BIRDMAN

Riggan Thomson è stato una celebrità… per certi versi lo è ancora, visto che a vent’anni di distanza il pubblico continua a ricordarlo per l’intepretazione del supereroe Birdman… il tempo passa e Thomson è ancora indissolubilmente legato a quel personaggio: Thomson è ancora Birdman, nonostante cerchi di dimostrare di saper fare altro, mettendo in scena un lavoro teatrale basato sugli scritti di Raymond Carver.

Riggan Thomson vuole dimostrare di sapere fare altro: a sé stesso, in fondo in parte convinto di poter essere solo e sempre Birdman; ad una ex-famiglia (ovviamente) a pezzi, a cominciare dalla figlia (ovviamente) appena uscita da una clinica di riabilitazione; al mondo degli attori ‘seri’, incarnati nel classico ‘campione di tecnica strasberghiana’, tutto intento alla ‘veridicità’ del personaggio e della messa in scena; alla critica ‘benpensante’ che guarda sempre male chi, dal ‘cinema di botteghino’ ha la ‘pretesa’ di sbarcare nel mondo della recitazione ‘alta’…

A dirla tutta, “Birdman” è uno dei film più ‘strani’ che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi: girato simulando un unico, interminabile piano sequenza, con una camera ‘a mano’ quasi esclusivamente concentrata sul protagonista, è uno di quei film in cui i significati si affastellano gli uni sugli altri: negli esiti è praticamente una commedia, per quanto amara e sarcastica, perché alla fine non fa altro che mettere alla berlina una serie di temi: dal cinema che sbanca il box-office al mondo degli attori ‘impegnati’ e dei critici pretenziosi… E’ cinema che racconta il cinema ed il teatro e non è un caso, tra l’altro, che il ruolo di un attore giunto al successo coi supereroi che cerca di impegnarsi in qualcosa di più ‘serio’, sia interpretato proprio da Michael Keaton, attore giunto al successo interpretando il Batman di Tim Burton e poi progressivamente caduto in un dimenticatoio dal quale è improvvisamente emerso grazie ad Inarritu.

Al fondo, ci sono poche domande: perché un attore giunto al successo planetario dovrebbe abbandonare la celebrità per darsi al ‘cinema serio’? C’è davvero tanta vergogna nel partecipare a produzioni fracassone ed ultramilionarie? Ci si può definire ‘attori’, solo quando si calcano i palchi di Broadway? E, all’opposto: perché una celebrità planetaria non dovrebbe provare a fare altro? L’aver interpretato un supereroe costituisce davvero un ‘marchio d’infamia’ capace di impedire qualsiasi altra aspirazione? Il confronto tra il cinema d’autore e gli eroi del grande pubblico, in cui non è tanto importante il ‘vincitore’, quanto il dover fare piazza pulita di troppi pregiudizi, da una parte e dall’altra.

Domande che, in fondo, Thomson pone prima di tutto a sé stesso: in dialoghi immaginati (o no?), la sua controparte ‘in costume’ continua a mettergli il tarlo: eravamo grandi, potevamo continuare all’infinito, il pubblico vuole questo e tu invece hai mollato tutto per questa roba ‘da intellettuali’…
La risposta, offerta nel finale immaginifico è che, in fondo, è stupido anche porsi la domanda, che tante masturbazioni cerebrali sull’integrità del mestiere di attore sono inutili, che nessuna strada alla fine può essere completamente preclusa.

Inarritu mette insieme un film singolare, cui il fluire ininterrotto offre un certo ritmo costante, anche se non manca qualche tempo morto; al centro, Michael Keaton, che certo fa piacere ritrovare in forma dopo anni di quasi silenzio ma per il quale parlare di Oscar sembra un tantino eccessivo (anche se a dirla tutta: se l’alternativa devono essere le ennesime interpretazioni di personaggi vessati da tribolazioni fisiche o psicologiche, come quelle di Hawking o Toring, che tanto piacciono agli americani allora ben venga il premio a Keaton). Assieme a lui, un cast bene assemblato ma la cui cifra comune sembrano essere interpretazioni un filo troppo calligrafiche, a cominciare da Edward Norton (l’attore iprerprofessionale) col solito ghigno sardonico, Zac Galifianakis è un manager nevrotico ed Emma Stone figlia improblemata; sottotono invece Naomi Watts (compagna di lavoro del protagonista), forse anche a causa di una parte poco sviluppata. La sceneggiatura regge bene, anche se a tratti risulta un tantino prevedibile.

“Birdman” è insomma un film riuscito, molto divertente a tratti, con qualche leggero sprazzo di noia; la caterva di nomination all’Oscar – nove – che si è conquistato appare un filo esagerata, ma sicuramente gli va riconosciuto il fatto di essere comunque per molti aspetti un film inconsueto.

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One response to this post.

  1. Ah il mio Inarritu 💛
    21 grammi, Amores perros film ddiversissimi.
    Birdman ironico e crudele, condivido, anzi volevo scrivere una delle mie sommarie recensioni ma così mi hai ‘salvata’.
    Ottimo film da vedere. Gli Oscar? Questione sempre oscillante.
    Sherabuonanotte

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