Posts Tagged ‘Bugo’

TORIA, “NAKED IN A DRESS” (NEW MODEL LABEL)

Lettura fin troppo immediata, quella del titolo del disco d’esordio solista di Toria (alias Marco Torriani), una solida esperienza accumulata collaborando con altri (Bugo, ad esempio), che qui appare volersi mettere a nudo, svelare, almeno in parte, la propria interiorità.
Dieci brani, che evocano una dimensione raccolta, silenzi e notti serene, confronti col sé e viaggi (o fughe?) siderali…
I suoni ugualmente spogli: disco per lo più per chitarra e voce (un’armonica, archi e tastiere qua e là), per un cantautorato indie in cui prevale il semi acustico, con effetti che calano come una nebbia sottile, come se restasse un tanto di indistinto, di non detto.
L’interpretazione è sul filo della malinconia, una tristezza trattenuta sul filo del disincanto, forse della disillusione).
Emotivamente coinvolgente.

 

 

 

ARCANO 16, “XVI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Il nome – e il titolo del disco – l’hanno preso dai Tarocchi (il XVI Arcano – per chi se ne intende – è La Torre).

Questa del quartetto piemontese, qui al primo disco, così come la copertina, sembra rimandare vagamente al filone del prog italiano degli anni ’70, e in effetti qualcosa di ‘progressivo’, nei dieci pezzi presenti, si intravede, o meglio: ‘intrasente’.

Intendiamoci: nessuna ‘suite’ di stampo classico, né voli pindarici di sperimentazione; semmai una certa attitudine alla ‘complicazione’, alla non linearità di brani che si svolgono all’insegna di continui cambi di umore e andamento, con un alternarsi di quiete e ira non così prevedibile.

Non viene lasciata fuori dalla porta una certa sensibilità pop che permette alla band, pur in una proposta non certamente ‘easy listening’ , di mantenere vivo il contatto con l’ascoltatore.

Un disco dai tratti psichedelici, schegge di furore elettrico, elettronica post-industriale, parole spesso gridate a dare voce a incomunicabilità e disorientamento, in quello che alla fine risulta uno strano ibrido, come se il Bugo degli inizi avesse guidato i primi Bluvertigo.

Lavoro obliquo, che procede per vie traverse, preferendo vicoli dal fondo sconnesso e le mura sbrecciate a strade lastricate di fresco.

Proposta che incuriosisce e si fa apprezzare in questo suo voler evitare percorsi ‘facili’.

GABEN, “VADO” (VINA RECORDS)

Secondo lavoro da solista per Alessandro Gabini, in arte Gaben, noto alle cronache musicali per le svariate esperienze che lo hanno portato a collaborare con autori del calibro di Mauro Ermanno Giovanardi e Cristina Donà oltre che con la sottovalutata Francesca Lago e, a più riprese, con Violante Placido, tra l’altro autrice di uno degli undici pezzi qui presenti.

I cenni biografici allegati al disco ci parlano di un autore dai trascorsi grunge, noise, punk, hardcore e hi hop… riferimenti che, in minore o maggiore misura, ritroviamo anche in “Vado”, lavoro che si potrebbe definire all’insegna di un cantato rumoristico, giocato su una continua alternanza tra momenti di melodica rilassatezze e improvvise frustate elettriche, lungo il quale si lascia la scena anche a un’elettronica dagli accenti vagamente industriali.

Un cantato che ondeggia costantemente tra noia, disincanto e rabbia (un’attitudine che potrebbe per certi versi ricordare quella di Bugo) all’insegna di una scrittura da minimo quotidiano, con riflessi da flusso di coscienza, pensieri e immagini che si affastellano con risultati vagamente surreali, sul filo del nonsense, affrontando un campionario di temi consueti, tra rapporti personali, relazioni sentimentali, incertezze lavorative, prospettive esistenziali.

Un cantautorato per gli anni ’10, insomma: vagamente ossessivo, velatamente allucinato… reazione plausibile alle ossessione e alla paranoie del quotidiano contemporaneo.

LA PLAYLIST DI APRILE

Zenigata       Tubax

Eri piccola così  Bugo

Painlover      Mardi Gras

Camilla          Vallone

Betoniera      Simone Mi Odia

Divano revolution  Bifolchi

Trashy Like TV   Laila France

Ravenhead        Fallen

Wonder Tortilla  Mamavegas

Il volo          Africa Unite

AA.VV., “SOTTO IL CIELO DI FRED – UN TRIBUTO A FRED BUSCAGLIONE” (PREMIO BUSCAGLIONE /LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nato nel 2010, il Premio Buscaglione, “Sotto il cielo di Fred” punta a valorizzare le band emergenti, omaggiando allo stesso tempo il cantautore torinese.

La pubblicazione di un cd – tributo era uno degli obbiettivi degli organizzatori fin dalle prime edizioni: meta finalmente raggiunta, grazie al contributo di dodici rappresentanti del cantautorato dei giorni nostri.

L’interesse di questa compilation risiede nell’essere una fotografia di buona parte di ciò che meglio ha da offrire la scena musicale italiana degli anni ’10 del ventunesimo secolo, dai Perturbazione a Paolo Benvegnù, da Dente a Lo Stato Sociale, da Brunori Sas, a Il Pan del Diavolo, e l’elenco potrebbe proseguire… certo, forse non ci sono proprio tutti – tutti (personalmente, sarei stato curioso di vedere alle prese col caro vecchio Fred gente come Il Teatro degli Orrori, per dirne uno), ma comunque il piatto, come si dice in questi casi, è ottimo e abbondante.

I partecipanti hanno rispettato il materiale di partenza, mettendoci del loro: senza dilungarsi troppo ad elencare i caratteri di ognuno, sarebbe sufficiente citare la versione quasi anni’40 di ‘Juke Box’ presentata dai Sweet Life Society, i ritmi quasi reggaeggianti con cui Lo Stato Sociale ha tradotto ‘Teresa’, gli accenti mariachi con cui gli Etruski from Lakota hanno costellato ‘Porfirio’; si fanno ricordare la lettura carica di nostalgia che Paolo Benvegnù ha dato di ‘Love in Portofino’ e soprattutto il brano più famoso dell’intera discografia di Buscaglione, ‘Eri piccola così’, qui eseguita da Bugo con la sua solita attitudine all’insegna di un disincanto quasi annoiato.

Quando il materiale di partenza è di livello e gli esecutori sono di valore, il risultato non può essere che soddisfacente… al di là degli esiti, l’importanza di “Sotto il cielo di Fred” sta proprio nell’omaggiare un artista fin troppo spesso dimenticato, almeno quando si tratta di elencare i grandi della canzone italiana: forse per il suo essere stato un ‘irregolare’ (sorte condivisa con altri ‘non allineati’, si pensi ad esempio a Ivan Graziani, o Enzo Jannacci) una sorta di ‘unicum’, per il suo costante ricorso all’ironia, talvolta allo sberleffo, per quanto amari, che lo ha distanziato dalla ‘norma’ del cantautore italiano tutto volto ad un’introspezione, spesso cupa.

“Sotto il cielo di Fred” per certi versi finisce quindi per fare in un certo senso ‘giustizia’: e per questo lo si può quasi definire un disco ‘Necessario’.

FRANCOBEAT, “RADICI” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Fin dai primi lavori discografici, Francobeat (all’anagrafe Franco Naddei) si è dedicato alle contaminazioni tra musica e letteratura, con lavori – anche teatrali – ispirati alle opere di Rodari, Sciascia, Manganelli; poi, un paio di anni fa, una proposta: musicare i testi scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le radici” di San Savino, nei pressi di Riccione.

Proposta che diventa sfida, impegno, impresa, un lavoro di due anni nel quale Francobeat ha progressivamente coinvolto una serie di amici, trai quali John DeLeo, Sacri Cuori, Diego Spagnoli degli Aidoru. Il risultato sono questi quattordici brani, cui Francobeat ha conferito varie vesti sonore: spesso e volentieri all’insegna di atmosfere elettropop (il suo principale riferimento sonoro), ma anche di folk acustico, di indie-rock vagamente sbilenco, con episodi che rimandano a Tricarico, Bugo, volendo Elio e le Storie Tese.

Il materiale è di quelli delicati, da ‘maneggiare con cura’: ascoltato così, senza conoscerne la storia, “Radici” è uno di quei dischi che possono fare la felicità degli amanti del nonsense, delle atmosfere surreali e sbilenche, del flusso di coscienza, dell’attitudine ludica pronta a trasformarsi in meditazione crepuscolare… ma col senno di poi, non si può non ascoltare il lavoro sapendo che questi testi sono frutto di un disagio reale… come quando si abusa del termine ‘matto’, per definire una persona semplicemente ‘fuori dagli schemi’, dimenticandosi troppo spesso le vittime del vero disagio, della reale malattia.

Non che per questo ad ascoltarlo ci si debba per forza immalinconire, o peggio impietosire: forse, invece, incuriosire, magari intenerire, spesso e volentieri riflettere, su questi testi: talvolta semplicemente fantasiosi, che in altre occasioni rappresentano il proprio vissuto, la propria storia, il modo di guardare a sé stessi e alla realtà circostante… quello che succede, in fondo, per qualsiasi autore, di canzoni, poesie od altro.

E allora, forse, il pregio maggiore di questo progetto è portare all’esterno un mondo che, troppo spesso, si preferisce pensare ‘a parte’, come se all’interno delle mura delle strutture di cura vivessero solo persone chiuse nel buio della propria inconsapevolezza, incapaci di comunicare all’esterno, o di farlo in modo comprensibile… magari, spesso, si preferisce pensarlo, forse perché più ‘comodo’ perché la disabilità mentale (e non solo) mette a disagio… e invece “Radici” mette in scena i sogni, l’immaginazione, le riflessioni di persone che la disabilità mentale rende certo ‘diverse’, ma non per questo poi così distanti dai cosiddetti ‘normali’.

DEIAN E LORSOGLABRO, “PREZZO SPECIALE” (I DISCHI DEL MINOLLO / AUDIOGLOBE)

Deian è Deian Martinelli da Moncalieri, classe 1981: una giovinezza artistica passata nella propria camera a sperimentare con strumenti e tecnologie ormai quasi fuori dal tempo, fino all’esordio discografico del 2004, “Il fantasma dell’impossibile”, che attirò una certa attenzione tra gli addetti ai lavori, a cominciare da Bugo, che volle Deian ad aprire i suoi concerti.

Lorsoglabro sono, sostanzialmente, Gabriele Maggiorotto e Alberto Moretti, sodali del nostro, in una struttura costantemente pronta ad aprirsi ad altre collaborazioni, o a mutare veste, prendendo derive più sperimentali e improvvisative nel quasi omonimo progetto Lorsotronico. Non che la musica di Deian e soci sia di suo priva di risvolti sperimentali: la proposta del cantautore torinese e dei suoi compagni di strada è quella di un folk sghembo, di un cantautorato obliquo dai climi spesso e sovente raccolti, retaggio della sua attitudine ‘domestica’, su qui aleggia un’atmosfera rarefatta, onirica, come se voce suoni provenissero da una zona dove la realtà tende a sfumare, dilavando lentamente nel sogno.

Il pop venato di psichedelia dei Beach Boys o quello più marcatamente lisergico di Syd Barrett (influenza quest’ultima esplicitamente ammessa) sono dietro l’angolo nei suoni, all’insegna di un canonico ensemble a base di chitarre (Deian), sezione ritmica (Maggiorotto / Moretti), condite da tastiere, effetti vari ed archi occasionali a dipingere scene vagamente cangianti, in cui c’è sempre quale elemento apparentemente ‘fuori posto’, a rendere il tutto meno stabile e prevedibile.

Una sensazione di ‘instabilità’ che ritroviamo nel cantato, indolente e quasi distratto (e pensandoci non è un caso che Deian abbia attratto l’attenzione di un altro ‘irregolare’ del cantautorato italiano come Bugo), come se cantando l’attenzione, il pensiero, l’immaginazione fossero continuamente distolti da altro, tendendo ad andare altrove…

Brani dalla forte impronta pop volti al sarcasmo sui lati più tragicamente ridicoli della società (a partire dalla ‘mitologia del Prezzo Speciale) citato nel titolo, sferzate all’avanguardia (memori della lezione di Freak Antoni e degli Skiantos), episodi maggiormente irruviditi, brani più apertamente volti alla dilatazione e a paesaggi onirici anche nel testo, e due composizioni strumentali che offrono un assaggio del lato più sperimentale del gruppo e pezzi che gettano lo sguardo su territori più surreali.

Deian e Lorsoglabro ci regalano un disco per certi versi magnetico, che cerca – spesso riuscendoci – di non offrire certezze all’ascoltatore, lasciandolo spesso nella curiosità di vedere cosa gli viene riservato dietro ogni svolta, dietro ogni angolo.