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RICKSON, “CHI TI AIUTERÀ” (THE BEAT PRODUCTION / LIBELLULA MUSIC)

Disco di esordio per questa band di Arezzo formatasi nel 2015, i cui componenti avevano comunque già avuto collaborato in precedenza.

Otto brani tra un passato ormai quasi remoto, quello del brit pop originale, degli anni 60 e delle conseguenti derivazioni beat nostrane e anni più recenti (vedi alla voce: Strokes), con qualche occasionale distorsione. Il nucleo del disco è comunque decisamente ancorato a un pop che cerca una veste elegante attraverso l’uso di piano e synth, mentre le chitarre trovano qua e là lo spazio per qualche assolo che rinforzi l’aspetto elettrico della faccenda. Atmosfere retrò nelle quali si respira aria di promesse estive di amore eterno, destinate a evaporare in autunno, i travagli sentimentali il filo conduttore, accompagnati da sprazzi esistenzialisti, una spolverata di spleen.

In copertina due bambini si arrampicano su un muretto, il booklet nella forma che ricorda il diario di un liceale: tutto più o meno riporta lì, a un passato per il gruppo forse più o meno biografico che trova la propria corrispondenza in riferimenti sonori dai tratti quasi vintage senza apparire troppo passatisti.

Un lavoro che scorre via leggero, forse un po’ troppo a dire la verità: un esordio che sembra ‘giocare sul sicuro’, in attesa che la band dia alla propria proposta un’impronta stilistica più decisa.

PAGLIACCIO, “LA MARATONA” (COSTELLO’S RECORDS)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i Pagliaccio, trio di stanza a Biella, che già un paio di anni fa, col primo lavoro “Eroironico” aveva avuto modo di farsi apprezzare, calcando i palchi affiancando Marleme Kuntz, Africa Unite e Lo stato sociale tra gli altri.

Con quel nome, e con un esordio con quel titolo, è facile pensare che i Pagliaccio non prendano troppo sul serio le cose e lo stessi; del resto, a pensarci al giorno d’oggi a prendere la vita troppo sul serio, specie se si hanno trai 30 e i 40 anni, si rischia di cadere in depressione… e allora, a dispetto di tutto, è meglio guardare alle cose con animo almeno ironico, cercando, anche se è difficile, di riderci un po’ su.

“La maratona” del titolo è classica metafora della vita, gara di resistenza tra mille difficoltà; gara, soprattutto, con sé stessi, coi propri pregi, difetti, limiti: paragone indubbiamente scontato, se vogliamo, ma comunque sempre utile…

I dieci brani che compongono il disco buttano uno sguardo a volo d’uccello sulla generazione a cavallo degli ‘anta ed oltre’, per mentalità o necessità costretta a restare giovane fino a 50 anni e ad assistere con invidia all’esistenza tranquilla degli ottantenni che si godono la pensione assicurata (o almeno, quelli che su una pensione dignitosa possono contare), mentre dall’altra parte si vive all’insegna della precarietà, in attesa – o alla ricerca – di un’occasione per sistemarsi che tarda ad arrivare o appare decisamente restia a farsi trovare. Occasione che a volte si cerca anche quando il lavoro lo si ha già, per poter finalmente soddisfare le proprie aspirazioni, o semplicemente per dimostrare qualcosa a sé stessi, alla famiglia, agli altri.

L’incertezza lavorativa si espande a macchia d’olio su tutta la propria esistenza, a cominciare dalle relazioni interpersonali ed affettive (anche se il brano più ottimista di tutto il lotto racconta la storia d’amore stra-ordinaria, di una coppia di ciechi) fino alla crisi d’identità, al non essere più sicuri di cosa si vuole veramente… sempre insoddisfatti per una qualche mancanza.

Ci si rifugia nei ricordi delle partite a pallone dell’infanzia, o in una rassicurante quotidianità domestica, o si cerca di riempire i tempi morti e la paura di restare soli, attraverso un profluvio di impegni ‘sociali’ (corsi, volontariato, etc…) che alla fine rappresentano solo la via per colmare vuoti di altro tipo… in attesa di tempi migliori, forse è meglio buttarla su ridere: il brano conclusivo è una fiera rivendicazione della natura ‘pagliaccesca’ della band, a dispetto di tutti quelli che pur essendolo, di essere dei pagliacci magari manco se ne accorgono.

I Pagliaccio raccontano tutto questo con un pop-rock solare e allegro, dalle molteplici sfumature, debitore della classica tradizione della canzone italiana, frequentemente corredato di profumi retrò, tra allusioni surf, ska, qualche suggestione beat. Il tono è scanzonato, per quanto i testi siano caratterizzati da una certa amarezza di fondo… o forse non sono i testi, ad essere amari: è la realtà circostante, ad esserlo.

I PROFESSIONISTI, “I SENSAZIONALI SUONI CISALPINI DEI PROFESSIONISTI” (SKANK BLOC RECORDS)

Di loro lasciano trapelare poco o nulla, se non nomi e cognomi: il loro disco (d’esordio, si suppone) esce per la Skank Bloc, etichetta italiana ‘emigrata’ in Svizzera. Per il resto, nient’altro, o quasi. Comunque, i tre Professionisti sfornano un lavoro che molto deve al classico canzoniere italiano, quello degli anni ’60, per intenderci: non è un caso se il lavoro si apre con un pezzo intitolato ‘Che cosa c’è’, in un omaggio esplicito a Paoli, che però nel testo trova uno svolgimento meno lineare, ai confini del flusso di coscienza, del nonsense.

Una vena che nel corso del disco si farà ricorrente, ad accompagnarci al succedersi di suggestioni sonore che vanno dal reggae a profumi di bossa fino al country, complice il frequente uso dell’armonica.

Un lavoro che ai ’60 deve anche molta della sua componente più propriamente rockeggiante, con rimandi ai climi scanzonati del beat e, a chiudere il ciclo tornando a parlare dei testi, per un certo modo di tradurre il quotidiano in toni apparentemente leggeri, con una vago tono surreale, tra un aperitivo che si riempe di pioggia, scassinatori romantici e un benzinaio blues.

L’esito è ambivalente: il gioco è gradevole, i suoni di fattura più che discreta, notevole il tentativo di dare al lavoro un certo dinamismo tentando di cambiare più volte le carte in tavola, la scrittura pur se un pò acerba, non priva d’interesse; eppure nonostante tutto questo il disco perde fin troppo presto la propria presa, privo di quel ‘quid’ che gli permetta di piantare le tende nel lettore per non uscirne più; un ‘qualcosa’ che forse potrà derivare solo dall’ulteriore maturazione di un gruppo che sembra avere discrete potenzialità da realizzare.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY