Posts Tagged ‘Africa Unite’

ANTINOMIA, “MANTRA” (AUTOPRODOTTO)

L’Italia e il metal: una vicenda ormai lunga e variamente articolata, con risultati talvolta eccellenti, altri un po’ meno… ad arricchire il novero di band italiche dedite al ‘metallo’, sono giunti nel 2011 gli Antinomia, sestetto proveniente dalla provincia torinese che con “Mantra” giunge al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver ottenuto un buon discreto da parte di pubblico e critica, oltre al sostegno dei Litfiba, che dopo la vittoria del Grande nazionale rock contest da loro organizzato, li hanno voluti con sé come gruppo di supporto in alcune date.

Oltre ad essere il lavoro di una band che finora compiuto un percorso più che soddisfacente, “Mantra” parte sotto i migliori auspici anche sotto il profilo produttivo, con la firma di Madaski e la partecipazione di Mauro Tavella (già collaboratore degli stessi Litfiba e di Linea 77 e Africa Unite).

La tecnica della band, assieme alla produzione, raggiunge lo scopo di assemblare un disco dai suoni pieni, quasi ineccepibile sotto il profilo estetico; tuttavia nello scorrere delle undici tracce, il lavoro appare mostrare qualche limite. L’impressione di fondo è che si sia voluta mettere un po’ troppa carne al fuoco: l’apprezzabile scelta di fondo del ricorso ad un heavy di stampo classico, si scontra con l’utilizzo un filo troppo invasivo dell’elettronica, con accenti cyber e talvolta allusioni eighties che, pur efficaci a tratti, spesso e volentieri finiscono per annacquare un po’ l’impronta di base; il susseguirsi di citazioni hard rock, gotiche, psichedeliche, più che di una band eclettica, dà l’idea di un gruppo forse un po’ indeciso sulla strada da prendere.

Non aiuta la lunghezza, talvolta eccessiva, dei pezzi, in cui trovano puntano spazio digressioni strumentali non sempre efficaci e funzionali ai fini della riuscita dei brani: non è un caso, forse, che gli episodi più riusciti appaiono essere Il sognatore, posto in apertura, e la title track, in cui la band ha utilizzato maggior sintesi. I testi, tra ansie contemporanee e rapporti interpersonali, sono interpretati con personalità, sebbene a tratti con una rabbia che appare un po’ forzata.

“Mantra” ci mostra insomma una band tecnicamente matura, ma che forse ha ancora bisogno di inquadrare meglio il proprio stile, concretizzando potenzialità ancora inespresse.

FRATELLI DI SOLEDAD, “SALVIAMO IL SALVABILE – ATTO II” (FRANK FAMILY RECORDS / GOODFELLAS)

A vent’anni di distanza dal primo capitolo, i Fratelli di Soledad danno un seguito a Salviamo il salvabile, ancora una volta omaggiando la storia della canzone italiana, con il contributo di un nutrito gruppo di amici, trai quali alcuni degli autori o interpreti dei brani originali.

Undici portate per un pasto ottimo e abbondante, in cui i Fratelli rileggono alla loro maniera, un repertorio più che mai variegato: da una ‘Svalutation’  più che mai ‘combattente’, impreziosita dalla voce di Gino Santercole (autore dell’originale assieme a Celentano), ad una ‘Stasera l’aria è fresca’ dai profumi psychobilly e i paesaggi western cantata dalla voce originale di Goran Kuzminac; da ‘A me mi piace vivere alla grande’, del compianto Franco Fanigliulo (interpretata da Riccardo Borghetti, uno degli autori originali) a ‘Versante Est’, presa direttamente dal repertorio dei primi Litfiba, qui riproposta in versione Ska, a ‘Cimici e Bromuro’ di Sergio Caputo, trasfigurata attraverso un punk trascinante; Max Casacci contribuisce a rileggere ‘Il mio funerale’ dei Gufi e Bunna degli Africa Unite offre la sua voce per ‘Il Tuffatore” di  Flavio Giurato.

Deliziosa la versione ska del ‘O Rugido do Leao’ di Piccioni (uno dei pezzi-simbolo di Alberto Sordi), mentre Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione è tra gli ‘aiutanti di campo’ nella rielaborazione acustica dell’unico brano orignale degli FdS presente in scaletta, ‘Je vous salue Ninì’. Completano la lista ‘Stranamore’ di Vecchioni e ‘Ho le tasche sfondate’ di Piero Ciampi.

Solare, divertente, a tratti trascinante: i Fratelli di Soledad colpiscono nel segno con un disco di cover che riesce nell’intento di rivisitare in modo originale ma rispettoso il materiale di partenza, che mostra così tanto solido da resistere al passare del tempo, quanto efficace anche quando vestito di nuovi abiti sonori.

DOTVIBES, “SHINE A LIGHT” (AUTOPRODOTTO)

Gruppo proveniente dai dintorni di Torino (Biella, Pinerolo), i Dotvibes sono in circolazione dal 2005: da allora, hanno dato alle stampe un primo Ep, “Drop the love Bomb”,nel 2009, tagliando in seguito l’importante traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, “Inside this bubble” (che vedeva la collaborazione, tra gli altri, di Bunna degli Africa Unite e Peter Truffa dei Bluebeaters).

A qualche anno di distanza, la band piemontese torna con una nuova produzione: un Ep (scaricabile gratuitamente dal sito Internet della band: http://www.dotvibes.it) di sei tracce (quattro delle quali inedite) che prosegue il sentiero intrapreso nei precedenti lavori, all’impresa di un suono che, mantenendo le proprie solide radici in Giamaica, cerca di ‘contaminarsi’, aprendosi ad altri generi.

Il quintetto, che nel 2008 ha tra l’altro vinto l’Italian Reggae Contest, organizzato da Rototom Sunsplash, propone una formula che non può non risentire della ‘scuola torinese’, riuscendo però a darle uno stile sufficientemente autonomo: elettronica (tra accenti che sfiorano il dancefloor e più consuete suggestioni dub) e flirt con l’hip hop si alternano o si mescolano, arricchendo la base reggae, offrendo un pugno di brani che, va da sé, definire ‘solari’ ed ‘estivi’ è quasi banale, ma dopotutto in estate siamo e i suoni dei Dotvibes sono più che mai adatti al clima.

L’inglese è la lingua prediletta, ma non si disdegna l’italiano (‘Non mi volto mai’ è l’unico esempio, e finisce per essere uno degli episodi migliori del disco, assieme ad ‘I’m here’, dalle tinte vagamente cyber), affidando i testi alla vocalità femminile di Estelle che, priva di qualsivoglia ammiccamento, finisce per rivelare una sensualità tutta particolare.

Il disco, frutto dell’ormai costante collaborazione con Paolo Baldini degli Africa Unite, è stato anticipato dal singolo Now Think About It, il cui video è stato trasmesso anche da MTV.

PELLICANS, “DANCING BOY” (LADY LOVELY / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i Pellicans, formazione proveniente dalla zona di Pinerolo (provincia di Torino), autrice di un formula da loro stessi definita: ‘reggae queer’: sonorità giamaicane, accompagnate ad un’attitudine gay / bisex, da loro posta come contraltare rispetto al maschilismo che non di rado appare caratterizzare il genere.

Sotto il profilo sonoro, il sestetto piemontese, più che  a riscoprire le ‘origini’, o a seguire i più recenti sviluppi del genre, appare interessato a recuperare certe contaminazioni britanniche a cavallo trai ’70 e gli ’80, colorando le sonorità di partenza con suggestioni che di volta in volta fanno respirare atmosfere quasi indie, flirtano col dub, strizzano l’occhio alla dance e non si tirano indietro dal confezionare brani che potrebbero essere tranquillamente definiti ‘pop’. Un pop (ovviamente) solare, fresco e leggero, che non si nega spazi di riflessione, in pezzi interpretati dalla voce di Roberto Pretto, spesso nell’efficace mix creato  dall’accompagnamento ai cori di Giovanna Rostagno. Produce Ru Catania (Africe Unite, il disco esce per la sua etichetta Lady Lovely), che con la band aveva già collaborato in occasione del precedente “Lunapark Underground”.

La tentazione di tirare in ballo gli UB 40 (alfieri della via britannica al reggae dalla fine degli anni ’70 in poi), non tanto per i suoni, quanto per l’attitudine degli undici brani presenti, volta a cercare di contaminare il genere, rispettando la tradizione, ma senza farsene incardinare, senza curarsi troppo delle conseguenze. L’esito è piacevole, a tratti ammiccante, con pezzi la cui solarità si colora di vaghe tinte malinconiche, come al tramonto di certe interminabili giornate estive. Un lavoro che piacerà agli amanti del genere (pur probabilmente facendo un pò storcere il naso ai puristi eccessivi) e che si apre volentieri anche all’ascolto di chi non lo frequenta abitualmente.

NICOLAS J. RONCEA, “OLD TOYS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Più conosciuto – forse – come leader di Fuh e La Monade Stanca, Nicolas J. Roncea da qualche anno ha affiancato ai suoi progetti di gruppo anche una carriera solista: tuttavia, dopo un esordio (“News form Belgium”) interamente consacrato ad un’intima dimensione acustica, in “Old Toys” sembra piuttosto voler ritrovare lo ‘spirito di gruppo’, sebbene declinato in modo diverso rispetto a quanto accade nelle band con cui abitualmente lavora.

Affiancato da un manipolo di ospiti (tra gli altri, spiccano Luca Ferrari dei Verdena, Carmelo Pipitone e Mattia Boschi dei Marta sui Tubi, Gigi Giancursi dei Perturbazione e Ru Catania degli Africa Unite), Roncea confeziona dodici brani, all’insegna di atmosfere che in larga parte restano raccolte, riflessive (pur non disdegnando schegge rumorose e abrasioni varie), ma che sotto il profilo sonoro si arricchiscono sovente di effetti col risultato di una decisa profondità.

Un lavoro che così risulta sospeso tra indie e folk, improntato a una vena cantautorale, espressa attraverso una scrittura (in inglese) mai banale, spesso sospesa, all’insegna di pensieri talvolta quasi affastellate, riflessioni, soliloqui, dialoghi immaginati rivolti di volta in volta al proprio amore, agli amici, anche ai famigliari, in cui si aprono spazi ellittici, senza che mai tutto venga espresso fino in fondo, lasciando spazio all’allusione, al non detto.

Un lavoro che insomma rivela un autore maturo nelle idee e nella scrittura, che appare avere tanto da dire, anche al di fuori delle proprie band di riferimento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

AA. VV., “COMPILATION 2011 – 14° FESTIVAL MUSICALE NAZIONALE DAL VIVO”

Come ogni anno, l’approssimarsi dell’estate coincide con l’uscita della consueta compilation di Voci per la Libertà: così, mentre a luglio si è svolta l’edizione 2012 della manifestazione ideata e portata avanti assieme ad Amnesty International, qualche settimana prima è la volta della pubblicazione del cd che testimonia l’edizione precedente.

La formula collaudata vede i finalisti del Festival affiancati da artisti già affermati e dal vincitore del Premio Amnesty Italia, che nel 2011 è stato Simone Cristicchi con l’incediario brano Genova Brucia, dedicato ai fatti del G8 2001, pezzo che tra l’altro ha subito varie vicissitudini, (per motivi che si possono facilmente immaginare), prima di poter essere pubblicato in quest’occasione.

Il piatto è come al solito ottimo e abbondante: sedici i pezzi, undici le band – o singoli – presenti (come di consueto, gli esordienti hanno l’opportunità di presentare due brani a testa). Tra le ‘giovani promesse’ si segnalano Repsel, artefici di un buon hard-rock dalle tinte gotiche, il cantautorato di Emanuele Bocci; completano la categoria Aeramag (vincitori del Premio Amnesrty Italia Emergenti) con la loro formula dalle suggestioni vagamente ‘bandistiche’; i Puntinespansione, capaci anch’essi di giostrare tra sapori folk e sonorità che rievocano vagamente la dance anni ’80, gli Heza. La lista degli artisti già affermati include, oltre al già citato Cristicchi, Roy Paci (accompagnato in quest’occasione da Grazia Negro)., Africa Unite, Mau Mau, Mojomatics e Gianmaria Testa. Conclude il un recitativo di Roberto Citran che legge un brano di Alessandro Baricca: trovata che, se indubbiamente rende ancora più sostanzioso l’ascolto, appare forse un pò superflua.

L’intento è nobile, i testi ‘importanti’, i suoni estremamente godibili: i motivi per dedicarsi all’ascolto di questa compilation ci sono tutti.

LOSINGTODAY