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N-CAPACE

Essenzialmente, una lunga sequenza di interviste, a vecchi ed adolescenti: al centro, il passato per i primi e il futuro per i secondi, l’amore ed il sesso soprattutto, con situazioni e considerazioni che spesso e volentieri strappano la risata.
La provincia laziale (Terracina); la periferia romana – Tor Bellamonaca, lo storico quartiere di San Lorenzo, scorci di Testaccio e del centro storico.
Dirige Eleonora Danco, nota soprattutto per la sua attività teatrale, unica presenza dell’età di mezzo, che mescola al materiale documentaristico alcune sue performance in luoghi pubblici: lei su un letto posto in mezzo ad una strada, o che armata di piccone si ‘scaglia’ contro certe brutture architettoniche sorte a Roma negli ultimi decenni, dal nuovo mercato di Testaccio all’orrendo muro eretto a ‘recinzione’ della teca dell’Ara Pacis.
Eleonora Danco frappone alle considerazioni dei suoi intervistati le sue riflessioni, sul passato (dialogando spesso col proprio padre) e sul presente / futuro.
I vecchi parlano di ciò che è stato, rappresentando quasi il futuro dell’autrice, giovani parlano di ciò che è che sarà, costituendo una sorta di termine di paragone del suo passato.
L’evoluzione dei costumi, la diversità nell’approccio all’amore ed al sesso, dai percorsi obbligati e definiti di cinquant’anni fa alla ‘libertà’ di adesso (soprattutto per quanto riguarda le donne).
Il tratto comune alle due generazioni sembra essere l’inutilità della scuola: i primi non hanno studiato per poter fin da ragazzini aiutare gli adulti; i secondi in genere vedono la scuola come un impiccio, un ostacolo al raggiungimento di una rapida indipendenza economica di un’autonomia di vita; giovani che non aprono un libro perché gli si ‘incrociano gli occhi’ e che provano emozioni solo davanti alla ‘moto gp’.
Più che giudicarli, Eleonora Danco sembra mostrarci dei dati oggettivi, invitando a domandarsi perché la scuola finisca per ‘respingere’ le giovani generazioni, specie nelle realtà urbane più disagiate, il perché la lettura venga considerata un’attività inutile, del tutto priva di interesse…
Viene da pensare che i vecchi di paese o dei quartieri ‘paesani’ di Roma e i giovani della provincia e della periferia costituiscano proprio quelle categorie che non guarderebbero mai questo film, trasmesso magari nelle tipiche sale cinematografiche da ‘intellettuali’ (io l’ho visto nel non plus ultra di questo tipo di cinema, il ‘morettiano’ Nuovo Sacher); è come se Eleonora Danco ci avesse mostrato gli ultimi esempi di un mondo che va scomparendo, quello degli anziani, che da giovani aiutavano gli adulti nei campi e per i quali gioco e lavoro si mescolavano fino ad essere indistinti e allo stesso tempo avesse messo in scena il mondo dei giovani di provincia e borgata, così lontano da quello del pubblico del film…
Eppure alla fine, ci si ritrova: pur con tutte le differenze del caso, le esperienze sono sempre quelle, universali; le sensazioni, gli aneddoti, le speranze.
Un film divertente ed atipico.

GEMME DELL’IMPRESSIONISMO

Dipinti della National Galley of Art di Washington

Roma, Ara Pacis, fino al 23 febbraio

Restano ancora circa un paio di settimane per fare una visita a questa mostra, basata sulla collezione accumulata da Andrew Mellon, uno di quei classici personaggi americani con la ‘vita da film’: un genio della finanza che arrivò a ricoprire anche alte cariche statali e che dedicò parte della sua fortuna alla raccolta di opere d’arte, per poi donare il suo patrimonio al popolo americano, attraverso la creazione di un grande museo; attività questa poi proseguita dai figli.

La mostra allestita presso l’Ara Pacis è svolta all’insegna di moduli abbastanza consueti: cinque le sezioni – Pittura ‘En  plein air’, ritratti, quadri con soggetti femminili, natura morte e un ultimo segmento dedicato in particolare a Bonnard e Vuillardi – in cui i ‘grandi’ ci sono più o meno tutti: Van Gogh, Renoir, Monet, Manet, Seurat, Cezanne, Pissarro, Sisley, Gauguin fino alla pittrice Berthe Morisot e a Tolouse – Lautrec; certo, con vario ‘peso’ (di Van Gogh per esempio c’è una sola opera, di Renoir due), ma che comunque offrono una panoramica pressoché completa del movimento. Abbondanti  gli apparati redazionali, con una esaustiva galleria di biografie degli autori esposti ed un interessante sezione dedicata al rapporto tra il progresso scientifico e tecnologico, nella scienza del colore e nei materiali utilizzati, con l’esplosione del movimento.

L’unico limite – opinione personale – è che forse la parte più interessante, quella della pittura ‘all’aria aperta’, dove l’Impressionismo svolge tutte le sue potenzialità, si esaurisce fin troppo presto, nella parte iniziale dell’esposizione, per lasciare ben presto lo spazio a ritratti e nature morte, che, con tutto il rispetto, non sono propriamente la mia ‘passione’; in ogni caso, visto il livello dei nomi esposti, la mostra merita una visita, e dopo tutto, “I vendemmiatori” di Renoir e il “Paesaggio marino di Gravelines” di Seurat da soli valgono il prezzo del biglietto.

Renoir, “I vendemmiatori”

Seurat, “Paesaggio marino (Gravelines)

AVANGUARDIE RUSSE

Roma, Ara Pacis. Fino al 2 Settembre.

Strano: stati a vedere che anche le mostre d’arte contemporanea mi stanno venendo a noia… oppure, semplicemente, la mia mania di ‘vedere tutto’ sta mostrando gli effetti collaterali. Quest’anno è la seconda volta, che mi capita di andare a vedere una mostra  e di uscirne sostanzialmente insoddisfatto: già successe qualche mese a  dietro, con Mirò; è accaduto di nuovo, pochi giorni fa, con l’esposizione dedicata alle Avanguardie Russe. Intendiamoci, come nel caso di Mirò, non si può parlare di una mostra ‘brutta’ , quanto di qualcosa di insoddisfacente: è come se ti avessero solleticato il palato e poi arrivati al dunque, la ‘ciccia’ fosse scomparsa. Che poi, a dirla tutta, stavolta l’organizzazione ci ha messo del suo: insomma, vedì lì i nomi di Malevich, Kandinskji e Chagall ‘strillati’ a tutto volume sui manifesti pubblicitari, poi vai lì e ti accorgi che i primi due sono ‘derubricati’ a inizio mostra, con due aree ‘dedicate’, una mezza dozzina di opere ciascuno; con Chagall si sfiora addirittura la ‘pubblicità ingannevole’, visto che di quadri suoi ce ne sono tre, nessuno dei quali poi riporta (se non in minima parte) le atmosfere ‘oniriche’ le atmosfere tipiche dell’artista; per contro, troppo spazio appare essere stato dedicato  ai cezannisti e ai post-impressionisti, che da soli occupano una gran porzione della mostra; più interessante la sezione dedicate a Larionov e Goncharova che avrebbero meritato forse più spazio. L’esposizione riprende quota con le aree Cubofuturismo – Astrattismo – Costruttivismo, ma anche qui: non mi potete usare il nome di Rodchenko come una sorta di ‘specchietto per le allodole’ e poi esporne una sola opera. Formalmente è corretto, l’autore è effettivamente esposto – ma uno si aspettava un pò di più.  Alla fine a percorrerla tutta ho impiegato un’oretta (contro i 90 minuti circa di media), anche perché poi il numero di opere esposte è tutto sommato non abnorme.  Un punto di merito vorrei però sottolinearlo: la nuova organizzazioni degli spazi espositivi è molto più efficace di prima; a occhio e croce, credo che gli spazi siano stati anche un filo ampliati, fatto sta che tutto è più ampio, luminoso, arioso, venendo meno il senso quasi ‘claustrofobico’, che caratterizzava la precedente articolazione degli spazi, anche e soprattutto grazie all’eliminazione dei due fastidiosissimi corridoi laterali nei quali, nelle occasioni più affollate, quasi non si camminava.