Posts Tagged ‘Brian Eno’

R.I.P. DAVID BOWIE (1947 – 2016)

Inopinatamente scomparso solo pochi giorni dopo la grancassa suonata per il suo ultimo disco, che ora assume il sapore di un ‘testamento’, David Bowie è stato, almeno per me, un musicista in buona parte ‘controverso’.

Una carriera durata quasi mezzo secolo, una trentina di dischi, una mezza dozzina innalzati, giustamente, al ruolo di ‘capolavori’, altri decisamente dimenticabili, Bowie è stato una grande manager e ‘venditore’ di sé stesso.

Bowie, nel bene e nel male, ha sancito quella inscindibilità tra il ‘puro fatto musicale’ e  il contorno di immagine, costruzione del (o dei) personaggi, apparenza e via dicendo che con gli anni è diventata un tratto distintivo della ‘popular music’. Indiscutibile la sua capacità di scrivere canzoni, altrettanto indiscutibile il suo aver capito di poter fare notizia anche e soprattutto con la sua immagine e le sue ‘maschere’. Positiva se vogliamo questa sua ‘crossmedialità’ ante – litteram, decisamente negative le innumerevoli imitazioni cui ha dato luogo  lungo i decenni.

Altra questione quella della sua ‘genialità’ musicale: eccezionale anticipatore per alcuni, ‘modaiolo per altri’… Su questa ‘genialità’, ho dei dubbi: se penso alla sua mitologica ‘trilogia berlinese’, penso soprattutto all’incontro con Brian Eno, uno che forse genio può essere definito più a ragion veduta… Bowie? Più che di genio, parlerei di ‘intuito’… Bowie, più che un anticipatore, ha avuto secondo me un fiuto eccezionale nell’intuire cosa, nel mare magnum di trend – sonori e non solo -nascenti stesse per trasformarsi in moda, ed è stato bravissimo a ‘scommetterci’ su, il più delle volte azzeccandoci, spesso e volentieri finendo lui stesso per passare da anticipatore, anche se su questo, ripeto, ho qualche dubbio.

Dubbi non ce ne sono, invece, sulla capacità di applicare a certe ‘idee sonore’, capacità che gli hanno spesso e volentieri permesso di dare vita a dei capolavori; la capacità, soprattutto, di circondarsi di musicisti di livello a dare forma sonora a testi che in molte occasioni resteranno – e a ragione – nella storia del rock.

Un genio? Forse no. Un grande della storia del rock, sicuramente.

 

FALLEN, “SECRETS OF THE MOON” (PSYCHONAVIGATION)

Torna The Child of A Creek, o meglio, allo stesso tempo, arriva Fallen: la scelta di usare un nome diverso dettata dall’esigenza di differenziare questo lavoro dai precedenti, forse l’apertura di una nuovo capitolo nella propria biografia musicale.

Una nuova fase, sebbene non completamente slegata da quanto ascoltato in precedenza: come nel recente “Hidden tales and other lullabies”, anche qui troviamo sei lunghe composizioni, interamente strumentali, dalle atmosfere suggestivamente oniriche; nelle intenzioni dichiarate, un lavoro che affonda le proprie radici nei ricordi di un passato più o meno distante, con un misto di rimpianto, malinconia, nostalgia.

Il punto di riferimento esplicito è l’ormai lunga tradizione delle sperimentazioni elettroniche, della musica ‘ambient’ e del minimalismo, dai Tangerine Dream a Brian Eno, passando per Klaus Schulze, ma nel corso del lavoro si fanno largo atmosfere gotiche che possono ricordare i suoni di Dead Can Dance e simili, con l’aggiunta di qualche sprazzo industriale; alla strumentazione elettronica e alle chitarre si affiancano piano ed oboe, all’insegna di una contemporaneità colorata di tinte classiche, in un insieme strumentale completato da arrangiamenti di archi e spesso scarne, dagli accenti quasi tribali.

L’esito è quello consueto per i lavori di questo tipo: “Secrets of the moon” finisce ben presto per mollare gli ormeggi, l’ancoraggio alle intenzioni ed al ‘vissuto’ dell’autore, per lasciarsi galleggiare nell’immaginario dell’ascoltatore, pronto ad accogliere le impressioni ed il ‘senso’ che i suoni lasciano scaturire in ognuno.

PERTEGO’, “STATIONS” (COLLAPSED RECORDS)

Addentrarsi nel mare magnum della musica ‘indipendente’ italiana, quella fuori dai grandi giri delle etichette e dei media, significa anche e soprattutto avere a che fare con incontri casuali, come appunto può capitare allorché due navi incrocino le proprie rotte, salutandosi per non rivedersi più… la vita dura del sottobosco musicale è spesso fatta di band che durano il tempo di un disco o due, abbandonando preso la strada… ma a volte, capita di re-imbattersi in un gruppo conosciuto anni prima, scoprire, con piacere che, toh, hanno proseguito, sono andati avanti…

E’ quello che mi è successo coi Pertegò, la risposta (o almeno, una delle possibili risposte) italiana ai Sigùr Ros: conosciuti a fine 2008, con quello che ai tempi era il loro primo disco ‘importante’; li ritrovo, con piacere, oggi con il loro terzo full length (cui si va aggiunto un EP di 4 tracce), in uscita ad inizio giugno.

La formula è immutata, all’insegna di quel particolare connubio tra dilatazioni che evocano distese algide ed incontaminata e allo stesso tempo il calore trasmesso dalle tessiture chitarristiche, spesso dalla grana new wave . Il trio di Piacenza non fa certo mistero di avere il gruppo islandese come principale fonte di espressione ma, come in occasione del precedente disco, limitarsi solo a questo sarebbe semplicistico; del resto le dilatazioni non sono certo monopolio degli scandinavi, basti solo ricordare certe esperienze più ‘pesanti’ come quella degli Explosions In The Sky o dei Neurosis, padrini del genere…

“Stations”  (nove brani,  per circa un’ora di durata,  con  episodi che sforano i sette, gli otto, anche gli undici minuti)  tuttavia appare vivere anche su altro: la band sembra aver intrapreso un cammino di ulteriore studio dei propri suoni e affinamento del proprio stile; si avverte una certa voglia di sperimentare in più, la necessità di non incasellarsi troppo, la ricerca – nelle dilatazioni ambientali (dietro alle quali si celano naturalmente le lezioni della scuola minimalista, di Brian Eno o di certe sperimentazioni frippiane) – del connubio tra melodie struggenti ed esplosioni,  scarna essenzialità e muri sonori, con un cantato (quando presente) evanescente, all’insegna di un falsetto volto ad una malinconia singhiozzante, sovente con una funzione, da strumento aggiuntivo all’ensemble.

Il nuovo lavoro dei Pertegò è uno di quei dischi che finisce per ‘sfidare’ l’ascoltatore: al primo ascolto se ne sta lì, tranquillo, quasi come fosse musica di sottofondo, ma in seguito comincia a svelare particolari e pieghe nascoste, stimolando la curiosità per il dettaglio. Emotività intensa e cura tecnica per un disco che affascina.

PLANKTON WAT, “SPIRITS” (THRILL JOCKEY)

Plankton Wat, ovvero: l’ultimo progetto Dewey Mahood, californiano trapiantato a Portland, Oregon, con alle spalle una nutrita carriera cominciata nei primi anni 2000 e proseguita fino ad oggi all’insegna di un’esplorazione continua che l’ha portato a percorrere i sentieri dell’avanguardia e del punk hardcore, della psichedelia e del dub.
“Spirits” è titolo più che mai emblematico, così come il nome dato al progetto, riferito all’antica città di Angkor Wat, in Cambogia. A scanso equivoci, Mahood non ha abbracciato il folk asiatico: piuttosto, l’impassibile resistere delle antiche rovine al passare del tempo trova un suo contraltare nei paesaggi del versante nord-pacifico degli States: il disco è infatti esplicitamente concepito come una meditazione su quegli scenari, tra coste, deserti e montagne.
Tutto sembra dunque essere collegato, in un percorso verso l’essenziale, che trova la sua espressione sonora in un una manciata di composizioni dominate dagli arpeggi incessanti e rarefatti della chitarra che si accompagnano ad una gamma percussiva ampia, ma privata anch’essa di ogni inutile orpello; un lavoro in cui la voce fa solo isolatamente capolino, quasi nella forma di echi lontani che si perdono nell’ampiezza avvolgente di panorami incontaminati, come se le presenze umane aleggiassero, appunto, solo nella forma di spiriti impalpabili.
Dewey Mahood compone così un disco che si potrebbe definire ‘naturalista’, dominato da quelli che ormai sono comunemente chiamati ‘droni’, nel segno di una rarefazione che rimanda a un Brian Eno, filtrato attraverso la più profonda tradizione folk americana.
Un lavoro originale e intenso, capace di farsi ricordare.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

THE STAR PILLOW, “FATTORE AMBIENTALE” (TAVERNA)

Terza prova per il progetto Star Pillow, portato avanti da Paolo Monti e Federico Gerini: “Fattore Ambientale” è uno di quei dischi che potrebbero definirsi ‘cinematografici’, in cui più di altri i suoni appaiono indicati ad evocare le sequenze di film immaginari che ognuno può costruirsi nel corso dell’ascolto. L’aspetto ‘visivo’ delle dieci composizioni del resto viene citato tra le principali ragioni d’essere del lavoro dagli stessi autori.  Troneggia la title track che oltrepassa i ventisei minuti di durata, nel segno di dilatazioni – nomen omen – ambientali che rimandano (naturalmente) a Brian Eno. Attorno, a mò di ancelle, le altre composizioni, tra vaghi rimandi all’impressionismo di Satie o Debussy e parentesi minimaliste, ovviamente con influenze derivanti dal filone delle sonorizzazioni da cinema (viene in mente a volte Michel Nyman).

“Fattore Ambientale” si fa sinuosamente strada nell’attenzione dell’ascoltatore, affascinando, in qualche occasione mettendolo alla prova, ma difficilmente lasciandolo indifferente: un disco dal quale farsi avvolgere e che può rivelare più di una sorpresa.

LOSINGTODAY

DRIFTING IN SILENCE, “LIFESOUNDS” (LABILE RECORDS)

Già coi suoi precedenti lavori, Derreck Stembridge aveva avuto modo di far apprezzare il proprio progetto Drifting In Silence, nel quale il compositore e polistrumentista ha cominciato ad offrire la propria personale lettura dei suoni ambient / elettronici.

In questa nuova tappa del percorso, Stembridge offre una manciata di brani (nove, durata complessiva inferiore all’ora), in cui è presente gran parte del campionario tipico del genere: troviamo ad esempio un episodio votato all’elettrogoth e una parentesi che appare vagamente ispirata alle ‘dilatazioni metalliche’ dei Neurosis; composizioni ‘magmatiche’ che riportano tracce del Robert Fripp più estremo e le immancabili suggestioni à la Brian Eno, fino ad arrivare ai giorni nostri, con vaghi accenni a certe ‘atmosfere scandinave’.

Un lavoro che forse più vario nella prima parte, in cui il cambiamento di ‘clima’ tra un pezzo e un altro è più ‘radicale’, mentre nella seconda ci si mantieni in ambienti caratterizzati da un’estrema rarefazione, con risultati certo suggestivi, ma forse per certi aspetti un pò pesanti: per questo, “Lifesounds” è forse un lavoro maggiormente consigliabile ai patiti del genere che non ai meno abituati a certe atmosfere, pur rappresentando comunque una più che discreta lettura di questo tipo di suoni.

 IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY