DAN SOLO, “CLASSE A” (DS Records / AUDIOGLOBE)

L’amore è una brutta bestia: spesso e volentieri, porta sofferenza: quando finisce, ecco le recriminazioni, rimpianti, il tarlo del dubbio di essere nel torto, di aver sbagliato qualcosa; quando è in corso, talvolta, una bella dose di scazzi, tanto da far esplodere un bel: “Amore, sai che c’è? Mi hai rotto i coglioni”… eppure, quando comincia, o è alle prime battute, dà una sensazione di potenza, quasi di immortalità, dando l’idea di poter spiccare il volo come un’aquila, usare questa onnipotenza per proteggere il proprio amore dalla sofferenza…

L’esordio solista di Dan Solo (chi? Quello dei Marlene Kuntz, chiederà qualcuno: si, lui… storia chiusa da tempo, che in questo caso forse non è manco tanto importante), procede a ritroso, tanto che lo si potrebbe ascoltare a ritroso, dall’ultimo al primo degli undici pezzi presenti: è un amore che ferisce, quello di Dan Solo, un amore che rivela sempre qualche aspetto perverso: vissuto nell’idealizzazione di una donna che esponendo le proprie grazie all’obbiettivo di un fotografo si reincarna in una semidea greca; un amore vissuto meccanicamente e in modo veyeuristico sul set di un film porno (l’hardcore rappresenta, sarcasticamente, il “Nuovo cinema italiano”); o nei corridoi in chiaroscuro di un privè…

La via di salvezza è quella di guardare il tutto da una prospettiva esterna (come quella di una pallina di naftalina che assiste impassibile allo scorrere del tempo), o nella ridefinizione di sé, magari attraverso la ri-scoperta delle proprie radici…

Dan Solo, insomma, dà la sua personale lettura di un tema universale, guardandolo – ed interpretandolo – sotto una prospettiva sospesa tra rabbia e disillusione, attraverso una scelta stilistica che solo a tratti richiama le sue più o meno recenti esperienze sonore (tra scorie punk e noise) aprendosi a scelte melodiche (ma non per questo ‘facili’) maggiormente radicate nella tradizione cantautorale italiana e non disdegnando il ricordo all’elettronica, imbracciando il ‘fidato’ basso e lasciando chitarre e batterie ad un pugno di compagni di strada, col contributo in fase di produzione, di Max Bellarosa e di un collaboratore di vecchia data come Marco L. Lega.

Un esordio che apre una nuova fase della biografia musicale dell’autore, portando con sé il minimo indispensabile dal passato, lasciando spazio in abbondanza per ciò che verrà.

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3 responses to this post.

  1. Dan. ..solo classe. Ah finalmentonoe conosco i Marlene e mi piacciono.
    Una recensione aulica la tua molto compresa. Mmm
    Sentito e apprezzato le due tracce.
    Sherabuonadomenica

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