Archive for ottobre 2013

IL TRISTE Y SOLITARIO FINAL DI MARIO MONTI

La realtà è che davanti a SuperMario dall’Annunziata (visto con un occhio aperto e uno chiuso, quel programma su di me sortisce un effetto soporifero disarmante), non si sapeva se ridere, piangere, provare compassione o semplice rabbia. Veniva da chiedersi: “ma ci fa o ci è”? A dircela tutta, ciò che più lascia basiti è questo suo improvviso ‘cadere dal pero’, l’apparente accorgersi in maniera improvvisa che una buona parte dei suoi ‘compagni di strada’ stessero con lui in modo del tutto opportunista, mirando a ben altro che non a portare avanti quell’esperimento, già di per se discutibile, bizzarro e fuori da ogni logica, battezzato “Scelta Civica”. Quasi un ossimoro, peraltro: la “Scelta Civica” quale sarebbe? Quella di spolpare le tasche degli italiani a suon di rigore, tasse e ‘stabilità’ (tutti elementi peraltro volentieri ereditati dal Governo di Enrico ‘si, è il nipote’ Letta)? Insomma, la ‘Scelta Civica’ è quella del metodo che molti hanno sottolineato: operazione perfettamente riuscita… il paziente è morto, ma capita, cosa volete che sia, dettagli.

Cominciamo col dire che Monti ha commesso errori su errori, e non solo col suo Governo: poteva diventare realmente il capo dei conservatori italiani, ha preferito dirigere un partitello di serie C qualunque; poteva arrivare al Quirinale, ha preferito approdare sulle pagine dei giornali o nello studio di Lucia Annunziata come un politico qualunque… Pensava, presentandosi alle elezioni, che gli italiani gli dessero gli stessi riconoscimenti dei ‘compagnucci della parrocchietta’ di Bruxelles; riteneva che improvvisamente Casini, da ‘una vita da voltagabbana’ si trasformasse nel più fedele degli alleati; immaginava che Mauro, ex esponente di primo piano del Popolo delle Libertà nel Parlamento Europeo, archiviasse definitivamente quell’esperienza… dai, diciamolo tutti in coro: ma ci fa o ci è? E soprattutto: ma dice sul serio o ci prende per il c…?  E adesso? Dopo essere stato snobbato alle elezioni (eccetto che da quel 4 per cento di italiani che durante la crisi si è arricchito e che sperava in un Monti al Governo vita natural durante), Monti si è dovuto accontentare di un ruolo marginale nel sostegno del Governo Letta-Alfano-Napolitano, venendo interpellato mai o quasi, tanto l’Esecutivo se c’è Scelta Civica o meno, campa uguale… e adesso davanti alle prevedibili, scontate, mosse di Casini, Mauro e compagnia, che fa? Fa l’offeso… come quei ragazzini che vengono chiamati a giocare solo perché hanno il pallone ‘figo’ ma che poi, progressivamente, vengono messi ai margini, e finiscono per essere quelli che ‘se il pallone va nel fosso, tu corri a recuperarlo’, correndo poi a piangere da ‘mamma Annunziata’…

Che fine misera, che squallido finale… e quello che ha fatto più rabbia, ieri, è sentire Mario Monti per l’ennesima volta snocciolare la leggenda urbana secondo cui tutti gli sono grati a Bruxelles perché ha salvato l’Italia e l’Europa… ora, a Bruxelles gli sono grati, certo, ma per altro: perché la cura Monti non ha fatto altro che peggiorare le condizioni dell’Italia, condannata alla stessa marginalità di altri Paesi del sud Europa: Portogallo, Spagna, la Grecia, naturalmente (a proposito: l’Italia non rischiava di ‘finire come la Grecia’: la Grecia ha 10 milioni di abitanti, l’Italia oltre 60 milioni…). Non è un caso che gli ‘amici’ tedeschi, olandesi e compagnia bella abbiano applaudito Monti… ma il fatto che l’Italia sia il principale competitor della Germania vi dice niente sul fatto che i tedeschi siano stati ben contenti della politica delle bastonate portata avanti da Monti??? I Paesi del Nord Europa sono stati ben contenti di vedere imposta la loro ricetta di gretta austerità agli ‘amici’ del sud… Insomma, diciamocela tutta: le condizioni disastrate di Portogallo, Grecia, Spagna e Italia hanno fatto comodo a molti… E l’unica nazione disastrata che ha mandato a quel Paese tutto il ‘sistema’, ossia l’Islanda, alla fine è l’unico che adesso può dire: ‘noi abbiamo vinto’… tanto di cappello.

E insomma, tornando a Monti e per concludere, che magra figura: condannato a lanciare i suoi peana da un programma del primo pomeriggio domenicale, quando la gente dorme, pensa alle partite o fa altro… che giunge perfino a una livorosa accusa a Daria Bignardi per la storia del cane… anche lì: ma è Daria Bignardi, ma che t’aspetti? Se non vuoi ‘essere messo in mezzo’, a quel programma manco ci vai… che tristezza, e pensare che questo ha governato l’Italia, nella concordia più totale (la stessa peraltro che caratterizza il Governo Letta, e questo, temo, dovrebbe dirci molto), mette ancora più rabbia.

P.S. A proposito: ma siamo sicuri che Dudù, il cane di Berlusconi, non sia proprio lo stesso che ai tempi la Bignardi rifilò a Monti?

MA CHE COS’E’ QUESTO ‘POPULISMO’?

Credo sia il caso di domandarselo, se non altro perché negli ultimi decenni, quella di ‘populismo’ è stata un’accusa lanciata a destra e manca… spesso, mi viene da pensare, in maniere del tutto strumentale, volta in un certo senso a ‘depotenziare’ certe proposte… I lettori più attenti avranno già indovinato dove voglio andare a parare, ma, MoVimento Cinque Stelle a parte, secondo me il problema si pone a priori. La mia sensazione, esulando per un attimo dai casi specifici, è che negli ultimi anni qualsiasi proposta che sia stata anche solo di poco ‘fuori’ da certi ‘canoni’, sia stata sbrigativamente, con tanta disonestà intellettuale e in perfetta malafede, bollata di populismo; si taglia la testa al toro, insomma: appena qualcuno si alza ed esclama che ‘il re è nudo’, lo si taccia di populismo per evitare di scendere nel merito delle questioni. Guarda caso poi, l’accusa di populismo viene sempre dalla stessa parte: mi perdonino i simpatizzanti e gli elettori del PD, ma è un dato di fatto che è proprio questo, assieme ai suoi predecessori, ad aver usato più spesso il termine ‘populismo’ per derubricare, fin troppo sbrigativamente, le proposte altrui; spesso, aggiungo e ribadisco, proprio per non scendere nel merito delle questioni e magari nascondere la propria mancanza di idee…

Negli ultimi vent’anni, dal PDS al PD, sono stati di volta in volta definiti populisti Berlusconi, la ‘sinistra radicale’, il MoVimento Cinque Stelle… come si vede, senza distinzioni, tra destra e sinistra… Secondo me col tempo si è confuso, ovviamente in modo voluto ‘popolare’ con ‘populismo’: col tempo, qualsiasi proposta che risultasse gradita al ‘popolo’ è stata bollata come ‘populista’. Eppure, ma il dovere dei partiti politici non dovrebbe proprio essere quello di proporre proposte che ‘facciano piacere’ al popolo?  Insomma, a questo punto dovremmo affermare che persino Obama sia ‘populista’ quando propone una riforma sanitaria assai costosa, rischiosa per le casse pubbliche, ma in fondo giusta perché offre garanzie a una parte della popolazione che ne è priva… poi è chiaro che dopo la proposta c’è la realizzazione concreta, è lì come si dice ‘casca l’asino’, si capisce se una parte politica è in grado o meno di dare seguito alle proprie proposte… e sotto questo profilo, negli ultimi vent’anni, non abbiamo visto grandi cose; guardiamo solo all’attuale Governo: sia PDL che PD avevano giurato e spergiurato che avrebbero portato a termine almeno due provvedimenti immediati: la legge elettorale e la riforma del finanziamento pubblico dei partiti; di nuova legge elettorale, nemmeno l’ombra; la riforma del finanziamento pubblico si sta rivelando un’autentica presa per i fondelli; mi pare quindi che, a prescindere dal ‘populismo’ o meno delle proposte, poi alla fine il punto sia la loro effettiva realizzazione: banalmente, è la democrazia.

Ma poi, mi chiedo: c’è veramente qualcosa di male, nel fare proposte populiste, ossia gradite al popolo? C’è veramente qualcosa di antidemocratico, in questo? O forse per essere lodati per la serietà delle proposte, basta presentare provvedimenti che siano innanzitutto graditi a organizzazioni internazionali non democraticamente elette (Banca Mondiale, FMI, Commissione Europea), o alle varie conventicole che prosperano in Italia? Qual è il senso della democrazia: farsi eleggere per far star meglio la generalità popolazione o per far star meglio solo alcuni? E ancora: ma le proposte serie e ‘rigorose’ portano veramente benefici? Prendiamo l’ultimo caso  (escluso Letta, ancora in carica): di ‘Governo serio e non populista’: Mario Monti è senz’altro l’ultimo a poter essere accusato di populismo, anzi tutto il contrario: per lui parlano i dati elettorali (a proposito: che fine ingloriosa, quella di Mario Monti e Scelta Civica); il Governo Monti ha approvato provvedimenti del tutto invisi al popolo, da esso accettati con fin troppa acquiescenza; i risultati? Deleteri, a partire da un aggravamento mostruoso della recessione, l’aumento della disoccupazione, il calo dei consumi, dei redditi e delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, l’ulteriore arricchimento della porzione già più benestante. Allora? Come la mettiamo? Se questi sono i risultati della ‘politica seria non populista’, ha senso chiedersi se quella realmente ‘populista’  – o ‘popolare’ – non sia migliore. Almeno i ‘populisti’ vanno al Governo in forza di una reale legittimazione democratica, non come Monti che al Governo ci è andato in forza delle pressioni di un Governo straniero (quello tedesco) e delle organizzazioni internazionali non elette da nessuno; poniamoci la domanda: è meglio abdicare alla democrazia pur di aver un Governo ‘serio e responsabile’, che poi peggiora, come si è visto, la situazione, o tenersi il ‘populismo’, ma prodotto da un processo autenticamente democratico?

Al di là della filosofia politica, la domanda di fondo resta: perché proposte autenticamente ‘popolari’ e gradite alla maggioranza della popolazione, vengono archiviate come ‘populismo’, a causa magari del fatto che la loro applicazione concreta darebbe fastidio a qualche consorteria, conventicola, gruppetto, che in Italia fa il bello e il cattivo tempo solo in forza della propria influenza sulla politica, fondamentalmente basata sui soldi? Dire ‘abbassiamo le tasse’ è populismo? Dire ‘mi dispiace, ma le tasse aumenteranno’ (come ad esempio pare avverrà nel Lazio e Roma) è ‘responsabile’. Proporre una visione alternativa, come fa il MoVimento Cinque Stelle (che poi alla fin fine alternativo lo è fino a un certo punto, visto che il 75 per cento del suo programma alle elezioni corrispondeva a quello di PDL, PD e Scelta Civica) è populista, mentre dire ‘restiamo come stiamo’, continuando con la politica di una tassazione abnorme, del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali, della legge elettorale che così com’è sta benissimo a tutti, e l’elenco potrebbe proseguire, invece è ‘serio e e responsabile’? Ancora: se Grillo dice ‘aboliamo il finannziamento pubblico’ è populista, se lo dicono Renzi o Brunetta ‘bene, bravi, bis’? C’è troppa confusione, in giro; troppa malafede e troppa disonestà intellettuale. Bollare qualsia proposta volta a modificare lo status quo come ‘populista’ è troppo facile e in fondo, offensivo nei confronti dell’intelligenza delle persone.

GALAPAGHOST, “DANDELION” (LADY LOVELY /AUDIOGLOBE)

In tempi di globalizzazione ormai radicata anche in campo musicale, che un cantautore americano esca per un’etichetta italiana non dovrebbe sembrare poi tanto insolito, anche se forse a dire il vero ci si aspetterebbe piuttosto il contrario.

Nonostante questo, l’idea di un cantautore nato a Woodstock e trasferitosi poi in Texas che finisce per pubblicare i propri dischi per una piccola casa discografica torinese ha un suo fascino: è il caso di Casey Chandler alias Galapghost, in cui un paio d’anni fa si è imbattuto Ru Catania (Africa Unite), decidendo di produrre il suo esordio, accompagnandolo poi nel tour successivo; ai due nell’occasione si aggiunge Federico Puttilli (Nadàr Solo).

La collaborazione a tre si rivela proficua e si decide di darle un seguito in questo Dandelion: undici brani, due dei quali scritti a quattro mani da Chandler assieme allo stesso Puttilli, all’insegna di un cantautorato decisamente folk, come si conviene in questi casi, sospeso tra il rispetto per la tradizione e uno sguardo decisamente rivolto al presente, con le tipiche sfumature ‘alternative’ che hanno caratterizzato il genere negli ultimi anni.

Un lavoro sospeso tra pezzi più ‘canonici’ e momenti in cui ci si affaccia volentieri in altri a cominciare dall’incipit Rosie, in cui ritroviamo echi dub; climi a cavallo tra un tiepido sole e momenti più volti al crepuscolo, spazio a qualche ardore elettrico e parentesi quasi pop, in un disco che vive i suoi momenti migliori allorché la voce di Chandler è accompagnata da quella femminile di Giovanna Rostagno, in riusciti episodi che ricordano, con tutti i dovuti distinguo, certi collettivi ‘indie’ di origine soprattutto canadese.

Chandler si occupa di gran parte degli strumenti, accompagnato, oltre che da Catania e Puttilli, da Mattia Barbieri alla batteria.  La chitarra, nelle sue varie ‘vesti’ (elettrica, acustica, steel, fino all’ukulele) la fa da padrone, accompagnata, oltre che dalla sezione ritmica, da piano, synth assortiti, glockenspiel, armonica, a offrire in alcuni capitoli un effetto di ariosa e coinvolgente orchestralità, per un disco con testi per lo più volti al sentimentale. Breve (durata di poco superiore alla mezz’ora), ma intenso.

NOBEL 2013 – ECONOMIA: GENE FAMA, BOB SHILLER, LARS PETER HANSEN

Con colpevole ritardo pubblico la notizia del Nobel per l’Economia… e si, che avendo studiato economia, mi dovrebbe interessare più degli altri… invece me lo scorso, molto più attratto dagli altri… ho proprio azzeccato tutto, nella vita!!!

Riprendo da LaStampa.it

Un premio Nobel per l’economia tutto americano che premia due volte l’Università di Chicago, tempio del liberismo. E che per il secondo anno consecutivo ruota attorno ai mercati. Ma, soprattutto, la scelta dell’Accademia reale di Svezia di quest’anno fa rumore perché mette accanto nomi, e teorie, in apparente contraddizione.

Gene Fama, dell’Università di Chicago, è il padre della teoria dell’efficienza dei mercati. Mentre Bob Shiller, accademico di Yale, che condivide il Nobel con lui e con Lars Peter Hansen, è noto soprattutto per essere stato il principale critico di quella teoria: il suo libro del 2000 `Esuberanza irrazionale´ avvertì per tempo, e a ragione, della bolla delle dotcom che stava per esplodere. La risposta all’apparente, o reale, contraddizione, la dà la stessa accademia a Stoccolma: i tre «hanno sviluppato nuovi metodi per studiare i prezzi e i valori dei titoli», metodi che sono diventati «uno strumento di base nella ricerca accademica» oltre che nella pratica professionale di analisti, gestori, trader.

Dopo gli anni della crisi negli Usa, con Wall Street in rally da mesi e la crisi dei subprime e Lehman Brothers ormai archiviate, i mercati tornano a farla da padroni. Quasi inevitabile – default americano permettendo – che il Nobel vada a tre americani (anche Hansen è accademico a Chicago) con l’Europa ancora nelle secche della crisi delle banche e dei debiti pubblici. Meno scontato che a Stoccolma si torni a premiare, come lo scorso anno, degli studiosi del funzionamento di quegli stessi strumenti finanziari che con l’assegnazione all’economista e polemista di sinistra Paul Krugman, nell’annus horribilis 2008, si era quasi voluto simbolicamente punire. In molti avrebbero preferito un Nobel che guardasse alle politiche economiche, alle istituzioni, alla disciplina che deve fare da guardiano dei mercati.

La scelta dell’accademia svedese fa discutere: l’ipotesi dei mercati efficienti, che in forma estrema implica che i prezzi siano sempre giusti, è stata smentita dalla storia. E c’è chi parla di una scelta opportunistica, per risarcire Fama del premio che la prudenza politica, in quell’ottobre reso incandescente dal tracollo di Lehman cinque anni fa, consigliò all’ultimo momento di conferire a Krugman. Il segnale che arriva con il Nobel 2013 è forse per un ritorno alla razionalità e alla mente fredda accademica, dopo gli anatemi di mezzo mondo contro quegli stessi mercati su cui in fondo si finanziano banche, imprese e Stati sovrani e su cui devono ragionare ogni giorno i fondi pensione cercando di non fare passi falsi. In fondo le ipotesi di Fama sui mercati efficienti hanno dato una piattaforma indispensabile non solo a hedge fund e speculatori, ma anche a chi gestisce i soldi degli altri con un occhio al lungo termine. Forse proprio l’aver conferito il Nobel anche a Shiller, che con i suoi studi `comportamentali´ aveva avvertito già nel 2005 della bomba ad orologeria che covava nel boom immobiliare, serve a stemperare la critica che si può rimproverare a Stoccolma, così come il premio ai metodi statistici di Hansen che hanno aiutato a mettere alla prova le teorie razionali.

EDOARDO CREMONESE, “SIAMO IL REMIX DEI NOSTRI GENITORI” (LIBELLULA DISCHI / SOVIET STUDIO)

Terzo lavoro da studio – e secondo sulla lunga distanza – per Edoardo Cremonese, padovano di nascita, ma trapiantato ormai da qualche anno in quel di Milano.

“Siamo il remix dei nostri genitori” è una galleria di personaggi e situazioni, un disco ‘generazionale’ (ma solo in parte), che procede tra presente e passato, miti adolescenziali e nevrosi moderne, gettando uno sguardo disincanto – a tratti vagamente melancolico – sul ‘mondo che gira’ intorno. Da Samuele, incapace di trovare una sua ‘strada’, al ‘Re nudo’ che a Palermo non scandalizza, ma “a Milano si vergogna e si veste per Bene”, passando per Danilo che per troppo amore vive sul fragile confine tra una passione esasperata e il vero stalkeraggio, c’è nel disco un gusto per la creazione dei personaggi che a tratti ricorda Gaber e Jannacci, in una rievocazione rafforzata dalla citazione esplicita dei due in “Super-noi”.

Lungo i tredici brani del disco si snoda un immaginario che mescola Pantani e i Duran Duran degli anni ’80 rimpianti perché mai vissuti, la strage di Bologna, simbolo – esasperato – del ‘movimentismo’ di allora di fronte all’apparente ignavia dei tempi attuali, il Bagaglino (metafora del ‘riderci su’ di fronte a una situazione che non incoraggia all’ottimismo) e Renato Pozzetto (col suo “Ragazzo di campagna”, simbolo attualizzato di chi dalla provincia si muove verso la grande città), fino a Pantani, Ciprì e Maresco, Falcone e Borsellino.

Un disco denso di immagini e suggestioni, declinati in suoni spesso all’insegna di un pop leggero, a tratti ammiccante, ma mai spudoratamente piacione, che non si nega qualche episodi più squisitamente elettrici, frutto anche della band di tre elementi che afficanca l’autore.

Edoardo Cremonese sembra insomma rappresentare la via più ironica e disincantata al nuovo cantautorato italiano, fin troppo all’insegna di umori neri e depressivi e non è un caso se tra le varie ‘comparse’ del disco, c’è anche quel Niccolò Carnesi che lo scorso anno aveva mostrato un’attitudine molto simile nel suo “Gli eroi non escono il sabato”.

RUSH

Niki Lauda e James Hunt: avversari in pista fin dai tempi della F3, nel segno di un duello che raggiungerà il suo apice sui circuiti della Formula 1, culminando nel Campionato del Mondo 1976, col drammatico incidente occorso al pilota austriaco.

Banalmente, si potrebbe dire, il sole e la luna: incostante, genialoide, amante della bella vita e delle belle donne e più o meno incurante del rischio il primo; perfezionista, taciturno, ombroso e poco disposto ai bagordi il secondo… eppure alla fine, complice l’incidente, i due finiranno per avvicinarsi, ammettendo come al di sotto della reciproca antipatia vi siano altrettanti rispetto e ammirazione.

Letta così sembrerebbe una vicenda perfino banale, un concetto tante altre volte portato sul grande schermo… così, altrettanto banalmente, tutto finisce per dipendere dal ‘come’.
Lo sport al cinema è una brutta bestia: chiedete a qualsiasi appassionato, e vi risponderà che una partita di calcio al cinema non ha un briciolo del pathos di un match reale; lo stesso dicasi di altre discipline finite spesso sul grande schermo, una per tutte: il pugilato. Ebbene, “Rush” sotto questo profilo è un film formidabile, fenomenale: nel suo genere forse per una volta non è poi così sbagliato parlare di capolavoro; al di là della trama, della vicenda, delle interpretazioni a stupire, tenendo incollati sulla sedia, è l’efficacia riproduzione offerta di macchine e gare, la tensione della partenza, i duelli in pista, le soggettive dall’interno degli abitacoli, gli incidenti: il risultato è efficacissimo, si resta lì, ammirati, di fronte alla disarmante perfezione della messa in scena.
Tutto questo ad accompagnare una vicenda che nella sua seconda parte, quando segue il rientro di Lauda dal tremendo incidente del Nurgburgring, vede accrescere quei tratti epici che già aveva provveduto a conferirgli la colonna sonora firmata Hans Zimmer, nel suo consueto stile di iprebolica altisonanza.

La storia, che accelera progressivamente il ritmo, riesce a ritagliare momenti di tranquillità e riflessione tra le adrenaliniche sequenze di gara: le interpretano con efficacia un Daniel Bruhl incredibile nella somiglianza a Lauda e un Chris Hemsworth che comincia a mostrare di saper fare qualcosa in più oltre che brandire il martello di Thor; li affiancano con efficacia, pur non andando oltre il compito assegnato loro di ‘spalle femminili’ Olivia Wilde e Alexandra Maria Lara, in un cast in cui riesce ad infilarsi anche il nostro Pierfrancesco Favino – nel ruolo di Clay Regazzoni – che dopo la partecipazione a World War Zombie si conferma come il ‘volto italiano da blockbuster’.
Rush non mancherà di ingolosire gli appassionati del genere, che avranno il gusto della scoperta del dettaglio (le piccole apparizioni riservate a Ferrari e l’allora giovane Montezemolo, piuttosto che la mitica Tyrrell a sei ruote), ma il suo maggior pregio è probabilmente quello di risultare avvincente anche per chi di corse ne mastica poco e puntualmente davanti ad un Gran Premio finisce per annoiarsi.

NOBEL 2013 – PACE: OPAC

Vabbè, altro Nobel stra – annunciato…  nessuna critica alla meritorietà dell’organizzazione… ancora però qualcuno deve spiegarci bene come mai, ad esempio nel caso siriano, un migliaio di morti per le armi chimiche dovrebbe ‘pesare’ più delle centinaia di migliaia causati da quelle convenzionali…

Riporto, come al solito, da La Stampa.it

L’accademia di Oslo ha assegnato il Nobel per la pace 2013 all’Opac, l’organizzazione per il divieto delle armi chimiche attualmente impegnata nello smantellamento dell’arsenale chimico siriano.

«Grazie al lavoro dell’Opac l’uso delle armi chimiche è un tabù» spiega il Comitato per il Nobel nelle motivazioni dell’assegnazione all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche del Nobel per la pace 2013. «Quanto accaduto in Siria, dove sono state usate queste armi, riporta in primo piano la necessità di incrementare gli sforzi per eliminare questi armamenti», recitano ancora le motivazioni.

W VERDI!!!!

Visto che in questi giorni si festeggia 200° anniversario della nascita, mi unisco volentieri anch’io…

 

 

NOBEL 2013 – LETTERATURA: ALICE MUNRO

Come ho già scritto in altre occasioni, il Nobel per Letteratura è ‘naturalmente’ quello a cui mi sento più vicino… non che mi consideri un ‘letterato’, ma da semplice appassionato ‘del leggere’, l’assegnazione di questo Nobel mi ha sempre incuriosito: figuriamoci quando, come in questa occasione, il Premio va ad una scrittrice della quale ho letto qualcosa, apprezzandola molto, peraltro.

L’assegnazione del Nobel per la Letteratura alla canadese Alice Munro è, da un certo punto di vista, la vittoria dei ‘lettori normali’, basti pensare che le sue opere le si trova in maniera molto agevole, nelle edizioni economiche della Einaudi. Spesso il Nobel viene assegnato a intellettuali dissidenti, provenienti da zone ‘difficili’ del pianeta o, per altro verso, a intellettuali di livello, magari conosciuti da pochi… Non dico che il Nobel dovrebbe essere un premio alla ‘popolarità’, per quanto ho l’impressione che spesso, proprio l’essere ‘popolari’ abbia sbarrato le porte del premio a chi magari l’avrebbe meritato (penso ad esempio ad Isaac Asimov o Ray Bradbury, autentici inventori di un genere e mi chiedo se sarebbe stato così scandaloso premiare Charles Shultz, inventore dei Penauts), tuttavia, quando il Nobel va ad un autore che, insomma, si può definire ‘popolare’, il Premio finisce di avere quell’aura da ‘pochi eletti’ per assurgere veramente  a riconoscimento allo status raggiunto nella letteratura mondiale.

E insomma, il fatto di avere in casa un libro della Munro – esatto, solo uno, mi sono sempre ripromesso di approfondire, ma non ho trovato il tempo – questo riconoscimento mi fa piacere e mi inorgoglisce anche un pò… e per festeggiare in modo anche un pò referenziale, incollo qui sotto la recensione che a suo tempo (fine gennaio 2007) scrissi di

“NEMICO,  AMICO, AMANTE”

Nell’acquisto di un libro (e, in misura minore, di un disco o di un dvd) ho sempre fatto poco caso alle recensioni. Certo, mi capita più spesso di leggere critiche di musica o film, e quando ne compro so già più o meno di cosa si tratta.
Ciò non avviene ad esempio nel caso della musica classica contemporanea, dove in genere mi faccio guidare da titoli o copertine. Lo stesso metodo uso, quasi sempre, per i libri.
Un titolo e una copertina possono essere un fattore determinante, poi certo ci sono le righe di presentazione in quarta di copertina che possono confermare la mia attenzione, o farla cadere di botto.
Per la raccolta “Nemico, Amico, Amante…” della scrittrice canadese Alice Munro è successo così: insomma la copertina, con questa splendida ragazza, fotografata di profilo, appoggiata ad un davanzale ma con lo sguardo verso l’obbiettivo, come se il fotografo l’avesse improvvisamente distolta dai suoi pensieri, mi ha letteralmente fulminato.
Nelle note sul retro apprendo che si tratta di una raccolta di nove racconti di media lunghezza, la formula che preferisco quando devo approcciare un autore che non conosco.
Devo dire col senno di poi che le attese non sono state deluse. Le protagoniste dei racconti della Munro sono tutti invariabilmente  femminili, ma ciò non vuol dire che la Munro sia un autrice ‘per sole donne’, anzi. Forse questi racconti faremmo meglio bene a leggerli soprattutto noi uomini. Non perché ci rivelino  chissà quale realtà sull’universo femminile (ancora ben al di là di essere compreso), ma perché, non so… c’è qualcosa nelle reazioni, nei comportamenti dei personaggi della Munro, che dopo aver letto questi racconti lascia l’impressione di aver capito qualcosa, qualche sottigliezza, qualche elemento di contorno ma che fa comunque parte del ‘quadro generale’. Sarà forse che questi racconti restano sempre ‘in sospeso’: non ci sono mutamenti radicali, solo spostamenti impercettibili, piccoli eventi che non cambiano il quadro generale, ma ci dicono qualcosa delle protagoniste.

In questa mancanza di sconvolgimenti, la dimensione minima di  questi eventi, spesso amori o tradimenti sul punto di sbocciare ma  che non esplodono mai, raccontati nel loro primissimo nascere o  nel loro fugace consumarsi, sta il bello di questi racconti della Munro. E’ come se le sollevasse per un attimo un velo sopra vicende quotidiane fatte di sogni, speranze, aspirazioni, malattia, morte,  o semplicemente vita e basta , fornendoci solo qualche coordinata essenziale per inquadrare la situazione, per poi nuovamente abbassarlo, lasciando al lettore la fantasia di proseguirli.  Ne esce questa piccola selezione, una galleria di vite, a volte  guidate dalla forza di volontà, ma molto più frequentemente dalla
sola forza del ‘Caso’, una serie di donne quasi mai padrone della loro vita, ma quasi in balia degli eventi, dai quali però riescono sempre a trarre il meglio, anche nelle situazioni peggiori.
Ecco, oltre alla concretezza dei personaggi e delle situazioni, è che questi si concludono invariabilmente con un’aura di speranza: non è un’ingenuità sterile, è più una sorta di ‘visione positiva’, come se anche nei momenti più bui e incerti in fondo la vita desse sempre un motivo di ottimismo.
Una bella scoperta, questa Alice Munro: da tempo un libro non mi coinvolgeva così.

NOBEL 2013 – CHIMICA: MARTIN KARPLUS, MICHAEL LEVITT, ARIEH WARSHEL

Riporto da La Stampa.it:

 

Assegnato a Martin Karplus, Michael Levitt e Arieh Warshel il premio Nobel per la Chimica 2013. La motivazione è la seguente: per i loro studi sullo sviluppo di modelli multiscala per i sistemi chimici complessi. Una vera e propria rivoluzione che ha investito molti campi del sapere. Il loro apporto ha consentito infatti di decodificare dettagli prima sconosciuti delle reazioni chimiche. Come?

Attraverso lo sviluppo di complessi modelli informatici capaci di simulare ciò che avviene nella realtà.

Prima dell’avvento della tecnologia, studiare i fini meccanismi di una reazione chimica era un processo lungo e laborioso. L’elaborazione di modelli capaci di prevederne l’andamento era estremamente difficile. Tutto era affidato alla costruzione di modelli in tre dimensioni. Vere e proprie strutture di plastica che ancora oggi vengono usate a fini didattici nelle lezioni universitarie di chimica. E’ facile intuire che questi modelli potevano andare bene per molecole molto piccole. Cosa fare invece per quelle molto più complesse?

La soluzione è arrivata grazie ai tre Nobel. A loro il merito di aver sviluppato, a partire dagli anni ’70, un modello computerizzato capace di prevedere la struttura di molecole complesse e la loro capacità di interazione con altre. Una vera rivoluzione che ha cambiato radicalmente il modo di «fare chimica».

Conoscere ogni singolo anfratto di strutture complesse come le proteine, ad esempio, è di fondamentale importanza nella progettazione dei farmaci biologici. Grazie al modello sviluppato dai Nobel è nata la “target therapy”, una delle principali innovazioni terapeutiche di questo secolo. Cure attraverso le quali si vanno a colpire bersagli ben precisi. I risultati, soprattutto in campo oncologico, sono sotto gli occhi di tutti.

Oltre al campo biomedico, a beneficiare della scoperta dei Nobel è anche l’industria chimica. In particolare a giovarne è stato il settore delle energie rinnovabili. Conoscere le caratteristiche tridimensionali di alcune molecole presenti in natura ha permesso agli scienziati di svilupparne di analoghe molto più efficienti. La fabbricazione dei pannelli solari e solo uno degli esempi di maggior successo.

Tutto ciò è stato possibile conciliando la fisica classica e la meccanica quantistica. Un lavoro, durato decenni, che oggi sta permettendo ai chimici di tutto il mondo di utilizzare il computer come una provetta nella quale far avvenire le reazioni. Una rivoluzione premiata finalmente con il Nobel.