LA SEDIA DELLA FELICITA’

Una serie di coincidenze porta un’estetista (Isabella Ragonese) e un disegnatore di tatuaggi (Valerio Mastandrea) alla ricerca di un ‘tesoro’ in gioielli, nascosto nella sedia del titolo; a loro lungo la strada si unirà un improbabile prete (Giuseppe Battiston), in una ricerca che alla fine, dopo un susseguirsi di incontri con una variegata umanità, se  non li renderà ricchi, sarà quanto meno servita a far trovare loro l’amore…

L’ultimo film di Carlo Mazzacurati, mancato poco dopo la fine della lavorazione: banale dirlo, ma alla fine questo film sembra un po’ una ‘summa’, la fotografia finale di quel nordest da sempre al centro del cinema del regista: un nordest che – continuando a voler essere scontati – finisce per rappresentare un po’ tutta l’Italia dei tempi attuali: un’Italia in cui gli italiani si ‘arrangiano’ (viene quasi da pensare che il personaggio della Ragonese sia lo stesso di “Tutta la vita davanti” di Virzì, a qualche anno di distanza), magari sotterrando le proprie aspirazioni, o dando seguito alle stesse in lavori all’insegna della precarietà… per poi sperare in una ‘svolta’, rappresentata dalla fortuna, attesa come improvvisamente piovuta dal cielo o cercata spasmodicamente attraverso le slot machine… Gli unici che sembrano ancora lavorare, disposti al sacrificio, sono gli immigrati, che peraltro non si accontentano più di fare da ‘bassa manovalanza’, ma divengono essi stessi imprenditori, proprio in quel nordest tanto decantato dove però gli italiani si imbarcano in attività improbabili, mentre lo spirito imprenditoriale sembra progressivamente passare ai cinesi e agli indiani.

Non che “La sedia della felicità” sia un saggio sociologico, anzi: Mazzacurati ha come al solito il pregio di proporre, o suscitare, determinate riflessioni con discrezione, incasellandole in una storia che, stavolta, è svolta all’insegna dei moduli sia della classica ‘commedia all’italiana’, con la ‘banda’ di personaggi che si trovano insieme, sia dell’on the road all’americana… Il risultato è un film fondato più sulle situazioni che sull’introspezione e più sulle comparse che sui personaggi principali: si ride, di gusto, trovandosi di volta di fronte ad Antonio Albanese, Raul Cremona, Natalino Balasso, Milena Vukotic, Marco Marzocca, Roberto Citran,  Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio: giunti qui per quella, che, col senno di poi, appare una sorta di celebrazione di Mazzacurati, una festa di quelle organizzate ‘finché si è in tempo’… e alla fine, si ride per le situazioni, spesso esilaranti, generate nel corso del film, mentre i tre personaggi principali alla fine sono di fronte quasi ad un lavoro di ordinaria amministrazione.

Il film funziona ed è efficace: riesce nell’impresa di far dimenticare la totale inconsistenza di Valerio Mastandrea, mentre Battiston come al solito si affida alla sua espressività un filo stralunata e vagamente folle ed alla corporeità debordante e leggermente goffa;  completa il trio una luminosa Isabella Ragonese, nella sua bellezza così ordinaria e per questo ancor di più disarmante.

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2 responses to this post.

  1. Mi sono divertito moltissimo durante la visione, poi a mio avviso la Ragonese è bellissima, di una bellezza elegante e “vera”. Di solito mi sciolgo quando le protagoniste dei film sono così 😉

    Grande Mazzacurati, un bel modo di salutarci !

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