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FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.

ESKINZO, “ESKINZO” (LIBELLULA MUSIC)

Da Torino a Londra e ritorno, passando per un’assolata spiaggia della Canarie, sulla quale il progetto è stato concepito e dalla quale prende il nome: è l’omonimo esordio di Eskinzo, ‘creatura’ partorita da Luca Cognetti e Matteo Tambussi, coadiuvati per l’occasione da un manipolo di ‘sodali’ accorsi a dargli manforte, assieme a Davide Tomat, Gabriele Ottino e Andrea Bergesio in fare di produzione e missaggio.

Nel suo snodarsi lungo i poc più di cinquanta minuti di durata, “Eskinzo” assume quasi l’aspetto di un breve viaggio attraverso le commistioni tra rock ed elettronica a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale: qua e là, si ritrova un pò di tutto, dai  Radiohead di Ok Computer agli Air delle ‘Vergini Suicide’, passando

attraverso  accenni trip hop, allusioni drum ‘n’ bass e brevi escursioni nel math rock e qualche sferzata industriale, non senza buttare lo sguardo, ogni tanto, al più remoto passato della psichedelia anni ’70.

Il risultato è un disco intenso, nel suo essere avvolgente e ricco di suggestioni, caratterizzato da una continua atmosfera da sonorizzazione cinematografica; da un lato, le chitarre, ora all’insegna di una più abrasiva essenzialità, ora più finemente, tessute; dall’altra, l’ampia gamma offerta da piano, tastiere ed effetti elettronici assortiti. La voce (di Tambussi) è l’ideale terzo vertice, ad interpretare testi che disegnano una poetica in cui, partendo dall’osservazione di una realtà insoddisfacente e a tratti ostile, si dà libero sfogo ad un immaginario fatto di fughe interplanetarie, di dediche alla Luna o alla Dea della Musica, in cui si dà voce a Lucifero o si scorgono tratti divini nell’apparente ‘piccolezza’ di un’ape.

Gli Eskinzo riescono a ‘magnetizzare’ l’ascoltatore, offrendogli un disco che, grazie alle sue tante sfumature, riesce a rivelare nuovi particolare anche dopo più ascolti; un progetto promettente, del quale si attende con curiosità il possibile seguito

MAYA GALATTICI, “ANALOGIC SIGNALS FROM THE SUN” (GARAGE RECORDS)

I ‘Maya Galattici’ sono Marco Pagot e Alessandro Antonel, già precedentemente attivi coi Chinaski. Abbandonati gli arodri rock del precedente progetto, il duo di Vittorio Veneto ha scelto la strada di un indie pop dagli spiccati contorni elettronici, che si colora spesso e volentieri di psichedelia.

Nel corso del breve viaggio (una mezz’ora circa) e dei nove brani presenti (cantati in inglese, spesso a due voci), il duo sfodera un variegato campionario le cui influenze sono riconducibili ad una vasta gamma di esperienze: ovvio ma quasi inevitabile citare gli Air più cinematografici, a fianco di certe suggestioni dei Flaming Lips meno debordanti, piuttosto che certe atmosfere liquide à la Beck, con qualche vago accenno alla psichedelia inglese dei primi anni ’90 (leggi alla voce: Spacemen Three).

La confezione è efficace, all’insegna di una costante gradevolezza sonora (per quanto a tratti un filo ‘calligrafica’), frutto di un ‘armamentario’ che ricorre ad una variegata strumentazione: ampia la gamma sia delle tastiere che delle percussioni, affiancate al consueto duo chitarra – basso, cui si aggiunge episodicamente un violino.

Il punto debole sembra essere, tuttavia, una certa ripetività, non tanto da un brano all’altro (la varietà di riferimenti garantisce un’analogo alternarsi di atmosfere), quanto all’interno degli stessi pezzi, che spesso si limitano a girare attorno alla stessa idea, non trovando magari quegli svolgimenti che li avrebbero resi più efficaci, talvolta dando una certa impressione di incompiutezza, come si trattasse di ‘bozzetti’ in attesa di essere più compiutamente delineati.

Nonostante questo, “Analogic signals…” resta tutto sommato un disco interessante, soprattutto per la formula scelta, che alla fine dell’ascolto riesce a lasciare intatto l’interesse per un eventuale seguito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY