PERTEGO’, “STATIONS” (COLLAPSED RECORDS)

Addentrarsi nel mare magnum della musica ‘indipendente’ italiana, quella fuori dai grandi giri delle etichette e dei media, significa anche e soprattutto avere a che fare con incontri casuali, come appunto può capitare allorché due navi incrocino le proprie rotte, salutandosi per non rivedersi più… la vita dura del sottobosco musicale è spesso fatta di band che durano il tempo di un disco o due, abbandonando preso la strada… ma a volte, capita di re-imbattersi in un gruppo conosciuto anni prima, scoprire, con piacere che, toh, hanno proseguito, sono andati avanti…

E’ quello che mi è successo coi Pertegò, la risposta (o almeno, una delle possibili risposte) italiana ai Sigùr Ros: conosciuti a fine 2008, con quello che ai tempi era il loro primo disco ‘importante’; li ritrovo, con piacere, oggi con il loro terzo full length (cui si va aggiunto un EP di 4 tracce), in uscita ad inizio giugno.

La formula è immutata, all’insegna di quel particolare connubio tra dilatazioni che evocano distese algide ed incontaminata e allo stesso tempo il calore trasmesso dalle tessiture chitarristiche, spesso dalla grana new wave . Il trio di Piacenza non fa certo mistero di avere il gruppo islandese come principale fonte di espressione ma, come in occasione del precedente disco, limitarsi solo a questo sarebbe semplicistico; del resto le dilatazioni non sono certo monopolio degli scandinavi, basti solo ricordare certe esperienze più ‘pesanti’ come quella degli Explosions In The Sky o dei Neurosis, padrini del genere…

“Stations”  (nove brani,  per circa un’ora di durata,  con  episodi che sforano i sette, gli otto, anche gli undici minuti)  tuttavia appare vivere anche su altro: la band sembra aver intrapreso un cammino di ulteriore studio dei propri suoni e affinamento del proprio stile; si avverte una certa voglia di sperimentare in più, la necessità di non incasellarsi troppo, la ricerca – nelle dilatazioni ambientali (dietro alle quali si celano naturalmente le lezioni della scuola minimalista, di Brian Eno o di certe sperimentazioni frippiane) – del connubio tra melodie struggenti ed esplosioni,  scarna essenzialità e muri sonori, con un cantato (quando presente) evanescente, all’insegna di un falsetto volto ad una malinconia singhiozzante, sovente con una funzione, da strumento aggiuntivo all’ensemble.

Il nuovo lavoro dei Pertegò è uno di quei dischi che finisce per ‘sfidare’ l’ascoltatore: al primo ascolto se ne sta lì, tranquillo, quasi come fosse musica di sottofondo, ma in seguito comincia a svelare particolari e pieghe nascoste, stimolando la curiosità per il dettaglio. Emotività intensa e cura tecnica per un disco che affascina.

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