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THE GENTLEMEN’S AGREEMENT, “APOCALYPSE TOWN” (SUBCAVA SONORA)

Una fiaba ecologista in 14 tappe: si parte dalla ‘presa di coscienza’ di un operaio che, stufo dell’alienazione della fabbrica, decide di scappare, fuggire alla ricerca di una nuova vita… venuta meno quella piccola ‘ruota’, all’apparenza insignificante, tutto l’ingranaggio s’inceppa, la fabbrica crolla e, dopo un momento di smarrimento iniziale, la popolazione dell’immaginaria Apocalypse Town torna ad uno stato pre-industriale, ad un rapporto più sereno col mondo e la natura, che piano piano riconquista i propri spazi.

I napoletani Gentlemen’s Agreement non si sono però voluti fermare, nel loro terzo lavoro al solo raccontare in musica un favola quasi in stile Gianni Rodari, dando un senso concreto, reale, a quanto espresso in musica: e allora ecco che la band ha voluto cimentarsi in un’impresa difficile e per certi versi suggestiva: produrre il disco ricorrendo al baratto. Una processo iniziato con il contributo dato alla costruzione di una sala del SudestStudio di Stefano Manca in cambio di un mese di registrazioni, e poi proseguito con altre fasi, fino alla conclusione del progetto.

La voglia di ‘sperimentare’ della band non si è però fermata qui, estendendosi anche alla realizzazione di disco, per il quale ad una strumentazione canonica sono stati aggiunti strumenti da lavoro ed altri costruiti in proprio, che verranno ripresi anche nelle esibizioni live… E la musica? Il quintetto partenopeo imbastisce il proprio lavoro su coordinate largamente impostate sulle rotte per il Sudamerica, collocate temporalmente nella felice stagione della Bossa Nova, condendo il tutto di volta in volta con una spruzzata di cantautorato italiano (magari quello vagamente obliquo e giocoso di Capossela) profumi etnici, spezie industriali, odori jazz, vaghi accenni ‘zappiani’.

Il risultato è uno di quei dischi variopinti, cangianti, spesso caratterizzati da una moltitudine sonora debordante dal fascino magnetico, capaci di rivelare qualche sfumatura nascosta ad ogni ascolto… un disco che si pianta lì, nel lettore CD, Mp3 o quel che volete voi, con ben poca intenzione di farsi schiodare…

JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.

HONEYBIRD AND THE BIRDIES, “YOU SHOULD REPRODUCE” (TROVAROBATO)

Col loro primo disco, Honeybird e i suoi ‘birdies’ avevano ottenuto i giudizi entusiasti degli addetti ai lavori, per la loro effervescente formula che vedeva mischiati nel frullatore gli ingredienti più vari, dando vita a una pietanza certo spumeggiante, ma forse per certi versi un pò priva di ‘orientamento’. Questo secondo lavoro segue la falsariga del precedente, forse focalizzandosi in modo maggiore, ma riuscendo a mantenere intatto l’effetto-sorpresa.

Dieci pezzi che ancora una volta radicati saldamente in un pop leggero e frizzante, dai sapori spesso sudamericani, o colorato di colori funk, talvolta orientato ad una lieve psichedelia, prendendosi talvolta una licenza hip hop, senza privarsi di qualche momento maggiormente riflessivo e magari anche di qualche episodio lievemete pià piacione, ma sempre pronto a svolte imprevedibili che lo portano a improvvise ‘esplosioni’, tra dissonanze e rumorismi, fino all’arrembante e caotica title track posta in chiusura.

Il tutto, ricorrendo ad una gamma di strumenti ampissima e variegata, all’insegna della multietnicità, tra ukulele, berimbau, organetti, pianole e synth, oltre ai classici bassi, batterie e chitarre, che fanno da contorno al solito plurilinguismo della band, che si spinge, come nel precedente episodio, fino a un pezzo in dialetto catanese.

E in questa sua solarità sgargiante, “You shoud reproduce” trova il suo lato migliore, in una varietà che consente di scoprire qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, lasciando intatto il gusto della sorpresa.

LOSINGTODAY