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CESARE DEVE MORIRE

Una tragedia ambientata a Roma nell 44 Avanti Cristo, scritta da un inglese nel 1600 circa, messa in scena agli inizi del 21° secolo nel penitenziario romano di Rebibbia, recitata dai carcerati che stanno scontando pene per reati della massima gravità (si va dall’omicidio al traffico di stupefacenti). Ce ne sarebbe abbastanza, per tirare in ballo la potenza del teatro e dell’opera shakespeariana, esercizio a prima vista banale. Eppure. Eppure è tutto qui.
Guardando il film, a cavallo tra lavoro teatrale e docu-fiction, in un esercizio del tutto singolare, non si può fare a meno di usare questo aggettivo: potente. Potente è certamente il “Giulio Cesare”, di una potenza che può essere dispiegata anche tra le mura di un carcere ad opera di attori non professionisti che (trovata geniale del regista dell’allestimento teatrale, Fabio Cavalli, che dirige i lavori del laboratorio di Rebibbia), recitano nel proprio dialetto.
Potenza evocata soprattutto dai volti di quegli attori, segnati dalla vita reale e che per questo assumono ancora maggiore credibilità mettendosi nei panni di personaggi che commettono un crimine, pur con la nobile intenzione di salvare Roma dalla tirannia. Volti scavati e segnati messi in risalto da una fotografia eccezionale che sfrutta al meglio l’efficacia del bianco e nero (altro che The Artist…).
Così, non si può fare a meno di venire coinvolti da questa rappresentazione, che i fratelli Taviani hanno assemblato non seguento pedissequamente il risultato sulla scena, ma riprendendo le varie sequenze nel corso delle prove e quindi inserendo nel film i dubbi degli stessi attori sulla validità della loro interpretazione, i loro momenti di frizione, in un accavallarsi di teatro e vita reale, le parentesi di scoramento dovute a momenti ‘difficili’. Lo spettacolo vero e proprio viene infatti seguito solo nelle fasi finali, con una coda che ci mostra gli attori che, smessi i panni dei loro personaggi, tornano nelle loro celle, e la battuta finale, affidata ad uno di essi: “da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione”.
Sarebbe forse scontato, tirare in ballo il valore salvifico dell’arte; eppure, mai come in casi come questo, quel valore emerge con tutta la sua forza, senza che debba ridursi a frasi fatte: vedendo il film si ha realmente l’impressione che attraverso lo studio del “Giulio Cesare” quelle persone riflettano sulla loro condizione, sul mondo ‘esterno’, dal quale sono arrivati e su quello ‘interno’ nel quale vivono.
Sarà un segno dei tempi, ma che un’opera così innovativa in Italia sia arrivata da due registi ottantenni non riesco ancora a capire se sia positivo o negativo; in tutti i casi, “Cesare deve morire” è un gran film, per il modo in cui riporta in scena una delle opere cardini della storia della letteratura (a sua volta riferita a un evento focale della storia della civiltà occidentale) e anche per il suo essere un esempio di cinema ‘diverso’ e per certi aspetti coraggioso.

I TAVIANI VINCONO, MA TUTTI SE NE FREGANO

Mentre ieri i rflettori dei media italiani erano per la quasi totalità puntati su Sanremo, sulla serata finale del Festival e sull’attesa per la nuova esibizione di Celentano, dal ‘mondo civile’ arrivavano buone notizie per il cinema italiano: a 21 anni di distanza (l’ultima volta era successo nel ’91, con “La casa del sorriso” di Ferreri), un nostro film ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A concquistare il premio sono stati i fratelli Taviani, col loro ‘Cesare deve morire’: a cavallo tra fim e documentario, l’opera racconta l’organizzazione della rappresentazione del “Giulio Cesare” di Skakespeare da parte dei detenuti del carcere romano di Rebibbia: una sorta di docu-fiction, che riprende, attualizzandola, la lezione ‘neorealista’ che tanto lustro ha dato al nostro cinema. A coprire l’evento, con ampi servizi e interviste, è stata la sola RaiNews, altrove, lo zero assoluto… e si che un successo internazionale di questa portata avrebbe dovuto avere ben diverso risalto: il cinema italiano non se la cava benissimo, dopo i successi de “Il Divo” e “Gomorra”, qualche anno fa, di soddisfazioni ne sono sempre arrivate poche e i nostri candidati sono rimasti puntualmente fuori dalle competizioni per gli Oscar. Il film dei Taviani, circondato da un sostanziale silenzio anche prima di andare a Berlino, ha interrotto la ‘carestia’… eppure, non se ne parla: il Televideo di oggi ‘spara’ come titolo principale della giornata la vittoria di Emma a Sanremo, segno del disarmanebte provincialismo che ancora domina in Italia…

P.S. La vittoria dei Taviani mi fa doppiamente piacere, riportandomi con la memoria indietro nel tempo: la sorella dei due fu infatti la mia professoressa di italiano, storia e geografia alle medie…