Posts Tagged ‘Aphex Twin’

GIOSTRE, “GETTONI” (XO PUBLISHING / LIBELLULA MUSIC)

Un parco giochi scalcinato, in mezzo disarmo, tra attrazioni mezze abbandonate, altre perfettamente funzionanti, tra le quali aggirarsi con un pugno di ‘Gettoni’ in saccoccia…

Jacopo Gobber, compositore e sound designer che ha collaborato, tra gli altri, anche con Disney, viene improvvisamente ‘fulminato’ dall’idea di unire canzone d’autore, psichedelia ed elettronica, da quella delle ‘tastierine’ anni ’80 alla techno anni ’90 e qualche accento ‘sguaiato’.

Assieme ad alcuni compagni di strada, Gobber assembla otto pezzi in cui, dietro l’apparente gioco di costruzione di mosaici sonori di varia ispirazione – in qualche caso si arriva ai limiti del ‘Blob’, come con la citazione pavarottiana inserita nell’apripista ‘Turandot’, emerge uno sguardo disincantato, più amaro che cinico, sulla realtà e in particolare certi ‘meccanismi’ nei quali quali ci si trova proprio malgrado, come ad esempio la burocrazia con la quale si è costretti a fare i conti anche in situazioni delicate come la malattia di un parente.

Prevale talvolta il nonsense, il gusto per il calembour, mentre altrove ci si ritrova a riflettere sulla propria identità di musicista e qua e là si fa spazio la riflessione, più o meno esplicita, su certi ‘riti’ come i ritrovi in spiaggia o in piazza.

Il risultato può ricordare certe esperienze di un passato più o meno prossimo: possono venire in mentre a tratti gli Amari (per chi li ricorda), del resto citati esplicitamente in una ‘lista di gradimenti’ che va da Syd Barrett ad Achille Lauro, passando per Flaming Lips e Aphex Twin.

Un disco obliquo, che per la sua natura di ‘patchwork’ sonoro invoglia all’ascolto ripetuto, sempre alla ricerca di ciò che in precedenza era sfuggito.

LIBET, “IL PRIMO RITRATTO” (AUTOPRODOTTO)

Esordio per il progetto dei torinesi Marco Natale (chitarra, basso, elettronica) e Alan Spanu (voce, pianoforte, sintetizzatori).

Otto i pezzi, all’insegna di una formula che mescola elementi cantautorali e suoni esplicitamente riferiti a Radiohead, ma anche a esperienze meno note al ‘grande pubblico’, come quella di Aphex Twin.

Un disco dalla consistenza evanescente, in cui le parole sembrano talvolta perdersi, tra riverberi ed echi, evocando talvolta certi panorami fantascientifici (personalmente, mi è venuto in mente “Blade Runner”), o ‘spazi aperti’, a sfiorare territori onirici.

Un utilizzo dell’elettronica frastagliato, con ‘battiti’ sincopati, un andamento irregolare, a volte quasi ‘tortuoso’, che talvolta oltrepassa il confine del ‘rumorismo’, tra crepitii e scariche elettriche, in cui la voce e gli altri strumenti sembrano quasi perdere consistenza.

I testi sono altrettanto sfuggenti, sprazzi di pensieri, frammenti di conversazioni, parentesi di flusso di coscienza, come se tutto provenisse fa un ‘altrove’ difficilmente distinguibile.

Un lavoro a tratti ellittico, che fa della suggestione la sua cifra principale, con un effetto avvolgente che può affascinare.

TORAKIKI, “AVESOME” (SYMBIOTIC CUBE)

A un annetto di distanza dall’uscita dell’Ep Mondial Frigor, torna Torakiki (e, si, il nome deriva proprio dal gatto che faceva da comprimario nei fumetti e nei cartoni di Spank, per intenderci quello che qui da noi era doppiato con uno spiccato accento tedesco), creatura nata dalla collaborazione di Alessandro Rizzato, Giacomo Giunchedi e Kevin Perrino, coadiuvati in questo caso da Roberto Rettura (registrazione), Matilde Davoli (mastering) e Justin Bennett (mix).

Elettronica a cavallo tra sperimentalismo e capacità di coinvolgere e far muovere l’ascoltatore, tra ascendenze eighties (con qualche scoria post punk) e suggestioni contemporanee (vedi alla voce: Aphex Twin); rarefazioni ambient e ritmi dancefloor; il battito incessante del basso che dona calore e a tratti un pizzico di emotività a synth e tastiere che si muovono costantemente ai confini di territori algidi. Sette brani, trai quali si distinguono gli episodi in cui l’intervento vocale contribuisce in termini di struttura e colore emotivo, grazie alle suadenti interpretazioni di Ilaria Ippolito e Giulia Olivari.

I Torakiki superano abbastanza agevolmente la prova del primo lavoro sulla distanza medio – lunga (poco più di mezz’ora la durata complessiva del disco, il cui titolo è una storpiatura voluta dell’inglese Awesome, ‘meraviglioso’ che peraltro è anche il nome del gatto del tecnico del suono Justin Bennett, coi Torakiki sempre di gatti si finisce per parlare…), pur lasciando a tratti l’impressione di avere troppe idee e spunti a disposizione non sviluppati fino in fondo, in un lavoro che a tratti a pare un po’ ‘slegato’ tra un brano e l’altro; forse darsi più tempo su un disco di maggiore durata avrebbe maggiormente giovato alla causa.