Archive for marzo 2015

PUNTINESPANSIONE, “L’ESSERE PERFETTO” (U.D.U. RECORDS / AUDIOGLOBE)

“L’essere perfetto” del titolo è quello che in molti (tutti?) ambiremmo ad essere… o forse solo ciò che la ‘società’ pretenderebbe che tutti fossimo… perfezione magari cercata – e simulata – attraverso le proprie ‘identità virtuali’, nei social network che consentono a chi vuole di costruirsi un’immagine di fittizia ‘perfezione’… Sia come sia, alla fine i nodi vengono al pettine, e la realtà dei fatti volenti o nolenti è sempre lì, a ricordarci che perfetti non siamo, fortunatamente, si potrebbe aggiungere.

I pugliesi Puntinespansione sono in circolazione ormai da tredici anni circa, durante i quali si sono tolti qualche soddisfazione, ottenendo anche riconoscimenti importanti, a partire dal Premio della Critica in occasione dell’edizione 2011 del concorso “Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty”. Al terzo lavoro sulla lunga distanza, il quintetto assembla nove brani che percorrono in lungo ed in largo nevrosi e controsensi del mondo di oggi, in cui l’uomo da ‘animale sociale’ è diventato un ‘animale da social network’, tra lavori in nero e situazioni sentimentali complicate, la pratica religiosa usata come ‘pretesto’ per ripulirsi rapidamente la coscienza e un generale senso di confusione… Rispetto all’inevitabile inadeguatezza di un mondo che richiede perfezione, la soluzione può essere il ritorno alla natura primigenia, il prendere come punto di riferimento modelli del passato, di chi ha lottato per un’ideale o, alla fine, fare i conti con sé stessi, cercando di riconoscere a accettare la propria identità, trovando un qualche senso di appartenenza.

La band dà al tutto una confezione sonora che si potrebbe dire abbastanza ‘consueta’, cercando di variare tra sonorità a tratti anche abbastanza ardenti, tra tonalità vagamente metalliche e frustate elettriche dalle ascendenze wave e momenti di maggiore tranquillità, all’insegna di un cantautorato dalla vena pop.

Un disco dominato da una certa ironia amara, che sul finale si apre all’ottimismo con “Succederà”, forse il miglior pezzo del lotto, incitamento al non scoraggiarsi e al conservare la speranza.

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UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

Sono andato a vedere questo film praticamente solo per il titolo: fin da quando ne ho sentito parlare quando ha vinto la Mostra di Venezia, mi sono detto: “questo film lo devo vedere assolutamente, ha un titolo talmente assurdo e ‘repellente'”, da dover essere assolutamente visto…

‘Repellente’, ovviamente, per lo ‘spettatore medio’: diciamocela tutta, leggi “Un piccione seduto su un ramo…” e pensi subito a un’atmosfera da cineforum pretenzioso, modello Fantozzi, per intenderci… Un titolo appunto, talmente ‘respingente’ nei confronti del pubblico ‘da blockbuster’, da pensare che difficilmente in tempi brevi uscirà un film con un titolo così  – volontariamente o meno – supponente. Leggi “Un piccione…” e ti viene da pensare: “Lasciate ogne speranza, o voi ch’entrate… in sala”.

Mi reputo un amante del cinema, di cultura medio-alta; fortunatamente sono una persona sufficientemente curiosa e allo stesso sufficientemente aperta da non negarmi l’alto e il ‘basso’, se vogliamo: capace di godermi i supereroi fracassoni e allo stesso tempo commediole italiche (ad eccezione di certa comicità ‘regionale’ – penso a Ficarra e Picone, Siani, etc… o delle commedie natalizie che sbancano il botteghino), film ‘impegnati’ e pellicole ‘leggere’.

Tuttavia anche io ho i miei limiti: il cinema ‘d’arte’ l’ho sempre coperto poco: intendiamoci, non ho preconcetti, più che altro mi mancano le occasioni, c’è sempre qualcosa di più interessante da vedere… raramente mi è capitato di andare a vedere al cinema i film vincitori dei Festival, a meno che non si sia trattato di film comunque destinati al ‘grande pubblico’; per me il massimo credo sia stato andare a vedere “The tree of life” di Malick, “Melancholia” di Von Trier, e già li mi sono alzato dalla poltrona con più domande che risposte…

Sia come sia, davanti ad un titolo come “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” non ho resistito: andiamo va, vediamo l’effetto che fa… l’effetto è stato, più di quello di vedere un film, di affrontare una gara di resistenza… gara credo almeno in parte persa, visto che ad un certo punto ammetto che la palpebra è calata e la mente per qualche minuto è precipitata nel rassicurante abbraccio di Morfeo…

“Un piccione…” (il regista è lo svedese Roy Andersson) è articolato in una serie di scene di vario argomento, tutte riprese con la telecamera fissa, con l’effetto di una sorta di galleria di quadri: l’aspetto migliore del film per me è stata proprio questa sensazione, provocata dalla luminosità che domina tutto il film che a dirla tutta è fantastica… per il resto, non c’è una vera storia: ci sono un paio di personaggi ricorrenti, una coppia di venditori di scherzi di carnevale che tentano di piazzare la propria merce con poco successo; per il resto i temi sono i ‘massimi sistemi’: nascita, morte, amore, guerra, incomunicabilità, la crudelta degli esseri umani verso i loro simili e gli altri esseri viventi (in quest’ultimo caso, due episodi sono raggruppati sotto il titolo “Homo Sapiens” e il modo in cui è stata resa la questione è talmente agghiacciante da affascinare).

Vedendo il film a me sono venuti in mente, alla lontana e con tutte le cautele del caso, certi sketch dei Monty Python o di “Cinico Tv”: certi personaggi sarebbero stati efficaci anche in quei casi, così come alcune situazioni: naturalmente l’elemento ‘comico’ è quasi del tutto ‘depurato’, seppure bisogna ammettere che lungo tutto il film scorre sempre una certa qual ironia, come a sottolineare l’assurdità dell’umana esistenza.

La lentezza esasperante, la rarefazione dei dialoghi e delle battute che rompono un silenzio a tratti opprimente per quanto mi riguarda hanno reso il film abbastanza indigesto: alla fine, è come se, pure se su un piano squisitamente intuitivo, abbia compreso perché di questo film si sia parlato come un capolavoro e sia stato premiato a Venezia; così come non me la sento di dire che mi sia piaciuto, non posso di certo affermare che sia un brutto film: forse proprio perché, non frequentando abitualmente un certo tipo di cinema, sono in fondo privo degli strumenti per poter darne un giudizio compiuto.

PAGLIACCIO, “LA MARATONA” (COSTELLO’S RECORDS)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i Pagliaccio, trio di stanza a Biella, che già un paio di anni fa, col primo lavoro “Eroironico” aveva avuto modo di farsi apprezzare, calcando i palchi affiancando Marleme Kuntz, Africa Unite e Lo stato sociale tra gli altri.

Con quel nome, e con un esordio con quel titolo, è facile pensare che i Pagliaccio non prendano troppo sul serio le cose e lo stessi; del resto, a pensarci al giorno d’oggi a prendere la vita troppo sul serio, specie se si hanno trai 30 e i 40 anni, si rischia di cadere in depressione… e allora, a dispetto di tutto, è meglio guardare alle cose con animo almeno ironico, cercando, anche se è difficile, di riderci un po’ su.

“La maratona” del titolo è classica metafora della vita, gara di resistenza tra mille difficoltà; gara, soprattutto, con sé stessi, coi propri pregi, difetti, limiti: paragone indubbiamente scontato, se vogliamo, ma comunque sempre utile…

I dieci brani che compongono il disco buttano uno sguardo a volo d’uccello sulla generazione a cavallo degli ‘anta ed oltre’, per mentalità o necessità costretta a restare giovane fino a 50 anni e ad assistere con invidia all’esistenza tranquilla degli ottantenni che si godono la pensione assicurata (o almeno, quelli che su una pensione dignitosa possono contare), mentre dall’altra parte si vive all’insegna della precarietà, in attesa – o alla ricerca – di un’occasione per sistemarsi che tarda ad arrivare o appare decisamente restia a farsi trovare. Occasione che a volte si cerca anche quando il lavoro lo si ha già, per poter finalmente soddisfare le proprie aspirazioni, o semplicemente per dimostrare qualcosa a sé stessi, alla famiglia, agli altri.

L’incertezza lavorativa si espande a macchia d’olio su tutta la propria esistenza, a cominciare dalle relazioni interpersonali ed affettive (anche se il brano più ottimista di tutto il lotto racconta la storia d’amore stra-ordinaria, di una coppia di ciechi) fino alla crisi d’identità, al non essere più sicuri di cosa si vuole veramente… sempre insoddisfatti per una qualche mancanza.

Ci si rifugia nei ricordi delle partite a pallone dell’infanzia, o in una rassicurante quotidianità domestica, o si cerca di riempire i tempi morti e la paura di restare soli, attraverso un profluvio di impegni ‘sociali’ (corsi, volontariato, etc…) che alla fine rappresentano solo la via per colmare vuoti di altro tipo… in attesa di tempi migliori, forse è meglio buttarla su ridere: il brano conclusivo è una fiera rivendicazione della natura ‘pagliaccesca’ della band, a dispetto di tutti quelli che pur essendolo, di essere dei pagliacci magari manco se ne accorgono.

I Pagliaccio raccontano tutto questo con un pop-rock solare e allegro, dalle molteplici sfumature, debitore della classica tradizione della canzone italiana, frequentemente corredato di profumi retrò, tra allusioni surf, ska, qualche suggestione beat. Il tono è scanzonato, per quanto i testi siano caratterizzati da una certa amarezza di fondo… o forse non sono i testi, ad essere amari: è la realtà circostante, ad esserlo.

INVERS, “DELL’AMORE, DELLA MORTE, DELLA VITA” (VINA RECORDS)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i biellesi Invers; “Dell’amore, della morte, della vita”: ci vanno giù leggeri, si potrebbe dire, con un titolo che più ‘universale’ non si può… un disco oscuro, a tratti dolente, in altri frangenti infuocato, come del resto lo sono i suoni, che proseguono il percorso avviato col precedente “Dal peggiore dei tuoi figli”, memori della grande lezione del post punk, all’insegna di un’elettricità tagliente, di chitarre lancinanti accompagnate da ritmi a tratti trascinanti.

Suoni che accompagnano testi che dipingono scene di quotidiana amarezza: è un lavoro in cui, anche nei momenti più arrabbiati, sembra scorrere un fiume di rimpianti, per le occasioni perdute, di vita ( ‘Nessun altro’), di amori ( ‘Sopra le luci della città’, ‘Nessun altro’) di sentimenti anche famigliari , espressi con un cantato anch’esso in equilibrio tra ira e malinconia.

Un lavoro che non lesina di gettare uno sguardo ‘al di fuori’, verso una generazione disorientata (‘Oggi s’è perso’), od una società in cui domina, imperante, il ‘sentito dire’ globale diffuso dagli onnipresenti mezzi di comunicazione; ma è un lavoro in cui lo sguardo viene gettato per lo più verso l’interno, alla ricerca di una propria definizione, facendo il punto su ciò che si è (‘Io sono’) su tutto ciò verso il quale ci si sente estranei (‘Montagne’)

La title track posta in chiusura del disco, pur essendo un pensiero rivolto a chi non c’è più, si conclude con un verso che recita: “e col tuo sorriso ti prenderai cura di me”: quasi come se alla fine, il clima plumbeo ed oppressivo, come quello di certe giornate estive, grigie ed afose, che domina il lavoro, fosse improvvisamente rischiarato da una vampata di luce.

Un lavoro che convince, per suoni e scrittura.

HOUSE OF CARDS

ovvero: l’inutilità di raccontarci ciò che in fondo già sappiamo.

Ho visto i primi quattro episodi, più metà del quinto, di House of Cards, pluriosannata serie d’oltreoceano che racconta di che ‘belle persone’ gravitino nella politica americana… a un certo punto ho piantato lì perché ne avevo abbastanza; voglio dire: in fondo cosa ci dice “House of Cards”? Che i politici sono degli str***i. E grazie al ca**o, aggiungerei io… ma c’era bisogno di una serie per dircelo?

Insomma, che la politica sia fatta da stro**i non è certo una novità: lo sappiamo tutti che diciamo 9 persone su 10 tra quelle che ‘fanno politica’, la fanno per ragioni di potere e prestigio personale; i più ‘pragmatici’, come racconta anche Frank Underwood, protagonista di H.O.C. – interpretato alla grande da Kevin Spacey – per denaro, quelli più scaltri per il ‘potere’, potere che si traduce in quel particolare godimento che si trae quando, parlando con qualcuno, si ha la certezza di poterlo schiacciare come un insetto in qualsiasi momento…

In fondo, Underwood, Matteo Renzi e il ‘Califfo’ Al Baghdadi (quello dell’ISIS) si somigliano, appartengono alla stessa tipologia antropologica: sono persone che pur di conquistare e mantenere il potere farebbero carte false… certo, i metodi sono diversi: Underwood preferisce manovrare le persone come marionette (e quando ciò non è più possibile, togliersele dai piedi fisicamente, come ho letto andando a sbirciare tra le trame delle stagioni successive) Renzi se ne frega di chiunque altro che non sia sé stesso e va avanti, sicuro dell’appoggio dell’opinione pubblica e della sua capacità di comunicazione; Al Baghdadi va per le spicce e scanna i suoi avversari; chiaramente sono ‘metodi’ molto diversi, ma se entriamo nel merito, gli individui in questione appartengono alla stessa ‘schiatta’, hanno la stessa mentalità.

House of Cards in fondo afferma nient’altro che ‘il più pulito c’ha la rogna’, come diciamo a Roma: il protagonista Frank Underwood non si ferma davanti a niente, usa le debolezze degli avversari per distruggerli o metterli al proprio servizio, non si fa scrupolo di usare tragedie umane o mandare sul lastrico migliaia di persone per ingrossare il proprio potere… lo facesse, magari, per far stare meglio i propri elettori, per inseguire qualche tipo di ideale, all’insegna del classico ‘fine che giustifica i mezzi’… macché: le mire di Underwood sono squisitamente personali: siccome il neo eletto Presidente degli Stati Uniti (uno che appartiene al suo stesso partito) lo ha privato all’ultimo momento dell’incarico di Segretario di Stato, allora, dal giorno immediatamente successivo all’elezione, briga per distruggerlo.

Sostnzialmente, chi fa politica la fa per farsi i ca**i suoi, e sai che novità… ancora peggio, tra l’altro, è la moglie di Underwood, interpretata da Robin Wright: un autentico monumento di ipocrisia che porta avanti un ente di beneficenza, ma poi non si fa scrupolo di licenziare decine di collaboratori, anche di lunga data: si fa del bene a chi abita a migliaia di chilometri di distanza e manco si conosce, non ci si fa scrupolo di mettere nella m***a persone con cui per anni si è lavorato quotidianamente.

Insomma, House Of Cards è l’ennesima serie a base di personaggi negativi e detestabili che in fondo finiscono per essere simpatici al pubblico che, al di là di ogni ipocrisia, sa che al loro posto si comporterebbe allo stesso modo: una serie che, come tante negli ultimi anni, stimola e titilla i peggiori istinti delle persone, solleticando la propria propensione al Male… Frank Underwood in fondo piace perché lo invidiamo, perché vorremmo essere tutti al suo posto e sapere di poter schiacciare come un verme chi ci troviamo di fronte, così come vorremmo tutti avere la faccia tosta di un Renzi od essere spietati come il ‘Califfo’: il problema è che per esperienze di vita, ambiente famigliare o semplicemente per indole la maggior parte delle persone non è ‘come loro’ e allora a noi ‘gente normale’ non rimane che abbozzare, invidiare o magari detestare il protagonista di House of Cards, il Presidente del Consiglio italiano o l’autonominato capo dell’Isis…

Intendiamoci, tecnicamente House Of Cards è ineccepile: ottimamente scritta e girata, interpretata in modo magistrale da Spacey e Wright; il fatto però è che alla fine ci racconta ciò che già conosciamo: a che serve assistere alle gesta fittizie di Frank Underwood quando sappiamo benissimo che i Renzi, gli Alfano, i Salvini e forse – lo dico da elettore di M5S – pure i Grillo (o chi per lui) si comportano allo stesso identico modo?

House of Cards ci dice che i politici sono degli str***i che si fanno i ca**i loro alle spalle nostre: embè? Non c’è certo bisogno di una serie tv per farmi rodere il fegato e salire il fiele contro i politici: con tutto il rispetto, molto meglio NCIS.

WHIPLASH

Un aspirante batterista jazz, dalle ottime potenzialità, frequenta un’importante scuola di musica di New York, ritrovandosi ben presto ad essere bersaglio / vittima delle attenzioni del suo insegnante, che lo sottopone a carichi di stress sempre maggiori, con lo scopo di saggiarne la resistenza, fino ad arrivare al prevedibile punto di rottura.

Il bello di film come Whiplash (il titolo deriva da uno dei pezzi di jazz la cui esecuzione diventa il vero ‘campo di battaglia’ del film) è che a prima vista potrebbero essere scontati e banali: quante volte al cinema abbiamo assistito allo scontro tra l’allievo promettente e il maestro che vuole spingerne al limite le capacità (leggi Will Hunting o Finding Forrester?); quante volte abbiamo visto delineate queste figure di spietatissimi maestri o ‘sergenti di ferro’ (vedi Full Metal Jacket, peraltro anche citato nel film, o Ufficiale e gentiluomo)? Quante volte abbiamo assistito alle traversie di chi, avendo un sogno, cerca di raggiungerlo a tutti i costi, sacrificando i sentimenti o a dispetto dello scetticismo famigliare?

Gli esempi non si contano, la differenza la fa il ‘come’; probabilmente in questo caso il discrimine è la passione della musica: non credo abbia importanza che si apprezzi o meno il jazz: se si ama la musica, non credo non si possa amare Whiplash, che di musica è pieno dall’inizio alla fine; che mostra retroscena a cui in genero nemmeno si pensa davanti ad esibizioni cristalline dal vivo; che, come ho scritto sopra, fa diventare la musica il campo di battaglia dello scontro di personalità; che attacca la diffusa opinione che vede la musica come un gioco, uno ‘sfizio’, mai come una professione seria, attorno alla quale far ruotare la propria vita.

Il regista Damien Chazelle mette in scena uno scontro di personalità che alla fine sono due facce della stessa medaglia: la sfida accolta dall’allievo ad andare oltre quelli che lui pensa siano i suoi limiti, quella che il maestro lancia a sé stesso nel demordere dal suo metodo, per quanto apparentemente crudele e talvolta dannoso e controproducente possa essere. Efficacissimi i due interpreti principali che si dividono la scena per la quasi totalità del film: Miles Teller nel ruolo dello studente che non rinuncia alla sua passione nemmeno quando questa sembra sul punto di diventare una maledizione alla fine si fa quasi preferire all’insegnante J.K. Simmons, premiato con l’Oscar per questo ruolo: non che la sua non sia un’intepretazione degna di nota, anzi, ma va riconosciuto come alla riuscita del personaggio abbiano contribuito in modo determinante lo sguardo penetrante e la ‘mobilità espressiva’ della  ‘faccia facciosa’ di cui l’ha dotato madre natura.

Il punto di fondo resta: se amate la musica, non potrete non amare “Whiplash”; se non amate la musica, beh… non prendetevela a male, ma non sapete cosa vi perdete.

R.I.P. TALUS TAYLOR (1933 – 2015)

Non credo di sbagliare di molto, se dico che la mia prima lettura preferita da bambino furono i Barbapapà… la notizia della dipartita del loro creatore mi ha messo un filo di tristezza…