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Il FOSCO, “MIDUÉST” EP (LIBELLULA MUSIC)

Il Fosco, alias Fosco Bugoni, piacentino della Val Tidone di nascita, attualmente di stanza a Milano, esordisce con questo EP di cinque brani: il titolo in effetti dice già molto: il nostro dopo la laurea ha trascorso un periodo in Montana, imbevendosi del folk americano e della musica di artisti come Tom Petty e Neil Young; certo, la costa nord-occidentale degli Stati Uniti non è propriamente il ‘midwest’, ma il collegamento appare comunque immediato.

Voce, chitarra, armonica: Il Fosco dimostra di aver appreso bene la lezione sonora, applicandola a una ‘poetica da minimo quotidiano’: l’esperienza dei grandi spazi americani si incontra / scontra con una realtà più ristretta ‘da paese’, si ritrova ciò che si era lasciato, inclusi amici e affetti, un mondo certo più raccolto, ma non per forza limitante, specie considerando tutto ciò che poi si è vissuto negli ultimi mesi, questi sì all’insegna di limitazioni e privazioni anche dolorose: il lavoro, non a caso, è stato composto proprio nel corso della ‘clausura’ dello scorso anno. Spicca tra gli altri, ‘Potlach’, episodio più volto alla società, riflessione amara sul mondo del lavoro.

Un disco che mescola leggerezza a riflessione, che qua e là sembra guardare il mondo e la vita un po’ a distanza, con uno sguardo stralunato che può ricordare quello di Max Gazzé.

QUELLO CHE INVIDIO AGLI AMERICANI

Da un paio di giorni ho ripreso in mano “Rock Springs”, breve raccolta di racconti di Richard Ford. I protagonisti di queste storie, come poi avviene spesso in letteratura, sono sempre colti in situazioni, in momenti particolari delle loro vite, spesso con un biglietto nel portafogli, pronti a partire e a cambiare vita, magari dopo essere stati piantati dal partner, a sua volta partito verso altri lidi. In Ford – ma questa è cosa comune anche ad altri scrittori americani, come ad esempio Carver – questo discorso del ‘prendere e partire’ è sempre affrontato con notevole naturalezza: dopo tutto, una certa attitudine al ‘nomadismo’ è tipica della società americana… Ci si potrebbe dilungare molto in proposito, partendo dal fatto che in fondo gli U.S.A. si sono fondati sull’immigrazione prima e sulle migrazioni interne poi, vedasi tutto il discorso della frontiera.
E’un’attitudine ‘fondante e fondativa’, quella del chiudere capitoli della propria vita, di andarsene e di ricominciare altrove: in tanta letteratura e cinema americano non è raro assistere a queste scene di ‘mercatini’ improvvisati a bordo delle strade in cui chi è in partenza cerca di sbarazzarsi di ciò che non può portarsi appresso, eliminando tutto quanto di inutile ammassato in una fase della propria vita per cominciarne una nuova il più possibile ‘alleggeriti’; così come altra conseguenza è quella della diffusione dei ‘magazzini’, altro topos della letteratura e del cinema statunitense: non si riempe casa di oggetti inutili, si preferisce affittare dei magazzini, che tanto non si sa mai quanto ci si resterà, in quella casa.
Una sorta di ‘attitudine genetica al cambiamento’ che si riflette anche nelle scene cui puntualmente assistiamo quando sugli U.S.A. si abbatte qualche catastrofe naturale: i prefabbricati collassati, ci fanno chiedere: ma dove abitavano? E poi uno ci pensa e si risponde che per loro la ‘casa’ non è un qualcosa di immutabile, non sono le nostre ‘quattro mura’ da abitare a vita, quello di ‘casa’ è un concetto molto più ambio, flessibile, ‘liquido’, si direbbe oggi.
Il discorso del ‘finire’ per cominciare altrove, la ‘terra delle tante possibilità’, dove uno che ‘fallisce’ non viene marchiato a vita, è semplicemente uno ‘che gli è andata male’ e che può sempre cominciare altrove.
Tutto questo lo invidio, agli americani: al confronto noi siamo così attaccati ai luoghi, agli edifici, agli oggetti. C’è meno ‘flessibilità’, meno capacità di vedersi ‘altrove’, meno attitudine al chiudere e riaprire parentesi delle proprie vite, e quando questo succede, si ricomincia puntualmente laddove si era concluso… ovviamente tutto ciò è in parte ‘obbligato’: in Italia l’80 per cento delle famiglie è proprietario della casa dove abito, la casa è spesso considerata un bene-rifugio (lo sa bene Monti, che l’ha tassata all’inverosimile), è tutto un circolo vizioso che nasce dalla mentalità della gente, incapace di vedersi altrove, attaccata pervicacemente ai luoghi di nascita, quando non costretta dalla pura necessità ad emigrare (e anche in quel caso, nasce il ‘mito’ della terra d’origine, mentre negli U.S.A forse ha più forza quello della ‘terra promessa’)…
Eppure, questa attitudine quasi genetica al reinvertarsi, al cambiare aria, è una caratteristica che invidio: il ‘viaggiare leggeri’ lungo la vita, il non farsi tanti problemi a cambiare clima, nazione, usanze… probabilmente è anche ciò che ha portato gli Stati Uniti ad essere la grande Nazione che sono… forse dovremmo prendere esempio…