Archive for the ‘brainstorming’ Category

CHE FAI NELLA VITA?

Nella vita scrivo, mi occupo di economia dei Paesi dell’Est; lo ‘stipendio’ è irrisorio… ‘campo’ perché i miei hanno ‘costruito’ qualcosa e c’è una casa in affitto intestata a me che produce i 3/4 del mio reddito. Io, personalmente, non ho costruito nulla di ‘notevole’.

Nel tempo libero (tanto, pure troppo), scrivo: qui sul blog, di musica e d’altro, di cinema per un altro sito. Scrivere è bello, i riscontri fanno piacere e offrono la gratificazione, almeno, di sapere di non essere proprio delle capre. Però, Cristo Santo, sarebbe bello un giorno, che tutto questo potesse avere anche un adeguato riconoscimento economico, perché le gratificazioni fanno bene all’umore, ma non ci si mangia… e poi ti accorgi che lavori o collabori in realtà dove ci sono persone serie, competenti e professionali, e poi magari apri i giornali e ti accorgi di errori, refusi, titoli sbagliati, punteggiatura messa a ca**o di cane e ‘illustri critici’ che vengono pagati profumatamente per enunciare due minchiate su Vasco Rossi (vedi alla voce: Mollica)che nelle recensioni rivelano come va a finire il film (vedi alla voce Gian Luigi Rondi). Il problema in Italia è che più lavori a ca**o e in maniera approssimativa e più in alto vai…

Mi dico che se dopo la Terza Media mi fossi fermato con lo studio, oggi probabilmente starei meglio: tutto ‘sto studio, sta cultura, la stanza piena di fumetti, cd, libri e film non è servita niente. Che posso dire? Di essermi fatto una cultura. A cosa mi è servito? A UN CA**O DI NIENTE.

Perché poi la ‘cultura’ inevitabilmente ti fa venire la puzza al naso, ti fa diventare presuntuoso e guardare con sdegno a un sacco di cose… e se di tuo hai un carattere debole e non hai nemmeno intorno chi ti prende a calci il c**o, poi alla fine ti ritrovi con l’unica prospettiva di campare solo grazie a ciò che è stato costruito da altri… che intendiamoci è pure una fortuna, ma insomma è pure discretamente frustrante.

Ci si accorge  di aver sbagliato, di aver fatto degli errori, di non aver capito ‘come va il mondo’, di aver vissuto anni pensando che ‘prima o poi’, mentre si stava al sicuro e con le spalle coperte, ma insomma, averlo capito prima, o aver avuto qualcuno che fin da subito per crescere anziché la protezione, avesse usato delle sonore ‘mazzate’… Oggi forse sarei di gran lunga più ignorante, ma più soddisfatto, con un lavoro modesto ma sufficiente a campare e a dire, a pochi mesi dai 40, di essersi costruito un minimo futuro.

Invece mi ritrovo qui a recriminare sugli sbagli, sugli errori, sul carattere  e l’indole di m***a che ho e sul fatto di non aver avuto chi, fin dall’inizio, invece che assecondarmi, mi avesse dato subito una ‘raddrizzata’.

Si vive così, perennemente insoddisfatti, cercando improbabili ‘vie di fuga’ o di svolta (ad esempio nelle scommesse, dove dopo aver 60 euro in due mesi, forse è il caso di fermarsi) e incapaci di trovare una via di uscita.

FESTE MESTE

…raramente parlo di me e del mio quotidiano, qui… tuttavia ogni tanto qualche sprazzo autobiografico ‘scappa’… le feste sono finite ed io, per la prima volta, ho l’amaro in bocca. Non che a casa mia le feste siano state mai il massimo dell’allegria, per motivi troppo lunghi da spiegare hanno sempre avuto un retrogusto amaro, un clima di tensione e nervoso più o meno strisciante o palese. Quest’anno, peggio del solito: due gran litigate famigliari, una a pochi giorni dal Natale, l’altra ad un paio di giorni dall’ultimo dell’anno, hanno mandato tutto definitivamente in cacca. La colpa è stata soprattutto mia, in fondo quando uno ha (quasi) 40 anni dovrebbe avere la pazienza di sopportare le uscite di genitori ultrasettantenni… ma poi la pazienza finisce, grumi di insoddisfazione per una vita non troppo entusiasmante portano ad esplosioni di rabbia, e il risultato è stato un Natale in cui per la prima volta con l’amaro in bocca mi sono astenuto anche dalla ‘cerimonia’ dei regali… passato Natale, passato (molto meglio, con gli amici) il Capodanno… è arrivata la ‘Befana’ senza che abbia fatto nemmeno il consueto giro in centro per vedere gli addobbi o guardare qualche presepe… conto di ‘riparare’ entro fine settimana, a Roma l’Epifania le ‘feste’ non le porta mai via del tutto, e se anche il presepe di Piazza San Pietro resta lì per qualche altra settimana, si fa sempre in tempo; ma in generale, la sensazione è che sia mancato ‘qualcosa’, che questo periodo festivo sia volato senza che stavolta sia riuscito anche minimamente a godermene un frammento, come nonostante tutto succedeva sempre… mi sono reso conto di aver assistito al passare di questo periodo in maniera troppo asettica, arida; in genere un minimo di ‘calore natalizio’ lo trovavo sempre, stavolta le giornate sono passate più o meno uguali a tante altre, e questo, a pensarci, mi mette tristezza…

CANTAUTORI E / O POETI

Quando si vogliano tessere le lodi di un cantautore, la frase che si sente dire più spesso è: “… è un poeta”. Una frase che più passa il tempo, più trovo irritante, perché porta con se una montagna di errori concettuali e di metodo, che in fondo non fanno altro che mostrare la fondamentale ignoranza di chi la pronuncia.

Affermando che il cantautore  ‘x’ è un poeta, si stabilisce implicitamente una scala di valori secondo la quale il componimento poetico (ovvero: nato per essere ‘declamato’ o letto a sé stante) precederebbe quello nato per avere un accompagnamento musicale: la poesia, insomma, sarebbe ‘geneticamente’ superiore alla canzone.

Ora, non sono uno storico, né un antropologo, né un archeologo, ma ad occhio e croce, l’accompagnare testi e suoni credo sia un’abitudine vecchia quanto l’uomo, che risale ai tempi in cui la trasmissione della cultura era orale e non era sostenuta dalla pagina scritta… tali forme si sono poi ‘evolute’ fino ad arrivare alle odierne canzoni: stabilire quindi una scala di valori in cui la poesia precede la canzone appare già sbagliato da un punto di vista storico.

Chiediamoci allora il come ci si sia arrivati: l’impressione è che tutto dipenda da quanto successo negli ultimi cinquant’anni, con la diffusione della musica e delle canzoni trai ‘consumi di massa’, grazie all’evoluzione dei supporti fonografici (vinile, nastri, cd, file digitali); mentre le canzoni dunque acquisivano questa diffusione planetaria, con tutte le conseguenze che ne derivano naturalmente sotto il profilo qualitativo (non tutte le canzoni sono capolavori, anzi), la poesia non ha goduto di analoga fortuna, subendo piuttosto un drastico calo di una popolarità già non straordinaria, finendo per essere confinata negli angusti spazi dei circoli degli amatori e negli altrettanto risicati spazi negli scaffali delle librerie.

Ciò porta all’affermazione del concetto di fondo secondo cui la poesia ‘roba per pochi eletti e fine uditorio’ sarebbe dunque di per sé stessa superiore alle canzoni, ‘roba per la massa’: da qui, l’uso della parola ‘poeta’ per incensare il cantautore; ovvero: lo scrivere canzoni è un mestiere ‘sporco’ e per ottenere un’accettabilità ‘culturale’ deve ‘salire’ allo stesso livello del poeta.

Un concetto abbastanza misero, se vogliamo, e non solo per l’errore ‘storico’ di cui parlavo sopra: tanto per cominciare, affermando tale concetto si conclude che qualsiasi poesia, solo per nascere in quanto ‘poesia’ è superiore a prescindere a qualsiasi canzone; il che già mi pare abbastanza erroneo, visto che in giro è pieno di sedicenti ‘poeti’ che forse potrebbero impiegare il proprio tempo altrimenti.

In proposito però va fatta un’ulteriore osservazione: è verissimo che, in certi casi, la ‘qualità letteraria’ dei testi delle canzoni non ha nulla da invidiare a quelli delle poesie; tuttavia, non bisogna mai dimenticare che le canzoni nascono già con l’obbiettivo di avere un accompagnamento musicale e questa loro caratteristica incide fatalmente, anche solo a livello inconscio nel processo creativo: credo che nessun cantautore scriva un testo ‘a sé stante’, ma mentre lo scrive già abbia in testa più o meno, quella che ne dovrebbe essere la traccia sonora.

Astrarre il testo dalla musica appare quindi essere un esercizio nei fatti poco onesto: quando qualcuno propone di inserire i testi delle canzoni nelle antologie scolastiche,  si dimentica che quei testi traggono parte del loro senso dalla musica che li accompagna: strappare le parole dalle note appare un esercizio per certi versi addirittura violento.

La canzone è insomma una forma letteraria a sé stante: un ibrido in cui parola e musica concorrono parallelamente al risultato finale, e proprio in quanto forma letteraria autonoma, ha una dignità pari a quella della poesia del romanzo e se vogliamo anche del fumetto, altra forma ibrida, stavolta di parole e immagini, per la quale vale identico discorso.

Stabilire dunque una scala di valori, allorché lodando un cantante gli si dà del poeta, è un esercizio arbitrario, scorretto sotto vari punti di vista e che in ultima analisi denota da parte di chi lo pronuncia una profonda ignoranza o, in alternativa, una discreta disonestà intellettuale.

ASTINENZA TELEVISIVA

Qualche altra considerazione sul mio periodo di ‘quasi – astinenza’ dal piccolo schermo: nelle ultime due settimane, avrò ridotto il tempo passato davanti al televisore al 20 – 25 per cento di quanto accadeva prima: adesso, se dico che la qualità della mia vita sembra migliorata, a seconda dei casi sembrerò enfatico, dirò una cosa che sembrerà la scoperta dell’acqua calda, o sembrerò uno di quegli snob che ‘senza televisore si sta meglio’. Meglio, sicuramente, stanno i miei occhi, già messi a dura prova dalle ore passate quotidianamente davanti al computer… per il resto, non voglio sembra enfatico, banale o snob, ma in questi casi si scopre come il televisore, più che una necessità, sia in fondo un’abitudine: lo si accende perché sta lì, anche se non si ha niente da vedere, perché tanto qualcosa su cui buttare un occhio lo si trova comunque… per poi rendersi conto, che gran parte dei programmi che si intercettano sono tutto sommato superflui, anche se li si segue sempre: a dirla tutta, nel mio caso, ormai serie come The Mentalist,  Bones o Castle, dopo varie serie hanno già detto tutto ciò che avevano da dire; Once Upon A Time alla seconda stagione ha esaurito l’effetto – novità e si muove all’insegna di una certa prevedibilità; i talent gastronomici – per intenderci, quelli con Gordon Ramsay – sono ormai ripetitivi e non sembrano più avere granché da offire… per qui alla fine concludo che gli unici programmi di cui al momento non posso proprio fare a meno sono Ulisse il sabato sera e I Griffin e Big Bang Theory (inframezzati da NCIS) la domenica… il resto della settimana, che il televisore sia acceso o spento cambia poco, a parte dare un’occhiata alla striscia settimanale di Crozza o un sguardo di sfuggita alla sua imitazione di Renzi il venerdì sera, magari andando nel frattempo a vedere di cosa sarà Testimone Pif su MTV… ma insomma, alla fine il risultato è lo stesso: in fondo del televisore si può fare  a meno, e allora mi chiedo cosa sia quella ‘teledipendenza’ di cui parlano alcuni. In fondo gli esseri umani vivono in questa ‘bolla tecnologica’ da poco più di mezzo secolo: fino agli anni ’50 c’era solo la radio, poi è subentrata la tv… Internet è cosa degli ultimi 15 anni, praticamente un’inezia… e allora, forse non è poi così scontato dire che se di tutto questo abbiamo fatto a meno per millenni, se un domani un qualche cataclisma umano o naturale dovesse privarcene, alla fine non sarebbe un dramma… in fondo l’uomo è sopravvissuto a ben di peggio.

SENZA TELEVISORE (O QUASI…)

Da circa una settimana sono senza televisore… o almeno: ad essersi rotto è quello che ho in camera (peraltro il guasto è arrivato il giorno dopo aver vinto 15 euro in sala scommesse, quando si dice il Karma…);  in sostituzione, c’è sempre quello in cucina: il tutto si riduce dunque più che altro ad una ‘scocciatura’…  Queste occasioni costituiscono però sempre un’opportunità per riflettere sulla nostra reale o presunta dipendenza dalla tecnologia.

La mia generazione (quella dei nati fino alla prima metà degli anni ’70), è forse l’ultima che può ricordare di quanto i televisori erano in bianco e nero e per cambiare canale ci si doveva alzare e girare una manopola… Ho dei vaghi ricordi dei primi ‘robottoni’ giapponesi visti (male) sullo ‘scassone’ che avevamo in soggiorno… Poi, come un pò tutti, abbiamo seguito l’evoluzione: la finale dei Mondiali ’82 vista su un televisore a colori con telecomando, il secondo televisore, portatile, comprato in occasione di una vacanza, a fine anni ’90 l’acquisto di quello da mettere appunto, in camera mia, che quello è rimasto… La mia generazione ha assistito all’ascesa e il trionfo del ‘televisore’ come elettrodomestico – principe, ed ora probabilmente ne osserverà il crollo.

Non voglio sembrare uno di quegli snob che ‘io il televisore non c’è l’ho più’, ma è un fatto che già in questa settimana mi sono accorto di quanto quello strumento si stia avviando a diventare inutile: per conto mio in una classifica ideale al primo posto c’è sempre lo stereo, o la radio, o comunque uno strumento atto ad ascoltare musica (che poi si potrebbe osservare come, anche in tempi di moltiplicazione dei canali digitali e satellitari, la radio continui ad offrire una varietà di programmi difficilmente eguagliabile), al secondo il computer, strumento di lavoro, svago ed interazione, al terzo il televisore…

Mi sono reso conto che io il televisore ormai lo uso ben poco: per l’informazione ad esempio ci sono la radio ed Internet e quest’ultima offre anche opportunità di svago e divertimento…  cosa guardo in televisione:  la ‘striscia’ di Crozza su Ballarò (ma anche lì, qualche ora dopo la si guarda su Internet), “Ulisse” il sabato sera, qualche ‘serie sparsa’, ma in fondo le uniche alle quali non posso resistere sono I Griffin e Big Bang Theory; per il resto, fondamentalmente, il televisore lo si accende più che altro per abitudine, perché ‘sta lì’… Una volta, sarebbe stato imprescindibile; oggi con Internet diventa sempre più superfluo… nonostante la prima tentazione sia stata di portarlo a far riparare, la seconda addirittura di comprarne uno nuovo, alla fine ho deciso di soprassedere… del resto, ultimamente non lo usavo più nemmeno per vedere dei film su dvd, più che altro per mancanza di tempo. Ho evitato anche un pò per mettermi alla prova: in fondo tra radio e Internet la mia vita è già abbastanza densa di ‘rumore di fondo’ e miei occhi sono già discretamente messi alla prova… per ogni evenienza c’è il televisore in cucina, per il resto, per il momento, se ne può fare  a meno…

DI SINISTRA, DESTRA, MOVIMENTO CINQUE STELLE E POLEMICHE ASSORTITE

AVVERTENZA: IL POST CHE SEGUE E’ CHILOMETRICO, E RIBADISCE CONCETTI GIA’ ESPOSTI ALTRE VOLTE SU QUESTO BLOG. PUO’ ESSERE GIUDICATO COME UNA GIGANTESCA PIPPA MENTALE O SESSIONE DI BRAINSTORMING; NON SIETE OBBLIGATI A LEGGERE, TANTO MENO A COMMENTARE, SE NON SIETE D’ACCORDO, TANTO POI IL RISULTATO SONO DISCUSSIONI CHILOMETRICHE SENZA ALCUN RISULTATO TANGIBILE.

Quando ho cominciato a interessarmi vagamente di politica, come molti della mia generazione, ad inizio anni ’90, con Tangentopoli e via dicendo, mi definivo esplicitamente di destra: mi piacevano Fini e il suo ‘spazziamoli via tutti’ (credo lo votai anche come sindaco di Roma, in contrapposizione a Rutelli che già allora aveva mostrato la sua indole di voltagabbana),  avevo anche una certa fascinazione per la Lega e il concetto di Federalismo… non nascondo, ma non credo sia una colpa, o qualcosa per cui mettermi in croce, che ammiravo Berlusconi, per tutto quello che aveva fatto fino a quel momento… poi col passare degli anni, ai tempi dell’Università, ho un pò cambiato opinione… alla fine, tutta una questione di ‘cosa viene prima’, se i ‘diritti’ o i ‘doveri’.  Per chi è di destra, vengono prima i ‘doveri’: il dovere di servire e onorare la Patria, il dovere di costruirsi una famiglia, il dovere di trovarsi un lavoro, anche umile, per contribuire allo sviluppo della Nazione; per la sinistra, vengono prima di diritti, ovvero, prima lo Stato deve mettere in condizione i cittadini di avere un lavoro che risponda alle proprie aspirazioni, di raggiungere il proprio benessere a prescindere da dove si parte. Poi vabbè, in mezzo c’è un oceano di differenze, ma in fondo secondo me la differenza di fondo tra destra e sinistra è questa: per la destra viene prima il singolo con le sue capacità e doveri nei confronti della società, per la sinistra i doveri sono innanzitutto della società nei confronti del singolo.

Sono di sinistra? Credo. Almeno, penso che le organizzazioni ‘sociali’, la società, lo Stato, chiamatelo come volete, esistano in quanto garantiscano al cittadino di accedere a diritti che altrimenti se fosse solo, non gli sarebbero garantiti. Intendiamoci, credo in un certo senso lo stesso singolo sia ‘artefice del proprio destino’ (concetto eminentemente di destra), ma se uno Stato deve esistere, la sua funzione è proprio quella di fare in modo di garantire un insieme anche limitato di mezzi, anche ai più deboli o  meno ‘forti’. Sono di sinistra quando penso che ognuno pagando le tasse debba contribuire al benessere sociale, divento di destra quando le tasse pagate vengono sprecate o usare per mantenere gli apparati burocratici dei partiti come succede in Italia: a quel punto, meglio che ognuno si tenga il proprio e aiuti il prossimo con la beneficenza. Sono di sinistra quando dico che bisogna aprire le porte  a chi scappa dall’Eritrea o dalla Siria, o da posti dove rischiano la vita, divento di destra quando certi immigrati pensano di potersi comportare in Italia come facevano a casa loro, e addirittura insultano gli italiani..

In fondo, non ho mai creduto che si possa essere completamente di destra o di sinistra: prendete il più ardimentoso difensore dei principi comunisti, mettetegli a rischio casa e risparmi in virtù del ‘bene superiore della società’ e vede come diventa subito uno strenuo difensore della proprietà privata; prendere uno che in casa tiene il busto di Mussolini, e magari scoprite che poi  nel tempo libero fa del volontariato a favore degli immigrati… Insomma, se a una persona chiedono ‘sei di destra o di sinistra’, la risposta più onesta dovrebbe essere ‘dipende’. In Italia, e questo è uno dei problemi di fondo, c’è invece questa luogo comune secondo cui se si è ‘di parte’, lo si è fino al midollo, e a mancare è soprattutto il rispetto per l’altro: per chi è di sinistra, chi non la pensa come loro è automaticamente un fascista; per chi è di destra, chi non è come loro, è automaticamente uno stalinista. Sotto questo punto di vista, l’Italia, fa schifo.

Dai primi anni ’90 in poi, questa situazione si è incancrenita: per gli elettori di Berlusconi, chi votava altrove era un pericoloso liberticida; per gli elettori di sinistra, chi votava Berlusconi era un ignorante, uno indottrinato dalla tv… le persone di buon senso e gli intellettuali? Tutti sinistra. Gli str***i fascisti, adoratori del ‘dio denaro’? Tutti a destra… Che schifo, ribadisco.  Lo stesso trattamento sta venendo riservato al MoVimento Cinque Stelle; il principale argomento di discussione è ‘Grillo è un fascista’. Se Grillo chiede il reddito di cittadinanza o si schiera contro la TAV, è populista; se le stesse cose le dicono SEL o il PD, allora è buon senso. Poi mi viene detto: eeeeh, ma Grillo certe cose le dice solo per prendere i voti… Perché, gli altri no???? Insomma, la questione qual è? Grillo è in malafede e invece Epifani, Letta, Renzi, Civati, Cuperlo, Monti, Casini, Alfano e Brunetta sono tutti santi che hanno a cuore le sorti degli italiani? E comunque, quale altro scopo ha una forza politica che si presenti alle elezioni se non quello di prendere i voti per andare al Governo (o piuttosto, salire al potere)?

In giro c’è una disonestà intellettuale disarmante: il centrosinistra, nelle sue varie articolazioni, è andato avanti per vent’anni sostenendo che l’unico problema dell’Italia era Berlusconi, salvo poi salvargli le chiappe ogni qual volta è andato (brevemente) al Governo, perché avere il ‘nemico’ contro cui ragliare era molto più comodo che non tirare fuori qualche idea degna di questo nome… adesso stanno ripetendo lo stesso errore con Grillo: la disoccupazione? E chi se ne frega. Le tasse? E chi se ne frega. Le carceri? E chi se ne frega (a parte quando parla Napolitano, se lo stesso problema lo solleva Pannella da dieci anni, stica**i), l’immigrazione? E chi se ne frega (a parte quando ci sono da piangere centinaia di morti); mi si chiederà perché io parli spesso male del PD: perché mi fa inca**are; del PDL che devi dire? E’ coerente, è il partito di Berlusconi e con Berlusconi: le idee sono quelle, lo scopo è chiaro, quindi puoi prendere posizione, pro o contro, il discorso è semplice.  Io Alfano, Brunetta, Santanché, Bondi, Lorenzin, De Girolamo non li sopporto; l’unico per cui ho un minimo di stima è Lupi, ma più che altro perché corre le maratone e questo me lo rende simpatico, a prescindere.

Il PD è una caso diverso, e mi fa inca**are perché il PD che potrebbe essere e che vorrei è molto diverso da quello che è… A me fa inca**are che il PD abbia scelto Epifani come segretario e che abbia Cuperlo come unica alternativa  a Renzi, e che continui a relegare nelle retrovie persone come Debora Serracchiani che se dirigessero il PD o si candidassero alla premiership Grillo lo spazzerebbero via in cinque minuti. A me il PD fa inca**are, perché ha messo a guidare il Governo uno dei suoi che non ha detto mezza parola sull’aumento delle pensioni da 300 euro o sul taglio delle accise sulla benzina, ma in compenso trova il modo di condonare 1,9 miliardi di euro di multa a chi ha frodato il fisco gestendo le slot machine, o quando sostiene che ‘su certe spese’ (leggi caccia F35), purtroppo ‘non c’è niente da fare’.

Dico che è inutile prendersela con gli italiani ignoranti se il MoVimento Cinque Stelle continua ad essere sopra al 20 per cento; non è l’ignoranza degli italiani, è l’inettitudine altrui: quella di Berlusconi che da vent’anni ciancia di ‘rivoluzione liberale’ e che se poi non la porta avanti, la colpa è sempre degli alleati traditori o della Magistratura; e quella del centrosinistra che ogni volta che è andato al Governo ci è andato male organizzato. La differenza tra il MoVimento e gli altri è tutta qui: gli altri hanno provato fallendo. Il MoVimento Cinque Stelle sta in Parlamento da pochi mesi, esiste da pochi anni, ma improvvisamente per alcuni sembra sia diventato l’unico problema dell’Italia.  Boh, se vi fa piacere pensarlo, accomodatevi, ma resta il fatto che dire ‘Grillo è fascista e chi lo vota è un ignorante’ non è un argomento, è un modo furbetto per evitare il confronto e una strada comoda per continuare a pensare di avere una superiorità morale e intellettuale che in realtà non avete. Mentre nel MoVimento Cinque Stelle c’è anche tanta gente critica (a cominciare dal sottoscritto) dalle altre parti non c’è nessuno che sia disposto a riconoscere a Grillo un seppur minimo merito, o beneficio del dubbio: “Grillo è fascista e chi lo vota è un ignorante’. In fondo è la stessa cosa successa con Berlusconi, che non era la causa, ma il sintomo, lo stesso è il MoVimento Cinque Stelle, risultato degli ultimi vent’anni di malapolitica, ma la colpa invece è degli italiani che – ma che strano – non danno fiducia agli altri.  Continuate così, fatevi del male.

L’INELUTTABILE

…a dire la verità, nel titolo di questo post volevo scrivere esplicitamente la parola ‘morte’, ma poi non ce l’ho fatta, già vederla scritta mi sembrava troppo… La notizia me l’ha data ieri un amico, che l’ha saputa a sua volta da un nostro compagno di scuola del Liceo: un altro nostro compagno di scuola (stesso anno, classi diverse) è morto un paio di mesi fa. Suicidio, a quanto pare  causato della depressione.

Io non mi capacito… la cosa ancora non riesco a metabolizzarla, mi sembra del tutto irreale… attenzione non si tratta di sofferenza: certo, c’è dispiacere, amarezza, soprattutto, ma con quella persona non ci fu mai una vera amicizia: era un personaggio particolare, uno che un giorno ti prendeva di mira (nella classica divisione liceale tra lupi e agnelli, io facevo parte della seconda categoria), il giorno dopo poteva avere un atteggiamento del tutto amichevole… Era uno di quei ‘personaggi’ sui quali quando si rievocano i tempi del Liceo si va puntualmente  a parare, perché aveva atteggiamenti e comportamenti che hanno dato vita ad un’interminabile serie di aneddoti: ecco perché a ripensare a lui, soprattutto, anche ora mentre scrivo, mi scappa da ridere… Faceva parte dei ‘lupi’, di quelli che spesso assumevano comportamenti da ‘bullo’, ma sotto sotto non faceva manco del tutto parte della categoria… All’epoca si sapeva che la sua situazione famigliare non era per nulla facile… però da qui a immaginare una parabola di questo tipo.

Subito dopo la fine del Liceo ci si era persi, naturalmente, di vista: mi sarà capitato forse un paio di volte di incrociarlo, da lontano, senza però avere un contatto diretto… poi più nulla… In passato ero capitato sul suo profilo di Facebook, in quelle occasioni in cui, spinti dalla curiosità, si gira per la Rete per vedere ‘che fine hanno fatto, Tizio, Caio, etc…’ Sapevo che si era laureato, aveva trovato una sua ‘strada’, apparentemente… e poi ti arriva ‘sta notizia che inevitabilmente ti porta a riflettere: uno dell’età tua, le cui strade, anche se non in modo così approfondito, si sono incrociate in passato, è finito addirittura così, una fine così…

Di suicidi le cronache ci parlano quasi quotidianamente: però quando capita a qualcuno che hai conosciuto, non importa se in un passato ormai lontano, non importa se si è trattato di ‘uno dei tanti’ che hai incrociato durante la tua vita per poi perderlo di vista, tutto assume aspetti e risvolti diversi. io sono ancora a qui, a chiedermi come sia stato possibile, a non capacitarmi e la cosa soprattutto mi lascia non tanto sofferenza, amarezza, forse, ma soprattutto disagio, come se fino ad ora, quando rievocavo quella persona, dessi per scontato che fosse da qualche parte, chissà dove, e invece adesso mi ritroverò ad accompagnare quei ricordi con la consapevolezza che lui non c’è più e quello che è più brutto è che di porre alla sua vita l’ha scelto lui… mi chiedo davvero come si possa raggiungere un livello tale di disperazione, un punto di non ritorno, la certezza di non avere più appigli né motivazioni…

Qualcuno in queste situazioni osserva che se la vita per queste persone era diventata insopportabile, ora forse hanno posto fine alla propria sofferenza e hanno trovato la pace… è una considerazione consolatoria, che forse serve sopratutto a ‘chi resta’ per razionalizzare la cosa e che, forse, ha anche un fondo di verità, dopo tutto… certo è, che eventi del genere, portano sempre a ‘fermarsi un attimo’, a riflettere e a rivedere la propria vita e le proprie piccole – grandi insoddisfazioni, sotto una luce diversa…