Posts Tagged ‘Blue Cheer’

FENRIVER, Δ EP – RIVERWEED, FULL MOON EP (NEW MODEL LABEL)

Raramente recensisco Ep: pur essendo talvolta efficaci ‘biglietti da visita’, più spesso finiscono per non esaurire le idee di band o singoli: magari si grida al miracolo per pochi pezzi, quando poi sulla lunga distanza non si regge, o all’opposto ci si accorge che un pugno di brani poco convincenti nascondeva invece ben più spiccate qualità.

Stavolta, tuttavia, mi sono trovato di fronte ai brevi lavori di due gruppi simili come suono e ispirazione e allora ho optato per i classici ‘due piccioni con una fava’.

Iniziamo dai Fenriver, che nel nome e nel titolo del disco, “Δ”, omaggiano le loro origini, appunto quelle del ‘delta’ del Po.

Quattro brani ariosi, arrembanti, con evidenti richiami al rock ‘alternativo’ dei ’90, da quello più conosciuto di Seattle (leggi alla voce: Soundgarden) a quello più di nicchia, con lo stoner rock di Kyuss e simili e ascendenze che ovviamente salgono su fino ai Black Sabbath , ‘padri putativi’ di entrambi, all’insegna di sonorità spesso ‘metalliche’, suggestioni psichedeliche, sprazzi hardcore, riuscendo ad essere efficaci anche quando si sceglie il cantato in italiano. Quattro brani non sono certamente sufficienti a dare la dimensione esatta di una band, si aspetta quindi una prova più ampia per una più compiuta impressione.

I Riverweed – anche qui casualmente c’è di mezzo un fiume – vengono da Sile (provincia di Treviso) e sono in due: Alessandro Cocchetto e Filippo Ceron: elemento distintivo, e non potrebbe essere altrimenti, vista la struttura, ridotta all’essenziale, è un suono compatto, per certi versi scarno: monolitico, talvolta ipnotico, ma allo stesso tempo granitico: la migliore qualità del duo, che riesce a produrre un volume sonoro degno di una formazione a più elementi.

I sei brani di “Full Moon”, cantati in inglese, affondano le radici nell’hard rock lisergico, denso e ruvido degli anni ’60 e ’70, ricordando magari band come i Blue Cheer, un blues trasfigurato attraverso una consistenza scabra e sonorità sabbiose, con una certa quota di acidità.

Il disco ovviamente risente anche di influenze più recenti, ascrivibili a certo indie / alternative rock degli anni ’90 e successivi, con qualche accento noise, climi ‘desertici’.

Lavoro nel complesso convincente, che lascia intatta la curiosità per una prova su una più lunga distanza.

SUPER DISTORTION, “UTOPIA INTERNATIONAL” (Pointy Bird Records)

Tanto per mettere subito in chiaro le cose: se vi piacciono le band che amano suonare retrò, omaggiando l’età dell’oro degli anni 70, con esiti tutto sommato piacevoli sotto il profilo della ‘forma’, ma con poco o nulla di originale in quanto a ‘sostanza’, allora il disco dei Super Distortion.

L’inglese Pete Bradley è l’artefice del progetto, solo l’ultima in ordine cronologica tra le varie esperienze portate avanti nel corso della sua carriera, tanto duratura quanto lontana dai riflettori. Ampi, e un tantino esagerati, i riferimenti citati, all’insegna di un mix in cui troviamo i Caravan e i Tame Impala, Astrud Gilberto e i Brian Jonestown Massacre, Frank Zappa, Jesus And Mary Chain e Mike Oldfield, in un elenco fino troppo abbondante e tutto sommato anche fuorviante.

Messa in maniera più semplice, le dieci tracce presenti rappresentano un omaggio ai seventies, in alcune delle loro principali sfaccettature: dal folk à la Neil Young ai ronzii di Blue Cheer e Black Sabbath, dalle tirate ‘lisergiche’ degli Hawkwind alla psichedelia più orientata al pop.

Un lavoro che si lascia ascoltare e che scorre via rapido, ma che sulla lunga distanza non riesce ad evitare la sensazione di ‘già sentito’ e ai Super Distortion dell’originalità importa probabilmente poco.

Si sforano in qualche parentesi i cinque minuti di durata, episodicamente i sei e i sette (sui complessivi quaranta minuti circa), ma a tratti questo ricorso alle digressioni strumentali e alle dilatazioni appare un pò fine a sé stesso, a voler a tutti i costi rincorrere certe abitudini dell’epoca; indubbiamente più efficaci i brani dove la sintesi (anche con qualche suggestione pop) prende il sopravvento.

L’esito, potrebbe dirsi, è più che mai ambivalente: efficace se si guarda alla semplice riproposizoni di suoni e atmosfere, molto meno se, anche da un lavoro molto derivativo, si cerca comunque un minimo di originalità.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY