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BOSCO, “ERA” (AUTOPRODOTTO)

“Era”: un imperfetto, o forse un sostantivo… Ad ascoltare i dieci brani che compongono l’esordio del quartetto romano, entrambe le definizioni possono calzare: un’era, non tanto storica, quanto di vita personale, la fotografia di un momento, fatto fatalmente non solo del proprio ‘vissuto’ attuale, ma anche di ricordi… e qui si inserisce l’era all’imperfetto… ‘era’, o ‘è stato’ così, fino a più o meno poco tempo fa, ma poi alla fine viene il momento di voltare pagina…

Relazioni sentimentali che si chiudono, cercando di evitare di annegare la sofferenza nella melassa dei ricordi; si coglie l’occasione, magari, per scappare all’estero, prendendo allo stesso modo le distanze da un’Italia in cui a volte l’unico ‘modus vivendi’ sembra essere quello di costruirsi un’oasi di tranquillità fatta di libri, film e tutto ciò che si ama, magari condendo il tutto con i ricordi estivi dell’adolescenza.

Ci si rende conto, o forse semplicemente lo si ammette a sé stessi, di stare ‘crescendo’ e che forse non è più il tempo di giocare a fare gli eterni ‘giovani’ continuando a replicare gli stessi ‘riti’, magari nel corso di estati trascorse troppo in fretta…

Sullo sfondo, Roma: vissuta, come da ogni comune cittadino, col classico rapporto di ‘amore / odio’: inevitabile, a pensarci, visto che alla fine Roma letta al contrario si legge pur sempre Amor.

I Bosco rileggono tematiche tutto sommato ‘consuete’ – i ‘momenti di passaggio’, la fine di un amore, la presa di coscienza del proprio ‘essere adulti’ – in maniera tutto sommato discretamente personale, con sonorità in cui si mescolano allusioni all’elettropop degli anni ’80, alle atmosfere sognanti dei ’90 (vedi alla voce Belle & Sebastien) e magari strizzando l’occhio a più recenti esperienze ‘indie’ di casa nostra: i primi a venire in mente, specie negli episodi in cui voce maschile e femminile si affiancano efficacemente, sono i Baustelle.

Un buon disco di esordio, in cui i riferimenti sonori sono ancora abbastanza ‘scoperti’, ma in cui si avverte che la ricerca di stile e personalità più marcati è già a buon punto.

JESUS H. FOXX, “ENDLESS KNOCKING” (SONG, BY TOAD RECORDS)

‘Collettivo’: sostantivo molto in voga allorché si parla di musica, oggi; spesso abbinato all’aggettivo ‘canadese’. Stavolta però non siamo in Canada, ma in Scozia, con tutte le variazioni sul tema del caso.

Jesus H. Foxx sono in sette e vengono da Edimburgo: Endless Knocking è il loro primo lavoro sulla lunga distanza, disco dalla gestazione un filo complicata: dopo un Ep datato 2009, si sono messi al lavoro sul nuovo disco, ma una volta portatolo a termine il risultato sembrava non essere soddisfacente e quindi via ad una pesante revisione.

“Endless Knocking” esce così solo in questo 2012, ma valeva la pena di aspettare: gli undici brani presenti offrono sprazzi di spettacolarità, improntati a un efficace equilibrio tra acustica ed elettrica, folk (talvolta obliquo, in alcuni frangenti crepuscolare) e indie rock, spesso prevedibilmente all’insegna di afflati orchestrali: chitarre, basso, batteria, ma anche tastiere, glockenspiel, archi fiati e un’interpretazione vocale, spesso e volentieri soffusa e sussurrata, che a tratti esplode in effervescenti cori cui contribuisce anche una voce femminile. Volendo tirare in ballo i soliti confronti, è un pò come se l’indole giocosa di Belle & Sebastien (con qualche vaga suggestione ‘canterburiana’), incontrasse le suggestioni folk d’oltreoceano di Lambchop o National. In tutti casi, un lavoro da gustare dall’inizio alla fine.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY