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RITORNO DAL RE

Che io ricordi, il mio primo contatto con Stephen King avvenne in un’estate dell’85 (o ’86?) allorché in televisione mi imbattei nel trailer di “Brivido” (unica sua regia cinematografica, ben poco memorabile, tra l’altro); all’epoca, avrò avuto 11 o 12 anni e quelle immagini (il ponte stradale che si ribalta, causando un macello, il coltello elettrico che taglia il polso della cuoca nella tavola calda, la mitragliatrice che spara da sola) mi provocarono una scarica di adrenalina non indifferente: non tanto paura (che io ricordi, l’unico vero spavento da ragazzino me lo provocò il video di “Thriller” di Michael Jackson), quanto di sottile ‘esaltazione’: l’idea delle macchine che si ribellano all’uomo col senno di poi sembra piuttosto stupida (anche considerando come venne svolta in quel film), ma ad un ragazzino di 11 anni risulta un mix di divertimento… e di paura (ma si, ammettiamolo). In quel trailer vidi per la prima volta Stephen King: mi risultò un pò strano, un filo inquietante forse, con quel sorriso e lo sguardo un po’ strabico.
In precedenza, a dire il vero, ci fu il trailer di “Shining” (quello degli ascensori e del mare di sangue), ma all’epoca non sapevo chi fosse Kubrick e il collegamento con King era del tutto assente nella presentazione.

Un annetto dopo (non tanti, forse un paio), convinsi i miei a portarmi a vedere “L’occhio del gatto” (strano come i miei primi contatti con Stephen King siano legati alle sue trasposizioni cinematografiche meno riuscite): ricordo distintamente quella serata perché mia madre, già abbastanza irritata dal primo episodio (quello in cui un fumatore incallito ricorre ad una clinica che per togliere il vizio ai nicotinomani ricorre a metodi estremi, e si trova di fronte alla moglie che viene quasi ‘fritta’ su una sorta di griglia elettrica), di fronte al secondo (un marito cornuto costringe l’amante della moglie a percorrere il cornicione esterno di un grattacielo), decise che quel film non era adatto ad un ragazzino di 11 anni, costringendo mio padre e me ad alzarci e andarcene… ricordo che da parte mia ci fu una piazzata allucinante; la verità è che io non ero affatto spaventato da quelle scene: all’epoca avevo già visto cose ben più inquietanti nel cartone animato “Bem – Il mostro umano”…

Non mi dilungherò sulla storia dei miei rapporti con mia madre; vi basti che quello fu un esempio classico: mia madre all’epoca non riusciva a capire che un film del genere per me non risultava per nulla spaventoso; che a 11 anni o giù di lì ero già in grado di separare realtà e finzione e di assistere a certe storie senza venirne sconvolto; di come non solo mia madre non riusciva a capirlo, ma di come in fondo non si sforzasse nemmeno, capirlo (e il problema, col passare degli anni è rimasto quello: la sua incapacità di capire e la sua totale mancanza di volontà di farlo, pena ammettere di essersi sbagliata).

Il primo libro che ho comprato di Stephen King è stato la raccolta “A volte ritornano”; col passare del tempo, molti altri ne sono seguiti… La mia vita di lettore mi ha portato a percorrere in lungo e in largo la letteratura horror, quella fantascientifica, ma anche la narrativa tradizionale: ricordo l’emozione di leggere i racconti di Poe e quelli di Lovecraft, le storie di Clive Barker, i romanzi di Asimov; potrei parlarvi del mio periodo ‘De Carlo’, in cui divorai quasi tutti i suoi libri uno appresso all’altro; di come imparai ad apprezzare, e progressivamente a disiniteressarmi, di Welsh; della mia passione per Nick Hornby e del piacere con cui sfogliavo le pagine di Roddy Doyle o Alain De Bottom; o di quando scoprii Jonathan Coe; del progressivo accumularsi nella mia libreria dei romanzi di Benni, Pennac e della Yoshimoto; di come, leggendo certi libri di Richard Ford o i racconti di Alice Munro o di Carver, abbia capito come si scrive ‘ad un livello superiore’; dei miei periodici ritorni sui classici…
Potrei continuare ad elencare nomi, raccontarvi di tutto questo e tanto altro, dipingere il ritratto abbastanza fedele di un lettore ‘onnivoro’…
Ma Stephen King, è tutto un altro paio di maniche.

Con King è diverso: ci sono tanti libri di cui ho scordato anche la trama (e purtroppo in qualche caso questo è vero anche per il ‘Re’), ma di norma, quando mi trovo davanti un libro di Stephen King, lo riconnetto immediatamente a qualche momento della mia esistenza.

Guardo la copertina di “Cose Preziose” (nell’edizione dell’allora Euroclub, che ora credo non esista più) e ricordo di come rimasi estasiato dal meccanismo ad orologeria costruito in quel romanzo; i tanti suoi libri comprati usati in un chiosco di libri e fumetti in viale Marconi (tutt’oggi esistente); i libri comprati alla Feltrinelli di Largo Argentina, quando ancora non era grande come oggi, e in cui c’era un angolo, al secondo piano, tutto dedicato a King; i libri tascabili pubblicati nelle collane supereconomiche, da edicola, letti magari sulla Metro, andando all’Università; o, qualche anno fa, “Duma Key”, letto sull’autobus nel breve periodo in cui feci il volontario ai Mondiali di Nuoto qui a Roma; libri che evocano estati al mare, o inverni in casa…

Qualche giorno fa, dopo tanto tempo, ho comprato due libri di Stephen King: “Colorado Kid” (già finito di leggere) e “Joyland” (cominciato da qualche giorno), a cui è seguito “Dr. Sleep” (le cui pagine spiegazzate mi ricorderanno la lettura sulle panchine di Villa Pamphilj): e l’impressione è sempre la stessa: una sorta di ‘ritorno a casa’, un emozione che ti prende fin dalle prime righe, quando riconosci lo stile (anche se ‘filtrato’ dai traduttori, dallo ‘storico’ Dobner al più recente Arduino) e ti accorgi che in fondo poco è cambiato: è come quando torni in qualche posto che conosci bene; magari un negozio può avere chiuso e per arrivarci hai dovuto superare uno svincolo che prima non c’era, ma appena giungi lì, capisci che il posto è quello: immagini, odori, impressioni…

In questo i sensi non vengono colpiti ‘direttamente’, ma fin dalle prime righe le sensazioni che vengono evocate sono le stesse: il modo di descrivere climi, luoghi, personaggi, atmosfere… e si è sicuri che, nonostante non si sappia come va a finire (raramente con King le cose finiscono ‘bene’, le sue storie raramente si concludono con “…e vissero tutti felici e contenti”… spesso e volentieri bisogna accontentarsi del “… e vissero…” e nemmeno tutti), si verrà accompagnati in un mondo che si conosce bene. C’è un suo romanzo – non ricordo quale – che comincia con “Sei già stato qui”: in quel caso King si riferiva a Castle Rock, ambientazione di molti suoi romanzi a cavallo tra gli ’80 e i ’90; ecco: questo incipit è quello che potrebbe idealmente aprire ogni romanzo di Stephen King: “sei già stato qui”, stavolta non a Castle Rock, ma nell’universo letterario del “Re”.
Per quanti libri abbia potuto leggere, per quanti libri potrò mai leggere, dubito che aprendone uno di un qualsiasi autore proverò la stessa emozione che provo con un libro di Stephen King: per quanti universi letterari potrò mai girare, il ritorno dal Re è sempre un po’ come un ritorno a casa.

NOBEL 2013 – LETTERATURA: ALICE MUNRO

Come ho già scritto in altre occasioni, il Nobel per Letteratura è ‘naturalmente’ quello a cui mi sento più vicino… non che mi consideri un ‘letterato’, ma da semplice appassionato ‘del leggere’, l’assegnazione di questo Nobel mi ha sempre incuriosito: figuriamoci quando, come in questa occasione, il Premio va ad una scrittrice della quale ho letto qualcosa, apprezzandola molto, peraltro.

L’assegnazione del Nobel per la Letteratura alla canadese Alice Munro è, da un certo punto di vista, la vittoria dei ‘lettori normali’, basti pensare che le sue opere le si trova in maniera molto agevole, nelle edizioni economiche della Einaudi. Spesso il Nobel viene assegnato a intellettuali dissidenti, provenienti da zone ‘difficili’ del pianeta o, per altro verso, a intellettuali di livello, magari conosciuti da pochi… Non dico che il Nobel dovrebbe essere un premio alla ‘popolarità’, per quanto ho l’impressione che spesso, proprio l’essere ‘popolari’ abbia sbarrato le porte del premio a chi magari l’avrebbe meritato (penso ad esempio ad Isaac Asimov o Ray Bradbury, autentici inventori di un genere e mi chiedo se sarebbe stato così scandaloso premiare Charles Shultz, inventore dei Penauts), tuttavia, quando il Nobel va ad un autore che, insomma, si può definire ‘popolare’, il Premio finisce di avere quell’aura da ‘pochi eletti’ per assurgere veramente  a riconoscimento allo status raggiunto nella letteratura mondiale.

E insomma, il fatto di avere in casa un libro della Munro – esatto, solo uno, mi sono sempre ripromesso di approfondire, ma non ho trovato il tempo – questo riconoscimento mi fa piacere e mi inorgoglisce anche un pò… e per festeggiare in modo anche un pò referenziale, incollo qui sotto la recensione che a suo tempo (fine gennaio 2007) scrissi di

“NEMICO,  AMICO, AMANTE”

Nell’acquisto di un libro (e, in misura minore, di un disco o di un dvd) ho sempre fatto poco caso alle recensioni. Certo, mi capita più spesso di leggere critiche di musica o film, e quando ne compro so già più o meno di cosa si tratta.
Ciò non avviene ad esempio nel caso della musica classica contemporanea, dove in genere mi faccio guidare da titoli o copertine. Lo stesso metodo uso, quasi sempre, per i libri.
Un titolo e una copertina possono essere un fattore determinante, poi certo ci sono le righe di presentazione in quarta di copertina che possono confermare la mia attenzione, o farla cadere di botto.
Per la raccolta “Nemico, Amico, Amante…” della scrittrice canadese Alice Munro è successo così: insomma la copertina, con questa splendida ragazza, fotografata di profilo, appoggiata ad un davanzale ma con lo sguardo verso l’obbiettivo, come se il fotografo l’avesse improvvisamente distolta dai suoi pensieri, mi ha letteralmente fulminato.
Nelle note sul retro apprendo che si tratta di una raccolta di nove racconti di media lunghezza, la formula che preferisco quando devo approcciare un autore che non conosco.
Devo dire col senno di poi che le attese non sono state deluse. Le protagoniste dei racconti della Munro sono tutti invariabilmente  femminili, ma ciò non vuol dire che la Munro sia un autrice ‘per sole donne’, anzi. Forse questi racconti faremmo meglio bene a leggerli soprattutto noi uomini. Non perché ci rivelino  chissà quale realtà sull’universo femminile (ancora ben al di là di essere compreso), ma perché, non so… c’è qualcosa nelle reazioni, nei comportamenti dei personaggi della Munro, che dopo aver letto questi racconti lascia l’impressione di aver capito qualcosa, qualche sottigliezza, qualche elemento di contorno ma che fa comunque parte del ‘quadro generale’. Sarà forse che questi racconti restano sempre ‘in sospeso’: non ci sono mutamenti radicali, solo spostamenti impercettibili, piccoli eventi che non cambiano il quadro generale, ma ci dicono qualcosa delle protagoniste.

In questa mancanza di sconvolgimenti, la dimensione minima di  questi eventi, spesso amori o tradimenti sul punto di sbocciare ma  che non esplodono mai, raccontati nel loro primissimo nascere o  nel loro fugace consumarsi, sta il bello di questi racconti della Munro. E’ come se le sollevasse per un attimo un velo sopra vicende quotidiane fatte di sogni, speranze, aspirazioni, malattia, morte,  o semplicemente vita e basta , fornendoci solo qualche coordinata essenziale per inquadrare la situazione, per poi nuovamente abbassarlo, lasciando al lettore la fantasia di proseguirli.  Ne esce questa piccola selezione, una galleria di vite, a volte  guidate dalla forza di volontà, ma molto più frequentemente dalla
sola forza del ‘Caso’, una serie di donne quasi mai padrone della loro vita, ma quasi in balia degli eventi, dai quali però riescono sempre a trarre il meglio, anche nelle situazioni peggiori.
Ecco, oltre alla concretezza dei personaggi e delle situazioni, è che questi si concludono invariabilmente con un’aura di speranza: non è un’ingenuità sterile, è più una sorta di ‘visione positiva’, come se anche nei momenti più bui e incerti in fondo la vita desse sempre un motivo di ottimismo.
Una bella scoperta, questa Alice Munro: da tempo un libro non mi coinvolgeva così.

MATTEO CINCOPAN, “FANTASCIENZA” (AUTOPRODOTTO)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il bolognese Matteo Cincopan, che prosegue la carriera solista dopo le esperienze con band come Poets o Guidos.

Il titolo è molto indicativo: l’immaginario fantascientifico, almeno nei titoli, domina in lungo e in largo le nove tracce presenti, con titolo come Andromeda, La deriva di Alpha, Psicopolizia… nel segno di omaggi a maestri del genere come Asimov, Bradbury, Orwell…

Se si immagina un disco dedicato ad infinità siderali o futuri distopici, si finisce – in parte – fuori strada: certi temi sono infatti si presenti, ma vengono utilizzati come suggestioni per riportare il tutto all’oggi, spostando la riflessione sull’uomo come singolo o come collettività, spesso disorientato, quasi perso di fronte all’infinità è all’assenza di risposte alle domande fondamentali dell’esistere, talvolta impotenti di fronte a una società, ad una realtà circorstante spesso incomprensibile. Fosse un film ‘di genere’, il disco di Matteo Cincopan non sarebbe sicuramente un action movie, quanto un film più introspettivo e filosofico.

Il cantautore è anche il quasi completo ‘costruttore’ dei suoni del disco: ad eccezione dell’accompagnamento di un batterista, è lui ad imbracciare chitarre e bassi e porsi dietro le tastiere, occupandosi inoltre di parte delle percussioni. I suoni del disco rimandano ampiamente alla felice stagione del prog italiano degli anni ’70: vengono a tratti in mente la PFM, piuttosto che Le Orme, in un disco che non cede mai o quasi all’esibizionismo solistico (pur se l’autore non si nega uno strumentale e qualche assolo di chitarra dallo spiccato sapore seventies), reindirizzandosi in qualche episodio – forse meno riuscito – verso più marcati lidi cantautorali più attuali.

Un disco che rivela più di un punto di interesse, mostrandoci un autore che si resta curioso di assistere nelle prossime prove.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY