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DALI’ UN ARTISTA UN GENIO

Roma – Complesso del Vittoriano, fino al 1 Luglio 2012

Una mostra che fin da subito è stata definita ‘un evento’, e stavolta senza esagerare, visto che a prendere il puro dato ‘anagrafico’ era una sessantina d’anni o giù di lì che Roma non assisteva a una personale di Dalì di queste dimensioni. L’esposizione è introdotta da una bella galleria di ritratti fotografici realizzati da Philip Halsman, che fin da subito mettono in risalto il lato più ironico dell’artista, ulteriormente evidenziato dalla successiva ‘anticamera’, in cui in vari brevi video è lo stesso artista a presentarsi. L’esposizione vera e propria è divista in tre segmenti: nel primo, si indaga il rapporto che ha a lungo e in varie fasi legato Dalì all’Italia, con i quadri densi di simbolismo che riprendono l’arte classica, piuttosto che l’opera di Raffaello o Michelangelo. Lo spettatore viene poi gettato nel labrinto di simboli surrealisti dell’autore, con uno dei celeberrimi quadri all’insegna degli ‘orologi squagliati’, o il celeberrimo ‘Spellbound’ , utilizzato da Hitchcock nella scenografia del film omonimo (l’italiano “Io ti salverò”). La terza e ultima sezione è invece dedicata ai progetti che Dalì ha portato avanti parallelamente alla pittura: ecco esposti ad esempio i costumi realizzati per l’allestimento di “Rosalinda o Come vi piace” diretto da Visconti, i costumi ideati in occasione di una festa organizzata in occasione di uno dei tanti Carnevale veneziani; ancora, vari oggetti di design, fino ad una Vespa autografata a un paio di ragazzi che nel corso di una vacanza estiva erano passati a rendergli omaggio.
L’esposizione dà modo al visitatore di conoscere anche alcuni lati meno conosciuti dell’opera di Dalì, attraverso i bozzetti realizzati per alcune edizioni di una “Vita” di Cellini e per il “Don Chisciotte”, poi pubblicato in Italia negli anni ’60 dalla rivista “Tempo”. La mostra è conclusa dal breve cartone animato che, abbozzato da Dalì assieme a Walt Disney per “Fantasia”, è stato effettivamente realizzato solo nel 2004, affiancato da un’esilarante storia disegnata per Topolino dal grande Giorgio Cavazzano, in cui Topolino, Pippo e Paperino compiono un viaggio delirante nell’universo surrealista dell’autore. La mostra è dunque di quelle da non perdere, arricchita da numerosi contributi video provenienti dalla teche RAI, ma soprattutto corredata da un apparato editoriale come raramente se ne vedono in queste occasioni: ogni opera accompagnata da alcune note esplicative che aiutano lo spettatore a orientarsi trai simboli dell’arte di Dalì, ovviamente, come sempre avviene nel caso di questo tipo di arte, lasciandolo libero di darne la personale interpretazione.

“Autoritratto con pancetta”

“Angelus (Inspirat en Millet)”

“La Madonna di Port Ligat”

“Dematerializzazione vicino al naso di Nerone”

 

“Progetto per Spellbound”

 

 

MIRO’! POESIA E LUCE

ROMA, CHIOSTRO DEL BRAMANTE, FINO AL PROSSIMO 10 GIUGNO

“Questo però, avrebbe potuto farlo anche un bambino”: è una frase che viene spontanea, davanti a tante opere di arte contemporanea, e lo fa ancora più spesso, e forse con più forza, proprio davanti a molti dei quadri esposti nella mostra dedicata al pittore spagnolo.
La questione è già stata abbondantemente dibattuta e sviscerata, senza tuttavia perdere la sua ‘forza’: insomma, è come se da qualche decennio a questa parte, esplorato più o meno tutto l’esplorabile in tema di arte figurativa, ci sia messi alla ricerca dell’essenziale, del ritorno alle ‘origini’, o ad una ‘istintività fanciullesca’.
Pollock aveva proposto come soluzione il ‘lasciarsi andare’, attraverso il semplice sgocciolio sulla tela, una tecnica che Mirò riprende, affiancandogli quella, primitiva, dell’intingere le dita nel colore usandole come pennelli, o imprimendo sulla tela la semplice impronta delle sue mani.
Mirò, che affianca a questa tecnica l’ampio utilizzo di ‘segnacci’ di nero, arricchiti di volta in volta con macchie di colore, o utilizzando come accompagnamento cromatico la superficie pittorica stessa (non solo la tela, ma anche compensato, masonite, carta vetrata), riproducendo paesaggi o personaggi per il quale il termine ‘stilizzato’ rappresenta un eufemismo.
Tecnica a parte, il punto resta: ‘quel quadro lo poteva disegnare anche un bambino di tre anni’… e allora la domanda diventa se forse non sarebbe più onesto esporre nei musei i disegni dei bambini delle elementari, di fronte ai quali le ‘grandi opere’ di certi pittori contemporanei assurgono al ruolo di ‘pallide copie’.
Qualcuno dirà che però “di mezzo c’è stato un ‘percorso'”… obiezione valida, ma se poi ti senti dire dagli stessi protagonisti che il loro ispirarsi alle pittore murali delle grotte di Altamira è voluto, o che la loro è la ricerca del ‘gesto istintivo, privo di sovrastrutture’, ossia dello stesso gesto tipico, appunto, delle menti ancora prive di condizionamento dei bambini piuttosto che delle tribù primitive, sulle quali non avevano influito secoli di ‘sovrastrutture culturali’, allora, siamo da capo. Non se ne esce.
Non so perché questa mostra mi abbia condotto più di altre a queste riflessioni: forse perché Mirò supera in quanto a essenzialità, a ricerca del ‘tratto primitivo’ tanti altri contemporanei, fatto sta che alcune delle opere esposte, specie certi piccoli schizzi a inchiostro, non hanno nulla a che invidiare agli scarabocchi che fanno i ragazzini delle elementari… e allora la questione resta lì, irrisolta, ad aleggiare nell’aria…
L’esposizione dedicata a Mirò merita comunque una visita, tra quadri policromatici e altri dominati dal bianco e nero, materiali ‘consueti’ ed altri più arditi, qualche scultura (che utilizza materiali e oggetti di uso quotidiano), e la riproduzione del suo studio a Palma de Maiorca: la mostra si concentra infatti sul periodo in cui Mirò si trasferì lì, sequendo il proprio retaggio materno.
Arricchito da un breve video, il percorso è forse un pò troppo interrotto da corridoi e disimpegni (per quanto spesso utilizzato per mostre di questo il Chiostro del Bramante non mi pare sia il massimo, come sede espositiva).
Schiacciata dalla mostra dedicata all’Avanguardia Americana, e dall’evento dell’anno dedicato a Dalì, l’esposizione di Mirò rischia forse di passare inosservata, il che, sarebbe tutto sommato un peccato: il consiglio è di trovare il tempo per andarci: se non altro, la prossima volta che vostro figlio vi porterà un suo ‘disegno’, potreste sempre appenderlo in salotto, spacciandolo per un Mirò…

Femme Dans La Rue

 

IL GUGGENHEIM

L’avanguardia americana 1945 – 1980

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 6 maggio

Questo primo scorcio di 2012 regala ai patiti dell’arte contemporanea un pasto ottimo e abbondante, con le personali dedicate a Mirò e a Dalì (quest’ultima un vero e proprio ‘evento’) e con questa antologica dedicata al Guggenheim.
Qualcuno tra l’altro forse ricorderà che nel 2005 al Guggenheim venne dedicata un’analoga esposizione, alle Scuderie del Quirinale; in quel caso, però si trattava di una mostra organizzata soprattutto per portare in Italia un gran numero di opere, prima mai viste qui da noi.
Stavolta, invece, il percorso espositivo, come dice il sottotitolo, si concentra sulla scena americana dal secondo dopoguerra in poi.
Partendo dalla Scuola di New York e dall’Espressionismo Astratto, al Fotorealismo, passando per il  Minimalismo, la  Pop Art, l’Arte Concettuale, nelle sette sale presenti, il visitatore è posto di fronte ai principali filo dell’avanguardia americana.
Il ‘roster’ è di quelli di primo piano: tra gli altri, nelle prime due sale, dedicate al Surrealismo e alle sue evoluzioni troviamo Rothko (presente anche con alcuni dei suoi lavori a ‘macchia di colore’, più tipici del periodo minimale) e Pollock, con le sue tele sgocciolate e con quelle ugualmente ‘caotiche’, ma un filo meno ‘istintive’: Ocean Greyness è forse una delle opere esposte più conosciute, e senz’altro una delle più inquietanti, superata solo da The Atom One World, di Pousette – Dart).
Da quest’atmosfera un filo plumbea, dominata dai demoni dell’inconscio, si passa al ‘Systemic Painting’, all’insegna di uno studio ‘asettico’ di forme e colori, ma che di colori – sgargianti e luminosi – è un trionfo: Harran II di Frank Stella, domina sul fondo della sala, con la sua magnificenza cromatica; la sezione dedicata alla Pop – Art è ovviamente dominata da toni ironici, tra un Warhol (Orange Disaster 5) e un paio di Lichtenstein (il celeberrimo ‘cane grignante’ di Grrrrrrr e l’altrettanto famoso ‘In’) ci si trova di fronte al monumentale Barge (dieci di metri lunghezza) di Robert Rauschenberg.
Da qui la mostra prende sentieri impervi: con la scultura Minimalista si indaga il rapporto dell’opera d’arte con il contesto in cui è inserita, come nel caso dei tubi al neon di Flavin, o con lo spettatore: le le lastre di rame Carl Andre permettono allo spettatore di camminare sull’opera d’arte (e di mettersela  letteralmente ‘sotto i piedi’), un discorso che prosegue con l’Arte Concettuale, con opere comeWater di  Jospeh Kosuth, che consiste nella semplice stampa della descrizione del termine ricavata da un dizionario, o come l’installazione che testimonia l’opera di Bruce Nauman:  uno  stretto corridoio al termine del quale il visitatore vede sè stesso ripreso da una telecamera.
Dopo questa ‘full immersion’ in queste forme d’arte ‘estrema’, di fronte alle quali finisce per essere lecito porsi la classica domanda: “ma è arte?”, con l’ultima sala si torna a modelli più ‘consueti’, sebbene ugualmente ‘densi’ da un punto di vista concettuale: il Fotorealismo ricostruisce la realtà, appunto tramite la riproduzione il più fedele possibile della tecnologia fotografica, con esiti per certi versi stupefacenti, come nel caso del camion da Kleeman, o della veduta dello stesso Guggenheim riprodotta da Estes.
Una mostra che come tutte quelle del suo genere solleticherà i palati dei più curiosi e predisposti a forme d’arte che prescindono dal mero ‘figurativo’, e che come al solito, per le peculiarità di alcune opere esposte è particolarmente indicata anche a un pubblico di famiglie, visto che gli spettatori più piccoli di fronte a certe opere non potranno certo esibire gli sbadigli che in loro suscita la gran parte dei musei…

IL GUGGENHEIM. L’AVANGUARDIA AMERICANA 1945 – 1980

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al prossimo 6 maggio

 Matta-Echaurren , “Dark Light”

Still, “Jamais”

Pousette – Dart, “The Atom. One World”.

Marca – Relli, “Warrior”

Pollock, “Ocean Greyness”

Stella, “Harran II”

Warhol, “Orange Disaster # 5”

Lichtenstein, “Grrrrrr”

Kosuth, “Water”

Kleemann, “Big Foot Cross”

 

Estes, “The Solomon Guggenheilm Museum”

GEORGIA O’KEEFFE

MUSEO FONDAZIONE ROMA, FINO AL 22 GENNAIO 2012

A pensarci è quasi un paradosso. Come minimo, uno dei controsensi della nostra società.
Insomma l’arte si pregia di essere ‘altro’, rispetto alle ‘bassezze’ del quotidiano: qualcosa che si ‘eleva’ dalle nequizie quotidiane, una sorta di ‘isola felice’ per gli amanti delle belle cose… poi vai a vedere e… e alla fine concludi che quello dell’arte è uno dei settori più maschilisti dell’intera società.
Non è solo un discorso ‘storico’, ma anche contemporaneo: chiedete al primo che passa per strada di citarvi il nome di un’artista donna: con una buona approssimazione, 9 persone su dieci faranno scena muta e la rimanente vi citerà la ‘solita’ Artemisia Gentileschi, che beninteso è vissuta tre secoli fa e passa.
Certo, se allarghiamo il concerto di ‘arte’ alla musica e al cinema gli esempi abbondano… sebbene per dirne una, di registe veramente affermate ce ne siano poche (non a caso si è dovuto aspettare il 2010 per vedere un 0scar assegnato a una regista; lo stesso dicasi per quanto concerne le direttrici d’orchestra, ma sto divagando.
Rientriamo nelle ‘arti visive’ e ci accorgiamo della disarmante ‘penuria di genere’ che impera ancora oggi: evidentemente il ‘mondo delle gallerie d’arte’ è ancora molto ‘maschile’, e le cose non vanno meglio quando si tratta di (ri)scoprire artiste magari poco note in passato…
Tutto questo preambolo per dire che andare a vedere la Mostra di Georgia O’Keefe, longevissima (morta nel 1986 alle soglie dei cent’anni) pittrice del Wisconsin, appare quasi un ‘dovere’, una sorta di risarcimento per tutte coloro che negli anni non hanno avuto le stesse possibilità (l’unico altro esempio che mi viene in mente è quello della quasi coeva Tamara de Lempicka, peraltro anche lei protagonista quest’anno di un’esposizione personale al Vittoriano).
La mostra in corso al Museo Fondazione Roma si articola lungo il classico percorso biografico: dagli inizi, interamente dediti all’astrattismo, poi abbandonato in segno di reazione contro una ‘critica benpensante’ che tendeva a cercare ovunque significati nascosti e ‘freudiani’ (ovvero: sessuali), il ritorno a temi naturali, spesso e volentieri floreali (le celebri calle, gli iris, le petrunie), trasfigurati oltre il loro senso ‘materiale’ attraverso l’uso di colori sgargianti, incredibilmente vividi e di lievi deformazioni, fase questa cosa corrispondente al soggiorno newyorkese della O’Keefe e al periodo del suo matrimonio col pittore e gallerista Alfred Stieglits, suo ‘pigmalione’.
Ultima e corposa sezione, quella dedicata alle opere create nel corso della lunga e conclusiva fase di vita, trascorsa nel New Mexico, terra della quale la O’Keeffe subì la fascinazione: ed ecco allora i paesaggi assolati, le ‘mese’, i teschi di cavalli (da lei considerati non come testimonianze di morte ma al contrario segni della vitalità della terra), i quadri che ritraggono la casa dove la O’Keefe abitava… fino alle ultime, grandi opere, ispirate alle visioni sui cieli aperti dal finestrino degli aerei sui cui l’artista viaggiò soprattutto nell’ultima parte della sua vita.
Un percorso e un viaggio affascinante nel mondo della O’Keefe, che colpisce soprattutto per la vividezza e lo splendore dei colori che appaiono una delle cifre caratteristiche delle sue opere, sia che si parli di fiori ritratti in interno, che delle opere dedicati ai grandi spazi, alle pianure, alle colline e alle montagne del New Mexico.
Completano l’esposizione tre sculture (le uniche create dall’artista) dal sapore astratto e due brevi filmati che ripercorrono la carriera della pittrice, oltre che una vasta gamma di foto, ad accompagnare le varie sezioni della mostra.

 

GEORGIA O’KEEFFE

FINO AL 22 GENNAIO, FONDAZIONE ROMA MUSEO

                                                                    RED MESA

 

                                                    BLACK MESA LANDSCAPE

 

                                            NEW YORK CITY STREET WITH MOON

 

                                                               GIORNI ESTIVI

 

                                                                     PLAINS

 

            AUTUMN TREES

 

                                                               CALLA LILIES

HOMO SAPIENS – LA GRANDE STORIA DELLA DIVERSITA’ UMANA

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 12 FEBBRAIO 2012

Una grande e bella esposizione, per capire da dove veniamo e come siamo arrivati qui: nella prima sala, una sorta di anticamera, inserita della savana africana, con tanto di mutamenti climatici, ci accoglie la ricostruzione dello scheletro di Lucy; è solo il primo di una serie di ‘personaggi’ che popoleranno il percorso della mostra, illustrandoci dapprima l’evoluzione dell’uomo, anche attraverso i diversi ‘generi’ (non solo il ‘Sapiens’) che hanno popolato, a volte anche convivendo, il pianeta: un esempio su tutti, quello dell’incontro tra Sapiens e Neanderthal, sul quale peraltro vengono definitivamente smentiti una serie di luoghi comuni sulla sua diciamo ‘inferiorità’ rispetto al suo successore.
La mostra illustra i vari processi di migrazione che hanno condotto l’uomo a popolare l’intero pianeta e in contemporanea la sua evoluzione culturale, la nascita del senso del sacro e del piacere per la ‘bellezza’ fine a sè stessa, l’evoluzione del linguaggio e la nascita della musica, fino alla ‘rivoluzione agricola’.
Si parla poi del rapporto tra l’uomo e il suo ambiente, mettendo in luce come l’impatto degli esseri umani sull’ecosistema affondi le sue radici in decine di migliaia di anni fa, con le prime estinzioni di massa provocate dall’intervento umano.
E’ poi la volta di un focus particolare sull’Italia, analizzandone l’evoluzione dalla preistoria, anche qui focalizzandosi in modo particolare sulle differenze linguistiche e soffermandosi sui processi migratori, prima della conclusione che esalta il concetto del ‘genere umano’ come ‘unità’ a prescindere dalle differenze socio-economico-culturali.
Una mostra esaurientissima, giocata ovviamente sull’enorme mole di materiali esposti (la gran parte dei quali sono però calchi, per quanto ‘ufficiali’, degli originali) e arricchita da un apparato editoriale di primordine.
Forse il limite maggiore dell’esposizione è paradossalmente anche questo: le informazioni sono quasi sovrabbondanti: il visitatore scrupoloso, che non vuole perdersi nulla, rischia di trovarsi spiazzato allorché si accorga che il tempo gli è volato e le cose da vedere sono ancora molte… personalmente ho ritenuto un pò superfluo l’excursus sull’evoluzione della civiltà in Italia, tema che da solo meriterebbe una mostra a sé stante; così come la sezione dell’esposizione dedicata all’evoluzione e alla differenziazione dei linguaggi rischia di essere un pò ostica per lo spettatore medio, così come le considerazioni scientifiche a tratti molto tecniche, che si incontrano lungo il cammino.
L’impressione è che si sia voluta allestire una mostra che oltre al classico target della famiglia con bambini, ma che possa interessare anche chi, già dotato di una buona cultura di base sui temi trattati, voglia ulteriormente approfondire le questioni: il connubio non sempre è riuscito, ma la mostra resta comunque un evento che è consigliabile non perdere.