossima ‘grande scommessa’ e mettere insieme una vagonata di soldi… Il finale del film – e non a torto – suggerisce l’acqua come l’investimento sicuro del futuro…

Le vicende dei singoli si fanno seguire, si comprende alla fine di come il sistema finanziario americano fosse preda di una sorta di euforia, del tutto simile a quella che prende uno scommettitore quando imbrocca una serie di risultati consecutivi (e io so bene di cosa si tratti), che lo porta fatalmente a sottostimare i rischi e, quando arriva il momento della batosta, a prenderla bella grossa e in pieno. Si riflette, soprattutto, sul fatto che un sistema finanziario diventato così complesso e annodato su sé stesso, fosse sostanzialmente animato da persone spesso completamente prive delle più elementari competenze di base, provenienti da ambiti totalmente diversi e che alla fine riducevano il tutto alla vendita di certi prodotti lungo una sorta di catena nella quale puntualmente a restare col cerino in mano sono stati gli ultimi anelli nella catena mentre ai piani alti i veri responsabili del caos generato non hanno pagato e anzi si sono ritrovati meglio di prima… bella m***a.

Il cast di prim’ordine porta un più che discreto contributo alla causa: se Ryan Gosling svolge tutto sommato un compito di ‘ordinaria recitazione’, Christian Bale è efficace nel portare sullo schermo per l’ennesima volta un personaggio che ha delle difficoltà a relazionarsi col prossimo, mentre a offrire un’intepretazione di prim’ordine è proprio Steve Carell, sempre più lontano dalla comicità para-demenziale di un tempo e sempre più attore completo (come già dimostrato, lo scorso anno, in “Foxcatcher”).

Nota di merito per la colonna sonora e non solo per le sfuriate ‘metallare’ che commentano costantemente le vicende di Burry / Bale (e vabbè, con me si sfonda una porta aperta).

“La grande scommessa” non è un film facile, perché a non essere facile era la sfida di portare questa storia sul grande schermo: alla fine risulta una versione meno plumbea e più corrosivamente ironica di “Margin Call” di qualche anno fa (altro film che narrava i prodromi della crisi finanziaria globale), magari mescolata con “American Hustle”, col quale condivide la puntuale descrizione dello ‘spirito dei tempi’.
Un film da vedere, comunque, perché alla fine ci mostra come alla fine, buona parte dei ‘genii’ della finanza mondiale nelle mani delle quali siamo, anche se involontariamente, sia costituita da perfetti idioti.

Postilla: ho visto “La grande scommessa” all’Alcazar, per chi la conosce, una piccola sala in quel di Trastevere… con tutta probabilità, è stato anche l’ultimo film che abbia mai visto in questa sala, visto che il cinema a fine gennaio ha chiuso: la proprietà, alla fine, ha dovuto alzare bandiera bianca.
L’Alcazar si aggiunge così alla lunga lista di piccoli cinema che nel corso degli anni hanno chiuso a Roma: in ordine sparso ricordo quello che per tanti anni fu l’Esperia, poi diventato Roma, fallito dopo una breve gestione di Carlo Verdone; l’Induno (poi Sala Troisi); il Metropolitan…
Al Portuense, a un tiro di schioppo da dove abito io, resta desolatamente inutilizzato l’ex cinema Missouri.
Quando un cinema chiude, resta sempre un po’ di tristezza: specie se a chiudere sono quelle sale vecchio stampo, in cui alla cassa non c’è un vetro che sa tanto di stazione ferroviaria, in cui si va per vedere proprio ‘quel’ film e non a ca**o di cane per decidere in quale delle venti sale andare, tanto uno vale l’altro; in cui si va al cinema e basta, non pure a mangiare, comprare gadget o giocare alle slot machine; in cui, soprattutto, compri il biglietto e poi decidi tu dove ca**o sederti, senza che ci sia qualcun altro a deciderlo. A me il cinema piace così, le Las Vegas le lascio volentieri al pubblico caprone.
Purtroppo però, il pubblico caprone è la maggioranza, e quindi le Las Vegas imperano e i cinema – cinema chiudono. A Roma resistono il Greenwich, il morettiano Nuovo Sacher, l’Intrastevere, per certi versi il Quattro Fontane, il Reale, che dà pellicole ‘di cassetta’ dove nell’intervallo gira ancora l’omino delle patatine e dei gelati.
Un mondo che purtroppo va scomparendo, sostituito dalla cialtroneria delle multisale e dei nauseabondi bicchieroni extralarge di pop corn e bevande gassate, luoghi dove la gente va spesso senza manco un obbiettivo: “boh, andiamo lì e poi decidiamo”: un modo di andare al cinema che mi fa ribrezzo: io quando esco per andare al cinema so già cosa andrò a vedere e diciamo che ho già il ‘cervello predisposto’, alla commedia, al film d’autore, al cinefumetto o a quello che volete voi; uscire dal cinema e fare due passi a Testaccio o Trastevere anziché trovarmi in mezzo al nulla, o quasi.
L’Alcazar chiude; io ci andavo una – due volte l’anno; sarei potuto andare più spesso, contribuire a salvarlo? Forse si, ma io mi sento già di contribuire al ‘cinema che mi piace’ cercando di evitare il più possibile i luna park; ma questo evidentemente non basta, rispetto ad una maggioranza di spettatori che si è lasciata sedurre senza batter ciglio dalle luminarie, dai lustrini, dagli ampi parcheggi e dalla robba da magnà.

SCOLA E GLI ALTRI

Ogni volta che negli ultimi anni se n’è andato un ‘Grande’, gli appassionati hanno tenuto una sorta di ‘contabilità’ dei sopravvissuti… l’elenco ovviamente si è progressivamente assottigliato, sempre più agevole fare il conto dei rimasti.

La morte di Ettore Scola, sembra purtroppo segnare il momento in cui il contatore arriva all’inevitabile ‘0’.
L’impressione, è che non sia rimasto più nessuno… Oddio, magari a volerlo cercare, a voler ampliare il raggio d’azione, a voler includere a voler cercare dei ‘sopravvissuti’, si potrebbero magari citare i nomi di Wertmuller o Squitieri, ma purtroppo senza girarci troppo attorno, con Scola se ne va l’ultimo rappresentante dell’età dell’oro del cinema italiano.
Scola, Monicelli, Risi, Fellini; Gassman, Sordi, Mastroianni, Manfredi; a testimoniare quell’epoca è rimasta in larga parte la cosiddetta altra metà del cielo, per quanto ormai le grandi attrici italiane dell’epoca vivano tutte più o meno ritirate dalla ribalta, facendo capolino occasionalmente (con l’unica, triste, eccezione di Monica Vitti, vittima di una malattia che lascia privi di memoria e di identità).

La dipartita di Scola dà comunque l’idea che un capitolo sia definitivamente chiuso, aprendo una riflessione su ciò che il cinema italiano è stato, è e sarà. E’ forse il caso di evitare eccessivi ‘peana’, perché forse avere troppi rimpianti è anche sbagliato: non è, probabilmente, il cinema di oggi ad essere ‘mediocre’, quanto quello di allora ad essere di un’altra categoria… E’ vero che la ‘straordinarietà’ si raggiunge grazie alla ‘selezione naturale’: ed è un fatto che in Italia tra gli anni ’50 e i ’70 si produceva un numero di film che confrontato con l’oggi appare semplicemente fantascienza; è dunque naturale pensare che da un così ampio numero di registi, attori, produttori, alla fine emergessero delle ‘eccellenze’.

Ci sarebbe da discutere del ruolo della televisione, dell’evoluzione dei costumi, del sistema dei finanziamenti pubblici al cinema, ma la banale verità è che i tempi sono semplicemente mancati e che semplicemente nel corso della storia ci sono ‘età dell’oro’ destinate prima o poi a concludersi. Il passato sembra sempre migliore del presente.
Non che poi alla fine manchi gente della quale essere felici, nel cinema italiano di oggiM a ben vedere, anzi, l’elenco dei registi che negli ultimi dieci / vent’anni hanno offerto prove di livello non è manco tanto esiguo: in ordine sparso, citerei Moretti, Virzì, Sorrentino, Garrone, Giordana, Placido, Rubini Bellocchio, Tornatore, Salvatores…
Meno folta la lista degli attori: certo, c’è il ‘solito’ Servillo (che però comincia ad essere inflazionato), c’è un Kim Rossi Stuart che per me è l’unico attore della sua generazione che può realmente aspirare ad un confronto con i grandi del passato; c’è Elio Germano,  ci sono attori secondo me sopravvalutati (Mastandrea, Santamaria, Giallini) o sottovalutati (Battiston, Popolizio) altri che forse sono troppo legati al loro ‘essere belli’ (Scamarcio), altri ancora che nelle mani del regista giusto potrebbero ‘dare di più’ (Albanese).
Attrici come Jasmine Trinca, Giovanna Mezzogiorno, Margherita Buy o Maya Sansa portano avanti sono ottime esponenti del ‘fronte femminile’.

C’è, insomma, del buono anche nel cinema italiano di oggi, e forse non è nemmeno tanto difficile da cercare… Forse non è nemmeno un problema di mancanza di ‘storie’, anche se indubbiamente esiste la tendenza a chiudersi nelle famose ‘due camere e cucina’ citate da Tarantino, forse è solo un problema di ‘mancanza di mezzi’.

E’ un fatto che di cinema in Italia se ne faccia poco: se si fanno pochi film, viene meno anche quella ‘selezione naturale’ alla quale facevo riferimento sopra, gli autori, gli attori, le opere di livello diminuiscono… La gente va poco al cinema, anche se i dati dell’ultimo anno parlano di una lieve ripresa; chiudono le piccole sale, resistono i multisala ‘Luna Park’.

La gente va al cinema a vedere Zalone… si può discutere si vuole: Zalone non è nè un genio del cinema, né il simbolo dello sprofondo, è uno che offre ai suoi spettatori sano divertimento disimpegnato; non è che si possa fare una colpa al pubblico se vuole trascorrere un pomeriggio facendosi due risate e vedendo Zalone… forse il problema è la mancanza di alternative: Zalone, come altri, ha avuto successo godendo del traino della tv: oggi qualsiasi comico che abbia successo sul piccolo schermo ha ragionevoli speranze di raccogliere un discreto gruzzolo anche trasferito nelle sale; se un produttore fiuta l’affare non gli si può certo imputare di fare il suo mestiere, che è quello di fare soldi col cinema…
Semmai, ci si dovrebbe augurare che almeno una parte della caterva di soldi che Zalone e qualche altro raccolgono al cinema siano usati per finanziare prodotti magari meno ‘di cassetta’, ma che alla fine offrano anche alternative al pubblico.

Insomma: produco Zalone, faccio un sacco di soldi, e poi grazie a Zalone finanzio anche qualche opera prima, cerco di far emergere qualche altra realtà: questo il ragionamento che dovrebbe fare un produttore che sia veramente appassionato di cinema e non solo attaccato al denaro.

Certo che se poi al pubblico non offri delle alternative tra cui scegliere, ti credo che tutti vanno a vedere Zalone… lo andrà a vedere perfino gente poco interessata che di fronte alla mancanza di alternative (mi riferisco ai film italiani) si arrende e finisce per dire: vabbé, ci vanno tutti, vediamo che roba è…

Rimpiangiamo, quindi, il passato, ma il passato era il prodotto di un complesso di fattori che oggi non sono più gli stessi… Bisogna invece chiedersi se il cinema italiano, nelle condizioni date, stia offrendo il massimo delle sue potenzialità: e purtroppo bisogna concludere che così non è; che con un po’ più di coraggio e di voglia di investire si potrebbero sfruttare potenzialità inespresse, dare occasioni a scrittori, registi, attori.

Certo, per l’Italia come per altrove, vale la considerazione che alla fine televisione ed Internet sono ottimi canali per veicolare storie, ma non si vede perché il cinema dovrebbe arrendersi, visto e considerato che all’estero sul cinema si continua a puntare.

Se quindi è vero che ‘l’età dell’oro’ del cinema italiano è una stagione con dei connotati di stra-ordinarietà difficilmente ripetibili oggi, per non avere troppi rimpianti bisognerebbe almeno fare si che il cinema italiano di oggi si esprima al massimo delle sue potenzialità.

MIA MADRE

Margherita si divide tra il capezzale della madre, ricoverata in ospedale e ormai avviata alla fine della vita e il suo lavoro di regista, sul set di un film sul mondo del lavoro, in cui deve fare i conti con gli atteggiamenti divistici e bizzosi di uno dei protagonisti; a fianco a lei il fratello Giovanni, che decide di licenziarsi per dedicare tutto il suo tempo alla madre, il marito – dal quale è separata – e la figlia adolescente.

Nanni Moretti torna allo stile autobiografico che ne ha sancito il successo tra gli anni ’80 e i ’90, stavolta portando sullo schermo un’esperienza tanto dolorosa, quanto ‘comune’: la scomparsa di un genitore dopo un periodo, più o meno lungo, di cure in ospedale. Moretti torna a raccontare un lutto, come già successo ne “La stanza del figlio”, ma se in quel caso la tragedia era caratterizzata, per così dire, da una sorta di ‘innaturale specialità’ – il sopravvivere dei genitori ad un figlio – stavolta ad essere raccontata è una vicenda che per quanto dolorosa è perfettamente ‘normale’.

La difficoltà se vogliamo era proprio quella di evitare che la normalità di quanto raccontato si trasformasse in ‘banalità’ di parole e situazioni; all’opposto c’era il rischio che la propria vicenda personale venisse ‘messa su un piedistallo’ rispetto a quelle di tutto il resto del pubblico… Moretti riesce ad evitare i due rischi opposti mettendo un sorta di ‘diaframma’ tra il vissuto e il raccontato: affida quello che altrimenti sarebbe stato il ‘suo’ ruolo ad un’attrice (utilizzando anche la differenza ‘di genere’ per marcare ancora di più la differenza), in un certo senso sdoppiandosi e riservando per sé una parte più ‘marginale’, quasi come guardandosi allo specchio. Uno stratagemma che consente al regista di raccontare e raccontarsi, ma affievolendo un coinvolgimento che altrimenti sarebbe stato forse eccessivo.

Il risultato è un film per molti versi doloroso, che finisce fatalmente per commuovere lo spettatore che è passato attraverso determinate situazioni, ma anche coloro che, magari non avendole ancora vissuto, pensano che purtroppo sono forse destinati a compiere lo stesso percorso… ad ‘addolcire’ il senso di inevitabilità che aleggia su tutto il film c’è la parte del ‘film nel film’ (altro ‘topos’ della narrativa morettiana), gli incidenti di lavorazione, l’ironia sugli atteggiamenti dispotici dei registi e quella su certi ‘tic’ degli attori hollywoodiani… C’è un concetto ricorrente nel film, in cui la regista dice agli attori di interpretare i loro ruoli, ma lasciando trasparire anche qualcosa di sé stessi in quanto persone reali, il che appare come una ‘frecciatina’ nei confronti dei metodi americani di completa immedesimazione tra attore e personaggio… non a caso, nella storia il protagonista del film è proprio uno di questi attori ‘maniacali’, che arriva a pretendere che certe bottiglie di champagne sul set non siano oggetti di scena, ma bottiglie reali…
E’ un lato del film che, alleggerendo la storia principale, permette a Margherita Buy di dare sfogo al suo consueto campionario ‘nevrotico’ ma, soprattutto, a John Turturro di dare vita ad un personaggio spassosissimo, sempre sopra le righe, esaurito e un filo cialtrone.

Margherita Buy è comunque efficace nel dare vita ad una donna che fa i conti con la prossima scomparsa della madre, mentre Moretti tiene per sè un ruolo se vogliamo di ‘sostegno’, il fratello che aiuta la protagonista a fare i conti ed accettare la situazione. Giulia Lazzarini dà vita in modo efficace al personaggio della madre, afflitta da acciacchi fisici e perdita di lucidità.

Guardando “Mia Madre” si passa dalla risata aperta alle lacrime: estremi emozionali che solo i grandi film sanno dare.

2013: DISCHI, LIBRI, MOSTRE E FILM

Sintetico, anche se ritardatario , sunto sullo stato dell’arte delle mie ‘passioni’…

DISCHI:  Zero, o quasi, se escludiamo la manciata di lavori gentilmente inviatimi dalle band che si fanno andar bene anche la recensione su un semplice ‘blog tra tanti’ come il mio… La musica resta una grande passione, ma da un paio d’anni mi dedico praticamente solo al riascolto di ciò che già ho, più che all’acquisto di dischi aggiuntivi, per motivi di prezzo (la coperta è sempre  e comunque corta), ma anche e soprattutto per questioni di spazio: altri cd? Si, mi piacerebbe tanto, però… ‘ndo li metto?

LIBRI: Un anno di ‘magra’, anche sotto questo profilo… ho letto pochi titoli, ma, diciamo, ‘sostanziosi’:  circa 3/4 di uno dei Meridiani dedicati a Calvino (quello che, tra gli altri, contiene “Il sentiero dei nidi di ragno”, i racconti di “Ultimo viene il corvo” e la ‘trilogia degli antenati’), il “Milione di Marco Polo”, il “Decamerone” di Boccaccio,  “Underworld di De Lillo”, 22/ 11 / ’63 di King (del quale ho riletto pure “Mucchio d’Ossa”); riletti “L’incanto del Lotto ’49” di Pynchon e “Nemico, amico, amante” di Alice Munro, in onore del suo Premio Nobel.  Se poi ampliamo al settore fumetti, allora il tutto assume dimensioni pantagrueliche

MOSTRE: Poche, giusto quattro di numero, unica veramente ‘memorabile’, quella sui Cubisti al “Vittoriano”.

FILM: Almeno su questo fronte, posso essere ampiamente soddisfatto: rispetto al ‘contarli sulla punta delle dita’ del 2012, nel 2013 ho trovato tempo e modo di andarmene a vedere un numero più che soddisfacente. Questa la classifica, con tanto di voto:

1) SACRO GRA 8
2) RUSH 7,5
3) DJANGO UNCHAINED 7,5
4) WORLD WAR Z 7,5
5) KICK ASS 2 7,5
6) PACIFIC RIM 7,5
7) BENVENUTO PRESIDENTE 7
8) VIVA LA LIBERTA’ 7
9) L’UOMO D’ACCIAIO 7
10) METALLICA 3D THROUGH THE NEVER 7
11) RE DELLA TERRA SELVAGGIA 7
12) RALPH SPACCATUTTO
13) THOR – THE DARK WORLD 6,5
14) LA GRANDE BELLEZZA 6
15) IRON MAN 3 6
16) WOLVERINE L’IMMORTALE 6
17) THE MASTER 5,5

IL CINEMA “REALE”

No, non parlerò ‘di cinema’, ma di ‘un cinema’: il cinema “Reale”, appunto… il cinema “Reale” (per i romani: quello che si trova alla fine di viale di Trastevere, per chi va verso il cento, a poca distanza dalla statua del Belli e di Ponte Garibaldi) è uno di quegli esempi di cinema che ormai vanno scomparendo. La crisi delle sale è cosa nota: i cinema modello ‘Luna Park’, o ‘aeroporto’ ormai imperano; resistono magari le piccole sale che mandano ‘film per pochi’ (a Roma, cito in ordine sparso Greenwich, Intrastevere, Nuovo Sacher, Alcazar, Quattro Fontane)… a rischiare, sono ‘le vie di mezzo’, ovvero quei cinema che mandano per lo più ‘blockbuster’, ma che ti offrono solo il film, non ti danno il ristorante, la sala giochi, il bowling, la sala slot e tutti quei c***i che col cinema non c’entrano nulla. Il “Reale” è uno di questi…  Forse (non me ne vogliano gli altri), il mio preferito, proprio per questo suo ‘resistere’ nonostante tutto e tutti. L’altro giorno ci ho visto “L’uomo d’acciaio”. Una bellezza: eravamo quattro gatti, infinite file a disposizione di ciascuno, l’impagabile libertà (oramai sempre più rara) di entrare e poter scegliere di sedersi dove si vuole e attenzione non per l’esiguità del pubblico, ma perché al Reale i posti non sono numerati… E poi, per i nostalgici, una scena che andrebbe ripresa: arriva l’intervallo ed ecco arrivare l’immancabile ‘omino’ con la cassetta dei gelati e del popcorn appesa al collo: MA DOVE LA VEDETE PIU’, STA SCENA??? Il “Reale” è senz’altro ‘vecchio’: mi stupisco che continui a resistere, imperterrito…  è un cinema dove si va per andare al cinema, non per cazzeggiare (che poi volendo usciti da lì basta attraversare la strada ed ecco Trastevere: insomma diciamocela tutta, ma volete mettere uscire da un multisala ed entrare in quei tristissimi locali, e invece farvi una pizza come si deve?).  Un cinema che resiste con i vecchi ritmi, le vecchie liturgie (personalmente non trova nulla di più avvilente che i cinema dove ti dicono: qui è dove ti devi sedere, ma che siamo, su un treno?). Il “Reale” non ha il 3d, non ha l’hd, ha anche uno schermo non enorme, ma vivaddio, è un cinema. Ossia un posto dove si va per vedere i film, con quell’atmosfera ‘casereccia’ (la programmazione come detto è decisamente ‘mainstream’, niente film da ‘Festival del cinema nippocoreano’ o oscure pellicole honduregne) che al giorno d’oggi è sempre più difficile trovare.

THE SESSIONS, I DISABILI E LA SESSUALITA’ (IN ITALIA)

Il protagonista di “The Sessions” è un uomo che, dopo aver vissuto una vita collegato a un polmone d’acciaio, alla soglia dei 40 anni decide di godere i piaceri del sesso, rivolgendosi una terapista particolare e ricevendo il conforto di un amico prete (si noti il rapporto tra due uomini che, per motivi diversi, hanno fatto della verginità una condizione di vita, uno per scelta, l’altro per costrizione). Un film di cui ho letto buone recensioni, e per il quale tra l’altro Helen Hunt è stata candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista, in quella che è stata in modo più o meno unanime ritenuta la sua migliore interpretazione di sempre. Il fatto è che, purtroppo,  io non l’ho visto:  non l’ho visto per il semplice motivo che – almeno a Roma – è uscito in due o tre sale e dopo due settimane è sparito; il che mi fa sorgere alcune domande.

Per il cinema a Roma non è un buon momento; anzi, per I cinema (al plurale) a Roma non è un buon momento: in un paio d’anni ne è stata chiusa almeno una mezza dozzina, altre non se la passano bene per niente; il motivo è presto detto: oltre alla crisi, oltre all’aumento esponenziale del prezzo dei biglietti, oltre al calo costante di spettatori, oltre alla pirateria informatica, c’è il problema dello strapotere dei multisala; una volta c’era il ‘cinema sotto casa’: oggi si deve prendere la macchina e dirigersi in questi enormi complessi, spesso in estrema periferia, nel bel mezzo del nulla… ma sto divagando. Stavolta il problema è evidentemente un altro: io non so se il film sia sparito dalle sale per scarsità di spettatori o peggio, per una volontà di liberarsene in fretta; nulla però mi toglie dalla testa che in questa ‘toccata e fuga’ nelle sale c’entri molto l’argomento, ovvero: la sessualità dei portatori di handicap. Io non so come stiano le cose in Paesi ritenuti più ‘civilmente avanzati’ del nostro (l’elenco è lungo), ma credo che in Italia il tema desti scandalo… Credo c’entri molto, come al solito, una certa concezione religiosa, che porta puntualmente a vedere l’handicap come una sofferenza da sopportare con pazienza, come la classica ‘croce’ da trasportare lungo l’esistenza in attesa del ‘dopo’.

I portatori di handicap in Italia sono ancora visti più o meno come persone da compatire, da guardare con l’occhio lucido, con l’atteggiamento del ‘porello’; certo si fanno dei passi in avanti: la copertura data dalla Rai alle ultime Paraolimpiadi è stata un gesto lodevole, a mettere in luce come anche chi è portatore di una disabilità, dalla nascita o acquisita, può lottare per un obbiettivo e raggiungerlo, col sostegno necessario, ma attenzione senza alcun sentimento di compassione…

Quando però si parla di sessualità, secondo me, ancora ci sono dei passi in avanti da fare: è come se i portatori di handicap fossero concepiti come esseri asessuati; come se la disabilità, qualunque essa sia, comporti di per sé stessa l’incapacità di provare piacere sessuale. L’immagine del portatore di handicap quale ‘povero infelice a prescindere’ ovviamente collide fragorosamente con l’idea che invece possa trarre piacere dai rapporti sessuali come qualsiasi altro essere umano. Un tema affrontato, anche se ‘di striscio’ anche nel recente “Quasi amici” in cui il protagonista bloccato sulla sedia a rotelle spiegava al suo accompagnatore che anche per chi è bloccato dal collo in giù esistono dei ‘metodi’ per provare piacere…

Del resto, in fondo c’è poco da stupirsi, in un Paese pieno di contraddizioni, in cui la Chiesa (nel suo pieno diritto, intendiamoci) reputa l’accoppiamento a puro scopo di piacere reciproco un peccato, ma dove nel contempo siamo sommersi di sottintesi sessuali dalla mattina alla sera, dove mettere un distributore di preservativi nelle scuole superiori viene considerato un invito al sesso senza responsabilità,  ma dove l’educazione sessuale nelle scuole è un miraggio, lasciando il compito a genitori che spesso affrontano il tema con imbarazzo (a volte evitando proprio l’argomento), ma  dove tra l’altro qualsiasi adolescente lasciato solo davanti a un PC collegato a Internet può accedere in qualsiasi momento a tonnellate di pornografia.

Per conto mio “The Sessions” sarebbe dovuto restare nelle sale per mesi, proprio nel suo infrangere luoghi comuni a tabù, a partire da quelli che descrivono i disabili come persone eternamente infelici e impossibilitate sempre e comunque a provare i medesimi ‘piacere’ dei ‘normodotati’; invece tutto è evaporato in poche settimane, a riprova del fatto che evidentemente sotto questo punto di vista, e più in generale in fatto di sesso, siamo ancora un Paese molto arretrato.