LA LINEA DEL PANE, “UTOPIA DI UN’AUTOPSIA” (QB MUSIC)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio milanese, capitanato da Teo Manzo, cantante, autore dei testi, chitarrista; con lui Marco Citrini e Kevin Avery a costituire la sezione ritmica di una strumentazione essenziale, cui si aggiunge, episodicamente, il violino di Martino Pellegrini.

“Utopia di un’autopsia”: un gioco di parole per un lavoro che molto ‘gioca’: non tanto con i suoni o con le parole, quanto con le idee, le sensazioni, le suggestioni, le impressioni.

Gli undici brani presenti (più la ‘ghost track’ finale)costituiscono una galleria di storie e personaggi, di ambientazioni in un ‘altrove’, spaziale o temporale, difficilmente inquadrabile (ad eccezione di Occhi di vetro, esplicitamente ambientata a Parigi) forse non così lontano da noi, ma comunque separato dal ‘qui ed ora’, seppure magari solo da un lieve velo onirico.

La scrittura è frammentata, procede per narrazioni non lineari, scene giustapposte, stralci di pensieri, brandelli di riflessioni, all’insegna di un’ellissi che alla fine non spiega, apparendo piuttosto lasciare all’ascoltatore il compito di riempirla col proprio ‘vissuto’, le proprie personali sensazioni.

Un’arma a doppio taglio, se si vuole, perché se da un lato il risultato è indubbiamente suggestivo, lirico a tratti, il rovescio della medaglia è quello di una dispersione di senso: si ha insomma l’impressione che i testi parlino di qualcosa volendo parlare d’altro, ma questo ‘altro’ non è alla fine così immediatamente comprensibile… un termine di paragone, con tutti i distinguo del caso, potrebbe essere il primo De Gregori.

Suoni all’insegna di una costante alternanza tra raccoglimento acustico e momenti in cui le chitarre costruiscono più solidi ‘muri elettrici’: ma “Utopia di un’autopsia” è in fondo un disco incentrato più sulle parole che non sui suoni, cui alla fine è affidata una funzione per lo più di semplice accompagnamento; la voce, più che interpretare, ‘narra’, e la ‘grana emotiva’ dei pezzi in parte ne risente. Elementi che, aggiunti alla lunghezza dei brani (raramente si scende sotto ai tre minuti, allungandosi a volte oltre i sette), rendono il lavoro un po’ troppo monolitico, a tratti un filo ripetitivo.

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One response to this post.

  1. Quello che nn si può negare è che questi gruppi di “nicchia ” usino un linguaggio immaginifico già di per sé di elaborazione.
    Sherabuonacolazionecaffenerobollente

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