Posts Tagged ‘Arcade Fire’

MAMAVEGAS, “ARVO” (42 RECORDS / MASTERMUSIC)

L’acqua: quella di un bacino artificiale (da cui deriva il titolo del disco), parodia di un elemento naturale che l’uomo impone alla natura stessa; acqua attraverso la quale la natura si prende la sua ‘rivincita’ tremenda e inarrestabile, durante le alluvioni; acqua attraversata dai migranti alla ricerca di un futuro migliore, o via di fuga rispetto ai propri fallimenti sentimentali acqua che a volte inghiotte semplicemente chi vi si avventura… non un ‘concept’, ma un lavoro in cui l’acqua costituisce una sorta di filo conduttore, di tema sul quale si ritorna in continuazione, il secondo dei Mamavegas, che arriva a tre anni di distanza dall’esordio di “Hymn for the Bad Things”.

La band continua ad avere quasi la struttura di un ‘collettivo’ – sei i componenti – ricordando la formula che parecchi successi ha mietuto negli ultimi anni in ambiente ‘indie’, (in particolare in Canada: i più noti gli Arcade Fire); diverso l’approccio, stavolta all’insegna di una vera e propria condivisione del processo compositivo in studio.

Il risultato sta in questi dieci pezzi, in cui oltre che per l’acqua, c’è spazio per la nostalgia dell’infanzia, uno sguardo sull’ossessione contemporanea per l’accumulo compulsivo (a colmare vuoti di altro genere), per i timori e le paure che circondano una prossima paternità, per le relazioni umane, anche sentimentali.

I Mamavegas danno consistenza sonora a questo campionario ideale attraverso un disco che, visto il numero dei componenti, non poteva non essere assai consistente dal punto di vista sonoro, tra momenti di tranquillità e parentesi più ariose, con un costante afflato orchestrale, che sviluppa la propria potenza nei momenti più elettrici – anche con qualche inclinazione noise – e che negli episodi più volti all’acustica si impegna nella tessitura di tappeti e nella costruzione di sfondi sonori dalle suggestioni oniriche.

Un lavoro incanalato nei binari di un indie – rock dalle reminiscenze shoegaze e dreampop, tenendo presente la lezione del pop psichedelico degli anni ’60 (vedi alla voce Beach Boys) ma anche a quello più recente di matrice britannica.

Un disco che ha il suo miglior pregio in una ricchezza sonora capace di continuare a offrire ad ogni ascolto qualche nuovo particolare.

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THREE LAKES & THE FLATLAND EAGLES, “WAR TALES” (UPUPA PRODUZIONI)

Un concept dedicato alla guerra, che divine spunto per parlare d’altro: è il progetto di ThreeLakes, alias Luca Righi, accompagnato in questo esordio discografico da un manipolo di amici che si presentano come The Flatland Eagles, guidati dal produttore – e sostenitore della prima ora del progetto – Andrea Sologni (Gazebo Penguins), trai quali troviamo anche Paolo Polacchini (Three In One Gentleman Suite) e da un nutrito gruppo di ospiti: Emanuele Reverberi (Giardini di Mirò) Capra (Gazebo Penguins), Francesca Amati (Comaneci), Luciano Ermondi (Tempelhof).

L’ampio numero di partecipanti è un buon punto di partenza per parlare di un disco che spesso e volentieri, per atmosfere e attitudine, ricorda quelli di certi ‘collettivi’ nordamericani che negli ultimi anni vanno per la maggiore (chi ha detto Arcade Fire): certo, con esiti meno magniloquenti e pirotecnici, in un disco dai toni abbastanza dimessi, anzi più forse è meglio dire, sommessi, pur non mancando di parentesi più movimentate.

Chitarra e voce disegnano melodie dalle tinte crepuscolari, quasi funebri, la cadenza lenta,  all’insegna di un essenziale cantautorato folk pronto, in alcuni frangenti a vestirsi di paramenti orchestrali con l’ingresso degli altri strumenti (tra cui armoniche, archi e fiati) che si accompagnano ad un cantato (in inglese, che unito ad altre voci si fa talvolta corale) dalla emozionalità dolente.

La guerra è il filo conduttore, coi suoi tanti aspetti: il dolore, la perdita, la separazione, l’umiliazione, la paura mescolata alla speranza del ritorno; ThreeLakes svolge il tema ampliandolo, fino a parlare d’altro: di separazioni e riconciliazioni coi genitori, di affetti, la redenzione per le proprie colpe, in un campionario di suggestioni in cui, lungo i dieci brani presenti, trova spazio anche un omaggio ad Hank Williams.

E così “War Tales” finisce per essere un disco denso di suoni e di emozioni; uno di quei lavori ricchi ma capaci, pur nella loro essenzialità, di rivelare qualche aspetto precedentemente sfuggito all’ascolto.

THE SINGERS, “THE ROOM WENT BLACK” (AUTOPRODOTTO)

Disco d’esordio per questa band romana, che sceglie un nome che è un pò un ‘uovo di Colombo’: un pò un’arma a doppio taglio, visto che chiamarsi The Singers può sembrare una trovata geniale e allo stesso tempo un pò pretenziosa.

I dodici brani che vanno ad assemblare “The room went black” si dipanano, su un pò meno di 40 minuti di durata, all’insegna di stilemi che, nell’ultima decade, sono stati già ampiamente proposti di qua e di là dall’Oceano: la stessa band, del resto, non fa mistero dei propri punti di riferimento, a partire da Strokes e Arctic Monkeys (aggiungendo alla lista Arcade Fire o National, il cui influsso appare  molto meno palpabile rispetto a quello dei primi).

La formula è quindi quella sintetica quanto efficace proposta dai gruppi succitati: brani brevi ma incisici, ‘riffettoni’ pronti ad acchiappare l’ascoltatore (Dance! Dance! Dance!, scelto non a caso come singolo, è un pezzo indiscutibilmente ‘catchy’ sul quale è più o meno impossibile starsene fermi), all’insegna di reminiscenze punk filtrate attraverso una certa ‘compostezza’.

Nel bene e nel male, l’impressione è la medesima trasmessa da quei punti di riferimento: per un verso vi è l’indiscutibile capacità di mettere assieme brani dal discreto appeal, dal lato opposto una certa sensazione da ‘freno tirato’: le redini ben strette in mano in modo da impedire eccessi di irruenza.

Una sensazione che a tratti lascia un pò un’idea da ‘vorrei ma non posso’, come se il quartetto romano avesse in sé le capacita di alzare il ‘livello di rombo’, ma evitasse di farlo per non scontentare gli ascoltatori più ‘sensibili’: se questo sia un bene o un male, alla fine dipende da ogni singolo ascoltatore.

Un lavoro che scorre in maniera liscia – la band romana dimostra di saper fare il proprio mestiere – e che solo sul finale induce vagamente allo sbadiglio, per la sostanziale mancanza di sorprese.

“The room wnt black” rimane comunque una più che discreta rilettura del genere, che potrà senz’altro soddisfare gli appassionati: tuttavia l’impressione è che i The Singer abbiano ancora frecce da scoccare a loro disposizione e potenzialità ancora inespresse (o volutamente tenute sotto controllo).

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