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BLADE RUNNER 2049

Risulta un po’ difficile, parlare di “Blade Runner 2049”: un po’ perché non si può certo ignorare il suo essere sequel di un film che rappresenta una delle ‘pietre miliari’ di un genere; un po’ perché parlare di questo film solo in quanto ‘seguito’ risulterebbe alla fine ingeneroso; un po’ perché, diciamocela, ed è questo, soprattutto, il bello del film, il rischio è da un lato di finire per essere ultrasintetici onde non rivelare troppo, o di buttare giù un ‘mattone critico’ (e io in fondo non sarei nemmeno in grado) per parlare di tutto o quasi.
Siamo, appunto, nel 2049 e i nuovi modelli di ‘replicanti’, più ‘obbedienti’ rispetto ai loro precursori, danno la caccia a quelli ancora in fuga.
Uno di questi, l’agente ‘K’, finirà per imbattersi, più o meno volutamente, in un ‘giallo’ che ruota attorno a un evento che sancirà un punto di non ritorno nell’evoluzione della ‘vita artificiale’, che lo vedrà coinvolto in prima persona, finendo per farlo incontrare con Rick Deckard, protagonista del primo film… di più veramente non è lecito dire.

Molti, credo, ricorderanno le parole di Roy Batty in “Blade Runner”, la mitologica frase sulle ‘cose che voi umani non potreste immaginarvi…’; quella frase si concludeva coi ‘ricordi che si perdono come lacrime nella pioggia’; i ‘ricordi’ sono, appunto, una delle cose che ci rendono ‘vivi’, umani; e la riflessione di “Blade Runner 2049”, gira tutta attorno a questo, ai ricordi, la cui veridicità rappresenta una delle prove finali della propria umanità, in un mondo in cui i ricordi stessi possono essere impiantati artificialmente nei replicanti per dare loro una sorta di passato fittizio.

Il protagonista intraprende un’indagine di cui molto presto l’oggetto diventa egli stesso e la propria umanità, in un modo che a tratti può ricordare “A.I.” e forse non a caso, vista la firma di Kubrick su almeno parte di quel progetto: magari è solo un impressione, ma in questo film ho trovato molto di Kubrick: la lentezza di ‘2001…’, l’abbandono di certi luoghi che può ricordare alla lontana quello dell’Overlook Hotel.

Il viaggio di ‘K’ attraversa un mondo non solo futuristico, ma futuribile, molto più futuribile di quello delineato dal suo predecessore: tecnologie che indagano corpi e ossa a livello quasi atomico, ‘assistenti elettroniche’ che giungono alle soglie – e forse un passo oltre – dell’autoconsapevolezza, fino a ‘fondersi’ quasi letteralmente coi viventi per viverne le stesse esperienze… megalopoli dominate da torri interminabili, paesaggi extraurbani costellati di serre in cui i prodotti della terra che vengono cresciuti ormai quasi esclusivamente per via artificiali.

A convincere più di tutto è questo scenario, certo prodotto grazie ai passi da gigante compiuti dalla tecnologia, e quindi non ci si dovrebbe stupire, ma alla fine si resta ugualmente estasiati.

Denis Villeneuve riesce a dare vita a un film coerente, rispettoso del predecessore, che omaggia con apparizioni e ‘comparsate’ che vanno oltre l’attesissimo ritorno di Deckard / Ford, nel contempo costruendo un’opera che funziona benissimo da sola; al suo interno si muove un convincente Ryan Gosling, circondato da uno stuolo di donne tra le quali si segnala soprattutto Ana de Armas; Ford è sempre Ford, assorbito dalla presenza iconica del suo personaggio; Jared Leto, pur in ruolo ridotto, come al solito offre una prestazione di livello.

E’ difficile riuscire a vedere e considerare “Blade Runner 2049” senza tenere conto di ciò che l’ha preceduto; eppure, forse questa è la strada migliore per goderselo; poi ovviamente si possono fare tutte le considerazioni del caso, gridare all’impresa riuscita o esacerbare la propria insoddisfazione, ma penso che alla fine ogni film debba vivere di vita propria, anche – e forse, un filo paradossalmente – soprattutto in questo caso.