READY PLAYER ONE

In un non lontano futuro la popolazione terrestre, per fuggire da una realtà più o meno squallida, vive la maggior parte della propria vita connessa in rete, in un mondo virtuale – Oasis – in cui è possibile essere più o meno chiunque, costruendosi un’identità ispirata alle migliaia di personaggi creati nella storia dei fumetti, dell’animazione, del cinema, della tv e – ovviamente – dei videogiochi.
Tra le varie avventure che si possono vivere su Oasis, la più impegnativa è quella che James Halliday, defunto creatore di questo mondo, ha costruito su sé stesso e la propria vita e che come premio finale ha nientemeno che il potere assoluto sulla stessa Oasis.
Il giovane Wade, attraverso il suo alter ego Parzival, assieme ad un manipolo di compagni di avventura, si metterà alla ricerca della soluzione, per impedire che Oasis cada nelle mani di una multinazionale con pochi scrupoli, che replicherebbe anche su scala virtuale le differenze economiche della realtà, che qui vengono azzerate, o comunque stabilite dalla bravura dei giocatori, a prescindere dal loro livello sociale…
Steven Spielberg fa centro pieno: certo, gioca facile, colpendo al cuore della generazione che ha trascorso interi pomeriggi in sala giochi o davanti alle prime consolle attaccate ai televisori, ma anche a quella successiva, dei ‘millennials’ e dei giochi di ruolo online.
“Ready Player One”, più che da una storia ampiamente prevedibile, trae il 90% della sua linfa vitale dalla inesauribile sequenza di citazioni e ‘apparizioni’ che si susseguono senza un attimo di pausa, in un calderone che offre l’occasione di vedere insieme personaggi appartenenti ai vari reami della cultura pop destinati altrimenti a non incontrarsi mai.
E’ un film dal quale chi ama certi ‘mondi immaginari’, non può che uscire coi ‘capelli dritti’, emozionato e anche con un pizzico di commozione.
Il giovane cast, guidato da Ty Sheridan, svolge un ruolo marginale rispetto alle proprie controparti virtuali; Simon Pegg è un comprimario d’eccezione; Mark Rylance si farà ricordare nel ruolo del ‘demiurgo’ del mondo virtuale con proverbiali problemi di gestione dei sentimenti.
A Spielberg mi sento di muovere solo due appunti: il poco coraggio nell’esprimere il contrasto tra ‘reale e virtuale’, con la compagna d’avventura del protagonista caratterizzata solo da un difetto estetico trascurabile (il ‘grande pubblico’ forse non avrebbe gradito un/una protagonista ‘brutto/a), e il ‘pistolotto’ finale col quale, in modo un po’ scontato, si finisce per cantare le lodi della realtà rispetto all’immaginazione.
Questioni ‘filosofiche’ a parte, “Ready Player One” resta un memorabile esempio di gioco di prestigio grafico e visuale, una gioia per gli occhi e per il cuore.

 

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2 responses to this post.

  1. Grazie! Terrò a mente.
    Coraggio: mi sembra che sempre più spesso si facciano cose più che altro per compiacere i più.. alla3a😄
    Shera

    Rispondi

  2. Se passasse su Sky mi ricorderò : D

    Rispondi

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