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THE HATEFUL EIGHT

All’indomani della fine della Guerra di Secessione, otto personaggi variamente assortiti si ritrovano bloccati da una tormenta di neve in un emporio isolato tra le montagne del Nord America.
Ognuno è mosso dalle proprie personali motivazioni, a cominciare da un cacciatore di taglie che sta ‘accompagnando’ una condannata a morte nel suo viaggio verso la forca… ma ovviamente non tutti sono chi dicono di essere e la situazione non tarderà a degenare, sfociando in un prevedibile bagno di sangue.

Il nuovo film di Quentin Tarantino non è un western: del genere ha solo l’aspetto per così dire, esteriore, ma cambiate ambientazione storico / geografica, costumi e quant’altro, e il risultato non cambierebbe poi tanto; “The Hateful Eight” è un thriller perfettamente congeniato, che si inserisce in un ‘filone’ che va dall’hitchcokiano “Nodo alla gola” al più recente “Carnage” di Polanski.

Probabilmente il film più ‘teatrale’ di Tarantino, che offre un eccezionale saggio di maestria registica e di sceneggiatura, riducendo all’osso la ‘narrazione’ (lasciata in pratica solo a un paio di flashback) per concentrarsi su dialoghi e inquadrature, costruendo un meccanismo a orologeria che accompagna lo spettatore verso il classico finale ‘tarantiniano’, ampiamente atteso e telefonato, ma per nulla deludente.

Non mancano ovviamente le battute a effetto, le citazioni, le allusioni (il gioco è quello consueto, a ognuno la libertà di andare a cercare il ‘canone’ di riferimento, vero o presunto), gli ‘effettacci gore’ (il sangue scorrerà, copioso), le esagerazioni che finiscono per strappare la risata…

Eppure, forse per la prima volta con un film di Tarantino, ci si alza dalla poltrona con un senso di inquietudine: come in tanti hanno già sottolineato (e in parte anche io sono stato influenzato da queste considerazioni), i personaggi di “The Hateful Eight” sono tutti delle carogne: non se ne salva uno; rappresentanti di un’epoca storica in cui la bontà d’animo finiva per essere fatale e portare spesso a morte prematura, i protagonisti di questo film rappresentano uno schiaffo in faccia a ciò che oggi intendiamo per etica, morale, diritti umani: gente del tutto incurante per la vita umana, che all’opposto è la prima cosa con cui pulirsi il c**o se necessario; non c’è un filo di bontà, di magnanimità, di ‘pietas’, di empatia: homo homini lupus, come se ognuno fosse il solo essere umano di questo mondo, e tutti gli altri fossero me**da da scaricare nel water. Persone (personacce) mosse dall’unico principio del farsi i ca**i propri, accoppando anche per futili motivi chiunque si pari sulla propria strada; gente con dei ‘principi’? Forse, se per principi intendiamo un senso dell”onore’, del ‘rispetto’, della ‘legge’ o della ‘giustizia’, ma intesi in modo del tutto personale: se poi incidentalmente coincidono con quelli del prossimo, bene; se così non è, il prossimo lo si accoppa senza tanti complimenti.

Un’allegoria, una metafora di ciò che è diventato il mondo di oggi? Forse: in fondo se è vero che ancora oggi al mondo c’è chi per uno ‘sgarro’ è più che disposto ad accoppare il prossimo, è altrettanto vero che il ‘mors tua, vita mea’ è un principio attorno a cui continua a girare il mondo: basta pensare alla finanza che divora i risparmi delle persone, alle industrie cancerogene, ai politici che si fanno gli affari loro alle spalle dei cittadini che gli danno il voto.

Il cast: come al solito, eccezionale: una schiera di vecchie conoscenze tarantiniane, a cominciare da Tim Roth, Michael Madsen e Kurt Russell (cui si aggiungono James Parks e Zoe Bell); un carismatico Bruce Dern; un Walton Goggins in continua crescita; un Channing Tatum che (per quanto in un ruolo limitato), aggiunge al proprio curriculum una pellicola tarantiniana, rafforzando ulteriormente la sua carriera di attore… ma, su tutti, una Jennifer Jason Leigh  (attrice dalle enormi potenzielità, troppo spesso sopravvalutata) in stato di grazia e che l’Oscar per il quale è candidata lo meriterebbe tutto, e soprattutto un Samuel L. Jackson che giganteggia nel suo ruolo più cattivo di sempre (e menzione d’onore per Luca Ward che gli ha dato il marchio di fabbrica vocale a casa nostra, un carattere distintivo senza il quale l’attore sui nostri schermi non sarebbe lo stesso) e che forse una nomination all’Oscar l’avrebbe pure meritata.

Eccezionale la fotografia, nelle riprese dei grandi spazi aperti, e poi… la colonna sonora di Morricone, con la lunga suite iniziale che da sola dà corpo e ‘significato’ alla lunga sequenza che apre il film.

Tarantino stavolta è stato completamente ignorato dall’Academy per gli Oscar, anche se regia e sceneggiatura avrebbero ampiamente meritato la nomination: forse perché stavolta, oltre a tutti i ‘soliti’ pregi dei suoi film, il regista più di altre volte sgombrando il campo da ogni ipocrita buonismo, mette di fronte lo spettatore a una verità scomoda: che l’uomo in fondo altro non è che una bestia e che quando si viene al dunque è più che mai disposto a sopprimere il proprio simile; e questo i ‘guardiani’ del cinema buonista che premia solo gli eroi positivi, meglio se suscitano la facile lacrima questo proprio non potevano permetterlo.

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FOXCATCHER

Il campione di lotta libera Marc Schultz si vede proporre da parte di John Du Pont, erede dell’omonima dinastia di industriali, appassionato dello stesso sport, di entrare a far parte di una sua squadra di professionisti, con la prospettiva di vincere l’oro alle Olimpiadi del 1988.
Marc accetta, anche per dimostrare a sé stesso di poter camminare da solo, uscendo dal cono d’ombra del fratello – allenatore Dave , verso il quale nutre un evidente complesso d’inferiorità.
Ben presto però, Du Pont non si rivela semplicemente il classico miliardario che può realizzare ogni suo capriccio grazie ai soldi: il soggetto, oltre ad essere afflitto dal classico complesso di Edipo, pur essendo ormai ultracinquantenne, si mostra subito come un soggetto inquietante, mentalmente disturbato, per quanto in apparenza innocuo. Il rapporto trai due, positivamente avviato, ben presto finirà col degenerare, coinvolgendo anche Dave.

Foxcatcher è un film sinistro, in un certo senso quasi gotico, per l’atmosfera plumbea e di tragedia imminente ed annunciata che si respira lungo tutta la storia: il regista Bennett Miller mette in scena uno psicodramma riuscito, se l’intento era quello di far alzare lo spettatore dalla poltrona con una certa inquietudine di fondo, addirittuna una vaga sensazione di disturbo.

La scena è pressoché totalmente monopolizzata dai due protagonisti: a destare l’impressione migliore è senz’altro Channing Tatum, che continua a compiere passi in avanti nel tentativo di mostrare che le proprie capacità vanno oltre la prestanza fisica di cui l’ha dotato madre natura e che lo renderebbe ideale per personaggi ultramuscolari ma con poco cervello: qui, riesce a rendere bene un personaggio divorato dall’interno da complessi ed insoddisfazioni che lo conducono a non godersi mai i propri successi; di fronte a lui, si pone Steve Carell, che abbina la carta della trasformazione fisica ad una scelta interpretativa lontana anni luce dalla commedia, sempre in bilico sul confine del demenziale, cui ci ha abituato; impresa riuscita e che gli ha fatto conquistare una nomination all’Oscar, anche se va sottolineato come nella versione italiana doppiata la sua interpretazione si perda quasi completamente e come tutto sia affidato al trucco.  Ultimo vertice dell’ideale triangolo, Marc Ruffalo, che dà efficamente il volto ad un fratello / allenatore / padre che pur sforzandosi forse non capisce fino in fondo i tormenti interiori del fratello minore; da segnalare una piccola partecipazione della grande Vanessa Regrave, sebbene quasi irriconoscibile per l’età avanzata, nel ruolo della madre di Du Pont. Ruoli di contorno anche per Sienna Miller ed Anthony Michael Hall (qualcuno lo ricorderà come protagonista della serie “La zona morta”).

Foxcatcher è senz’altro un film efficace, nel raccontare una storia che finisce per mettere vagamente a disagio lo spettatore, facendolo entrare in un labirinto fatto di personalità irrisolte e tormenti interiori che vengono a collidere in una serie di azioni e reazioni, abbracci e tentativi di divincolarsi, spinte e controspinte, in cui la lotta libera attorno a cui ruota il film diventa lotta psicologica tra psicologie tormentate ed in bilico sul crinale della follia.