Posts Tagged ‘Bluvertigo’

ARCANO 16, “XVI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Il nome – e il titolo del disco – l’hanno preso dai Tarocchi (il XVI Arcano – per chi se ne intende – è La Torre).

Questa del quartetto piemontese, qui al primo disco, così come la copertina, sembra rimandare vagamente al filone del prog italiano degli anni ’70, e in effetti qualcosa di ‘progressivo’, nei dieci pezzi presenti, si intravede, o meglio: ‘intrasente’.

Intendiamoci: nessuna ‘suite’ di stampo classico, né voli pindarici di sperimentazione; semmai una certa attitudine alla ‘complicazione’, alla non linearità di brani che si svolgono all’insegna di continui cambi di umore e andamento, con un alternarsi di quiete e ira non così prevedibile.

Non viene lasciata fuori dalla porta una certa sensibilità pop che permette alla band, pur in una proposta non certamente ‘easy listening’ , di mantenere vivo il contatto con l’ascoltatore.

Un disco dai tratti psichedelici, schegge di furore elettrico, elettronica post-industriale, parole spesso gridate a dare voce a incomunicabilità e disorientamento, in quello che alla fine risulta uno strano ibrido, come se il Bugo degli inizi avesse guidato i primi Bluvertigo.

Lavoro obliquo, che procede per vie traverse, preferendo vicoli dal fondo sconnesso e le mura sbrecciate a strade lastricate di fresco.

Proposta che incuriosisce e si fa apprezzare in questo suo voler evitare percorsi ‘facili’.

GERMAN, “FORMICHE BALLERINE” (COSMO MUSIK / MILK / PIRAMES INTERNATIONAL / LIBELLULA MUSIC)

Esordio ‘in solo’ per Germano De Gregorio, in arte German, già attivo coi Lily For Gulliver, per un lavoro co-prodotto con Livio Magnini, ‘chitarra’ dei Bluvertigo.

Le ‘formiche ballerine’ sono quelle che brulicano popolando i dancefloor (un tempo si sarebbe detto ‘le piste’) italiani ed europei, poli di attrazione di un’umanità in cerca di senso e di evasione, vivendo nel mito del ‘finesettimana’, cercando la gratificazione o l’autoaffermazione nei ‘like’ sui social, che immagina una fuga verso certe capitali europee del ‘divertimento’ e della ‘libertà’ che alla fine è diventata un po’ un luogo comune.

Non siamo comunque di fronte a una ‘critica sociale’: piuttosto, a un’osservazione della realtà e a riflessioni derivanti da un ‘vissuto’ che traspare nei momenti in cui si parla del dancefloor come luogo dove poter comunicare in maniera meno ‘mediata’ o trovare un momento di ‘realizzazione’, svincolandosi da certe ‘costrizioni’ del quotidiano.

Staccati da questo contesto, un parentesi affettiva e un inno tribale ad un’’Africa Elettronica’, fusione di passato ancestrale e modernità sonora.

Il tutto, lo si sarà immaginato, è tradotto in suoni che con la dance – a tratti, la techno – e l’elettronica hanno molto a che fare, con inclinazioni new wave e qua e là una certa attitudine cantautorale.

Ci si accorge di non essere di fronte a un ‘novellino’: l’idea appare chiara, in un disco ben strutturato.