Archive for marzo 2013

VELVETNOJAZZ, “NON C’E’ 2 SENZA 5” (NEW MODEL LABEL)

Disco d’esordio per questo progetto capitanato dal chitarrista Romeo Velluto, accompagnato da Francesco Piras ai fiati, Vito Zeno al contrabbasso e Stefano Lecchi alla Batteria.

Dieci composizioni, interamente strumentali, frutto di due sessioni di registrazione, culmine di una più lungo cammino, fatto di una trentina di concerti e varie jam session.

Il nome dato al progetto appare essere solo in parte rivelatore dei contenuti e forse in parte fuorviante: “Non c’è 2 due senza 5” non è certo un disco ricco di spezie mediterranee o dedicato alla ‘musica del mondo’; piuttosto, si può parlare di un disco jazz nel senso più classico del termine, costruito sull’indubbia perizia tecnica dei musicisti e su una certa eleganza e compostezza formale: in questo senso probabilmente il ‘velluto’ inserito nel nome del gruppo appare la chiave interpretativa più azzeccata…

Intendiamoci, non che “Non c’è 2 senza 5” sia lavoro all’insegna del formalismo esasperato o di una sofisticatezza snob, fine a sé stessa e fredda: se vogliamo, mentre ai fiati (tromba e flicorno) è affidato il compito di mantenere dritta la barra, alle chitarra è spesso lasciata un maggiore elemento di ‘caratterizzazione’, con tessiture che spesso sembrano flirtare con sonorità ‘altre’, con esiti che riportano di volta in volta suggestioni folk, ‘indie’, a tratti sperimentali, mentre la sezione ritmica compie il consueto lavoro di ‘sostegno’, ma anche di ulteriore coloritura dei brani, in particolare grazie alle calde note sprigionate dal basso.

“Non c’è 2 senza 5” appare insomma un disco fondato sul riuscito equilibrio tra classicità e modernità, probabilmente pienamente godibile soprattutto dagli appassionati, ma che si propone volentieri anche ad un pubblico che frequenti meno assiduamente i territori jazz.

 

HABEMUS BERGOGLIO

Un nome ignorato puntualmente dai media, tanto da essere accolto con un silenzio tra il perplesso e il deluso da parte della Piazza; ma poi a ben vedere l’ultima volta era stato il secondo più votato dopo Ratzinger, e c’è chi suggerisce che avesse addirittura fatto un passo indietro,  chiedendo di non farsi votare.

Non è un italiano come Scola, ma ha il cognome italiano;  non è un europeo, ma nemmeno uno statunitense; non è un Papa ‘di frontiera’, africano  o asiatico, ma viene da un continente pieno di problemi, ma profondamente cattolico.

Non è un francescano come O’Malley, ma si è comunque dato nome Francesco; non è un giovane, e questo è forse il dato che lascia più perplessi: non si capisce bene se si sia voluto scegliere un Papa ‘di esperienza’, che conosce certi ‘meccanismi’ e sa dove intervenire senza sconvolgere tutto, anziché un giovane battagliero, e se piuttosto la scelta di un ‘nome consolidato’ sia il risultato di un compromesso, di un virare verso un altro nome in mancanza di accordo tra gli eventuali vari schieramenti all’interno del Conclave.

Si è presentato in maniera timida, discreta, dando quasi l’impressione di scusarsi: ha chiesto al ‘popolo’ di pregare per lui, ed ha abbassato il capo di fronte alla folla, quasi in un atto di sottomissione di fronte al gregge.

Di lui si dice che giri abitualmente a piedi o sui mezzi pubblici, è risaputo sia tifoso della squadra del San Lorenzo e a poche ore dall’elezione gli piovono già accuse di collusione con la dittatura argentina.

In tutti i casi, una grande sorpresa… o forse no: a ben vedere il suo nome ce l’avevamo tutti davanti agli occhi, abbiamo preferito farci affascinare da altre personalità.

In tutti i casi, il fatto che abbia scelto come nome Francesco, primo Papa a usare questo nome (e primo gesuita a diventare capo della Chiesa cattolica), è fortemente simbolico e programmatico: è un impegno enorme e un carico gravosissimo, perché è la promessa  e la speranza di una Chiesa che guardi con maggiore insistenza agli ultimi, se necessario spogliandosi di ogni inutile orpello: e se pensiamo a tutti gli intrighi, le trame, gli scandali degli ultimi tempi, è un compito improbo: gli auguro con tutto il cuore di riuscirlo ad adempiere…

CONCLAVE

C’è di buono che adesso per qualche giorno le questioni politiche passeranno in secondo piano e tutta l’attenzione si sposterà sul famoso ‘comignolo’ della Cappella Sistina, sul Conclave, sull’elezione del Papa e sulle sue prime parole.

A ben vedere, in un mondo in perenne evoluzione, il Conclave è uno dei pochi ‘riti’ che rimasti praticamente uguali a sé stessi, e questo è in una certa misura rassicurante:  ho sempre pensato che chi si definisce ‘progressista’, paradossalmente sappia apprezzare certi ‘punti fermi’ molto più dei cosiddetti ‘conservatori’, forse perché l’attitudine di questi ultimi a non cambiare mai nulla, a lasciare sempre tutto così com’è alla fine si traduce non tanto nel ‘rispetto delle tradizioni’, quanto in un’abitudinarietà fine a sé stessa… Una società che sia volta al ‘progresso’ è sicuramente auspicabile, ma credo che debbano restare delle ‘travi di sostegno’: per questo il Conclave, nella sua plurisecolare immutabilità, mi affascina; sembrerò fissato (è un mio pallino, lo ammetto), ma vivaddio la lenta salmodia intonata dai cardinali lungo il loro percorso verso la Sistina, non è ancora stata ‘contaminata’, dall’accompagnamento di qualche chitarra strimpellata alla come viene… Pensateci: le scene che vedremo domani, la processione dei cardinali, l’extra omnes, etc… fanno parte di un ‘rito’ che si ripete più o meno sempre allo stesso modo da secoli: è quasi come aprire una porta sul passato (vabbè, sta battuta sa molto di Alberto Angela…).  Forse dipende dal fatto che in fondo per la mia generazione il Conclave è qualcosa che si è visto poco: insomma, nel 1978, il famoso ‘anno dei tre Papi e dei due Conclavi’ io avevo quattro anni, ricordo poco o nulla… Lo stesso discorso dal balcone di Wojtyla lo ricordo per averlo visto decine di volte negli anni successivi, dell’evento in sé non conservo nulla… Poi, il pontificato ‘gigante’ di Giovani Paolo II e otto anni fa, il primo vero Conclave, con tutto il suo fascino… e domani, eccone un altro: quindi concedetemelo, non è che la preparazione del Conclave per me sia qualcosa di abituale… e poi pensateci: nel 2013, il pensiero della Capella Sistina rinserrata e del non sapere nulla di che cosa succede là dentro… ha un suo indubbio fascino, che infatti ha stimolato tanti registi, per lo più intenti a disegnare trame più o meno oscure, con l’eccezione di Moretti che nel suo “Habemus Papam” dipingeva la situazione in maniera molto più ‘umana’.

Sia come sia, ci siamo: a breve avremo il nuovo Papa; dubito già domani nel pomeriggio, sono molto più possibilista sulla mattinata di mercoledì; in tutti i casi, mi stupirei se si andasse oltre due – tre giorni: la ‘mossa’ di Ratzinger ha avuto tra le sue conseguenze quella di far ragionare fin da subito i cardinali sul suo successore; tutto stavolta è stato molto più riflessivo, ponderato, privo di quella sorta di ‘urgenza’, abbastanza consueta quando il Papa, più o meno improvvisamente, viene a mancare.

Finite le riflessioni ‘serie’, anche io mi butto volentieri nel divertente ‘gioco dei pronostici’, nel classico mescolarsi di ‘sacro e profano’, tipico di tutte queste situazioni… Come già è stato più volte osservato, il prossimo Papa dovrebbe essere sufficientemente ‘giovane’ da avere le forze per condurre saldamente le redini della Chiesa;  i cardinali europei e non italiani a quanto pare non vedrebbero di buon occhio un Papa di casa nostra (il più gettonato è l’arcivescovo di Milano Scola) , visti tutto quanto è venuto alla luce negli ultimi tempi: lotte intestine, trame oscure e affari non troppo trasparenti che sembrano tutti legati da lotte tra ‘sfere d’influenza’ di casa nostra; gli italiani da parte loro,  forse non gradirebbero il terzo Papa consecutivo europeo (si fa il nome di Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna) ma non Italiano: ecco allora l’ipotesi affascinante del ‘Papa da un altro continente’: si sono fatti più volte i nomi di Cardinali del NordAmericani: il canadese Ouellet e il newyorkese Dolan sono stai i primi; suggestiva e a suo modo rivoluzionaria l’ipotesi di Sean O’Malley, arcivescovo di Boston; uno che va in giro più col saio francescano che con la livrea vescovile; un Papa francescano sarebbe una vera rivoluzione, una rottura col passato, forse troppo netta. Il vero nome forte d’oltreoceano è quello di Odilo Pedro Scherer, brasiliano e arcivescovo di San Paolo.  Nessuno ha per il momento citato il messicano Francisco Robles Ortega, che potrebbe essere un’ottima via di mezzo ‘geografica’.

Come al solito, c’è poi la fascinazione del ‘Papa nero’: nel Continente africano il maggior indiziato è il ghanese Peter Turkson; la vera sorpresa però potrebbe essere un Papa asiatico: in questo caso, andrebbe citato almeno l’arcivescovo di Manila Luis Antonio Tagle, mentre la sorpresa nella sorpresa potrebbe arrivare nella persona dell’indiano  Baselios Cleemis Thottunkal.

L’elezione sembra comunque caratterizzata da una discreta incertezza: i problemi da risolvere sono tanti e non sembra esserci un punto di riferimento ‘forte’ come a suo tempo fu Ratzinger…  in ogni caso… BUON CONCLAVE A TUTTI.

COSIMO MORLEO, “GENI DOMINANTI” (NEW MODEL LABEL)

Una gavetta come tastierista, cantante e turnista, poi una temporanea ‘deviazione’ nei territori della musica antica e barocca, collaborazioni teatrali e infine il ritorno a territori sonori più ‘tradizionali’: questo il percorso che ha portato Cosimo Morleo al primo disco solista.

Il cantante torinese sforna otto brani, nel segno della collaborazione con il chitarrista Enrico Fornatto (già con Alberto Fortis), accompagnato da un manipolo di musicisti, tutti con varie esperienze alle spalle (Fratelli di Soledad, Mambassa) e con Roberto Maccagno ( sei Grammy all’attivo nella categoria produzione) a Mix e Mastering.

Lo si potrebbe definire pop cantautorale di qualità: con una vocalità che ricorda a tratti Mango, Cosimo Morleo con scrittura matura ed efficace dedica il disco ai ‘Geni Dominanti’ del titolo, identificandoli in coloro che dotati di una ‘visione’ riescono a cambiare il mondo, o almeno a ‘tracciare’ una strada: trai brani del disco trovano spazio il matematico Turing e l’attivista per i diritti umani Vittorio Arrigoni, mentre viene ripreso un testo di Pasolini, “La recessione”, in un disco dove trovano spazio la riflessione sul ‘sè’ e sul mondo che gira intorno, tra i suggestivi panorami dell’Himalaya, o sparuti appunti di viaggi, tra Parigi e Buenos Aires, Berlino e Teheran, fino a Insetti, una sorta di riflessione proveniente da un futuro in cui l’improvvisa scomparsa delle api ha segnato l’inizio della catastrofe.

Un disco intenso, ricco sotto il profilo testuale, con testi anche ‘impegnativi’ che richiedono attenzione, interpretazione, lettura tra le righe.

L’accompagnamento sonoro è all’insegna di un pop-rock soffuso, composto, elegante, a tratti un pò freddino: sulla lunga distanza, nonostante improvvise aperture su inaspettati quanto isolati assoli di chitarra, si fa strada l’impressione di una ricercatezza forse eccessiva, sensazione accresciuta da un cantato che, ineccepibile sotto il profilo tecnico, perde qualcosa in quanto a ‘impatto emotivo’.

Un lavoro in gran parte riuscito, che lascia intravedere un autore dalle ottime potenzialità, lasciando intatta la curiosità per un eventuale seguito.

DURDEN & THE CATERING, “IL NOSTRO QUADRO” (NEW MODEL LABEL)

Ep di esordio per Durden & Catering, progetto nato e portato avanti tra alterne vicende da David Boriani, a partire dal 2008.

Sei brani, cinque originali a cui si aggiunge una cover de La Musica è finita, brano firmato da Bindi, Nisa e Califano e portato al successo dallo stesso Califfo.

La proposta musicale del cantautore romano e dei suoi ‘sodali’ si dipana all’insegna di un classico pop-rock anche di discreta fattura, all’insegna di un ensemble sonoro che vede il classico nucleo di chitarre (elettriche e acustiche) basso e batteria, arricchito dagli inteventi di piano e archi, con umori che ondeggiano tra il riflessivo e il vagamente giocoso, a tratti con effetti vagamente ‘circensi’ o ‘bandistici’.

Testi per lo più all’insegna della riflessione sui rapporti interpersonali e in particolare sentimentali, il disco ha però il suo fulcro nell’impegno civile di Res Publica, brano che si avvale della partecipazione dell’attore e regista Edoardo Leo nell’intro e che si è conquistato le simpatie di Marco Travaglio.

Il testo del brano riporta infatti una frase dello stesso giornalista che ha volentieri ricambiato la citazione scrivendo alcune righe introduttive al lavoro.

“Il nostro quadro” scorre via veloce e senza troppe scosse, lasciando l’impressione di un’impronta stilistica che ha bisogno di essere ulteriormente calcata; le cinque tracce originali presenti appaiono del resto insufficienti per farsi un’idea compiuta della proposta dei Durden & The Catering: le potenzialità sembrano non mancare, ma per svilupparle compiutamente è forse necessaria una prova sulla lunga distanza.

VIVA LA LIBERTA’

REGIA: Roberto Andò

Con: Toni Servillo, Valeria Bruni Tedeschi, Valerio Mastandrea, Michela Cescon, Gianrico Tedeschi

Tratto dal romanzo “Il trono vuoto” di Roberto Andò, ed. Bompiani.

Non è per niente un bel momento, quello che sta vivendo Enrico Olivieri, leader del principale partito italiano d’opposizione: si avvicinano le elezioni, il partito lo contesta, gli elettori pure, i sondaggi lo danno come sicuro perdente. Il crollo è dietro l’angolo: il nostro protagonista non ce la fa più e, semplicemente… fugge: se ne scappa a Parigi cercando ospitalità da una ex fiamma di gioventù, ora sposata con un famoso regista e madre di una bambina.
Nel frattempo Andrea Bottini, braccio destro del politico, non sa che pesci pigliare, tra l’incertezza sul destino di Olivieri e la consapevolezza che gli ‘squali’ del partito sono pronti a fargli le scarpe… senonché, la moglie dello scomparso azzarda una soluzione: coinvolgere il suo fratello gemello, valente filosofo con lo pseudonimo di Giovanni Ernani… ma da poco dimesso da un manicomio…
Il resto della storia si scrive da solo, con il ‘sostituto’ a mietere successi e ‘l’originale’ a cercare un nuovo equilibrio, fino a un finale enigmatico, con il costante accompagnamento dell’Overture de La forza del destino di Verdi a dare al tutto un alone di ineluttabilità.

Politica e cinema: un binomio che in Italia ha avuto numerosi predecessori, ma che quando è stato volto in commedia, raramente è riuscito a evadere da una comicità di ‘pancia’ o dalla farsa. Roberto Andò riesce a evitare ogni luogo comune e ogni caduta di stile, confezionando un film divertente, senza scadere nella volgarità, che lascia spazio alla riflessione senza diventare pedante. Un film se si vuole poco ‘italiano’, ma in cui si respira l’aria di altre scuole cinematografiche: c’è la commedia sofisticata ‘alla francese’, rievocata a cominciare dall’ambientazione di una delle due vicende parallele che si alternano nel corso della storia; c’è la migliore commedia americana incentrata sul ‘doppio’ (viene in vagamente in mente Dave – Presidente per un giorno); e c’è, forse, anche un filo della vena surreale che caratterizzava “Oltre il giardino”.

Al centro, un Toni Servillo che monopolizza la scena grazie all’abile destreggiarsi trai due personaggi, sebbene rischi di gigioneggiare un pò troppo in alcuni frangenti dell’interpretazione del filosofo genialoide, rendendo in modo efficace il personaggio del politico, tra volontà di fuga e di vita normale e consapevolezza dei doveri impostigli dal suo ruolo; convincono Valeria Bruni Tedeschi nella parte dell’amore di gioventù e Michela Cescon nel ruolo della moglie che trova forse nel sostituto la promessa di un nuovo amore, di un contatto umano più ‘vero’ rispetto al marito ‘ufficiale’. Valerio Mastandrea, nei panni dello stretto collaboratore di Olivieri che si trova a dover gestire il problematico gemello, come al solito cerca di cavarsi d’impaccio alla meglio, dando la solita idea di quello che è capitato su un set cinematografico più o meno per caso (o per sbaglio). Spicca invece in una piccola parte il novantatreenne Gianrico Tedeschi, noto soprattutto agli amanti del teatro, una carriera lunga oltre sessant’anni (la generazione dei nati a cavallo trai ’60 e i ’70 lo ricorderà forse come protagonista delle pubblicità delle caramelle Sperlari).

Viva la libertà è un film divertente e godibile, che stimola più di una riflessione sulle parole, la comunicazione, il linguaggio dei politici, non lesinando frecciate a un sistema in cui spesso si perde l’obbiettivo di fondo: offrire alle persone dei ‘principi’, degli ‘ideali’ in cui sperare e, giocoforza, vincere le elezioni… il tutto ovviamente con un senso particolare data la fase che siamo vivendo in Italia…

8 MARZO

Non mi dilungherò sulle solite dichiarazioni di circostanza; l’8 Marzo può essere una  Commemorazione, una Festa, un momento di riflessione… liberissime le donne di ‘vivere’ la ricorrenza come vogliono (anche se poi a ben vedere c’è da sottolineare come l’8 Marzo non sia ancora assurto a rango di ‘festività civile’, il che forse aiuterebbe); da parte mia, una sola, breve, riflessione: anche snocciolare dati a profusione sulla condizione femminile può essere inutile e fine a sé stesso; il paradosso, se vogliamo, è che visti i tempi che viviamo, a ‘riflettere’, più che le donne dovremmo essere noi uomini.  L’iniziativa veramente rivoluzionaria sarebbe un Convegno di soli ‘maschi’ sul tema: “come trattiamo le donne, come siamo stati educati, come educhiamo i nostri figli”; il problema della condizione femminile non sono le donne, che spesso e volentieri sono solo le vittime; il problema vero siamo noi, alla fine. Se le donne sono vittime, è perché gli uomini vestono, puntualmente, i panni del carnefice, e questo può dipendere da tanti motivi, ma in ultima analisi tutti riconducibili al modo in cui si è educati ai rapporti con l’altro sesso, in termini di rispetto e di sessualità (e qui ritorna l’argomento di cui sotto). Le donne dunque festeggino, commemorino, facciano ciò che vogliono; a riflettere sul serio, dovremmo essere noi maschi…  Comunque, questa è la mia dedica personale per l’occasione:

THE SESSIONS, I DISABILI E LA SESSUALITA’ (IN ITALIA)

Il protagonista di “The Sessions” è un uomo che, dopo aver vissuto una vita collegato a un polmone d’acciaio, alla soglia dei 40 anni decide di godere i piaceri del sesso, rivolgendosi una terapista particolare e ricevendo il conforto di un amico prete (si noti il rapporto tra due uomini che, per motivi diversi, hanno fatto della verginità una condizione di vita, uno per scelta, l’altro per costrizione). Un film di cui ho letto buone recensioni, e per il quale tra l’altro Helen Hunt è stata candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista, in quella che è stata in modo più o meno unanime ritenuta la sua migliore interpretazione di sempre. Il fatto è che, purtroppo,  io non l’ho visto:  non l’ho visto per il semplice motivo che – almeno a Roma – è uscito in due o tre sale e dopo due settimane è sparito; il che mi fa sorgere alcune domande.

Per il cinema a Roma non è un buon momento; anzi, per I cinema (al plurale) a Roma non è un buon momento: in un paio d’anni ne è stata chiusa almeno una mezza dozzina, altre non se la passano bene per niente; il motivo è presto detto: oltre alla crisi, oltre all’aumento esponenziale del prezzo dei biglietti, oltre al calo costante di spettatori, oltre alla pirateria informatica, c’è il problema dello strapotere dei multisala; una volta c’era il ‘cinema sotto casa’: oggi si deve prendere la macchina e dirigersi in questi enormi complessi, spesso in estrema periferia, nel bel mezzo del nulla… ma sto divagando. Stavolta il problema è evidentemente un altro: io non so se il film sia sparito dalle sale per scarsità di spettatori o peggio, per una volontà di liberarsene in fretta; nulla però mi toglie dalla testa che in questa ‘toccata e fuga’ nelle sale c’entri molto l’argomento, ovvero: la sessualità dei portatori di handicap. Io non so come stiano le cose in Paesi ritenuti più ‘civilmente avanzati’ del nostro (l’elenco è lungo), ma credo che in Italia il tema desti scandalo… Credo c’entri molto, come al solito, una certa concezione religiosa, che porta puntualmente a vedere l’handicap come una sofferenza da sopportare con pazienza, come la classica ‘croce’ da trasportare lungo l’esistenza in attesa del ‘dopo’.

I portatori di handicap in Italia sono ancora visti più o meno come persone da compatire, da guardare con l’occhio lucido, con l’atteggiamento del ‘porello’; certo si fanno dei passi in avanti: la copertura data dalla Rai alle ultime Paraolimpiadi è stata un gesto lodevole, a mettere in luce come anche chi è portatore di una disabilità, dalla nascita o acquisita, può lottare per un obbiettivo e raggiungerlo, col sostegno necessario, ma attenzione senza alcun sentimento di compassione…

Quando però si parla di sessualità, secondo me, ancora ci sono dei passi in avanti da fare: è come se i portatori di handicap fossero concepiti come esseri asessuati; come se la disabilità, qualunque essa sia, comporti di per sé stessa l’incapacità di provare piacere sessuale. L’immagine del portatore di handicap quale ‘povero infelice a prescindere’ ovviamente collide fragorosamente con l’idea che invece possa trarre piacere dai rapporti sessuali come qualsiasi altro essere umano. Un tema affrontato, anche se ‘di striscio’ anche nel recente “Quasi amici” in cui il protagonista bloccato sulla sedia a rotelle spiegava al suo accompagnatore che anche per chi è bloccato dal collo in giù esistono dei ‘metodi’ per provare piacere…

Del resto, in fondo c’è poco da stupirsi, in un Paese pieno di contraddizioni, in cui la Chiesa (nel suo pieno diritto, intendiamoci) reputa l’accoppiamento a puro scopo di piacere reciproco un peccato, ma dove nel contempo siamo sommersi di sottintesi sessuali dalla mattina alla sera, dove mettere un distributore di preservativi nelle scuole superiori viene considerato un invito al sesso senza responsabilità,  ma dove l’educazione sessuale nelle scuole è un miraggio, lasciando il compito a genitori che spesso affrontano il tema con imbarazzo (a volte evitando proprio l’argomento), ma  dove tra l’altro qualsiasi adolescente lasciato solo davanti a un PC collegato a Internet può accedere in qualsiasi momento a tonnellate di pornografia.

Per conto mio “The Sessions” sarebbe dovuto restare nelle sale per mesi, proprio nel suo infrangere luoghi comuni a tabù, a partire da quelli che descrivono i disabili come persone eternamente infelici e impossibilitate sempre e comunque a provare i medesimi ‘piacere’ dei ‘normodotati’; invece tutto è evaporato in poche settimane, a riprova del fatto che evidentemente sotto questo punto di vista, e più in generale in fatto di sesso, siamo ancora un Paese molto arretrato.

FACCIAMO UN PO’ IL PUNTO

Il 15 si riuniscono le Camere; su chi verrà eletto, alle Presidenze dei due rami del Parlamento,  ancora buio completo. Possibile che ogni partito presenti un suo candidato, possibile che il PD voti magari i nomi presentati da PDL e MoVimento Cinque Stelle in un impeto di ‘ecumenismo’ e sperando di ottenere la gratitudine altrui, ma non è detto. Dopodiché Napolitano farà le consultazioni e, allo stato attuale delle cose, darà l’incarico a Bersani. Difficile, molto difficile, che il leader del PD ottenga la fiducia al Senato,  nonostante il programma disegnato in modo da incontrare i ‘desiderata’ del MoVimento, che ha già detto che non farà sconti, e comunque per quanto Bersani sia una degnissima persona, il MoVimento non potrà certo rimangiarsi tutto. A questo punto, Napolitano potrebbe dare l’incarico a qualcun altro; l’opzione se vogliamo più scontata potrebbe essere quella di scegliere il classico ‘tecnico’, in modo da far tornare in gioco il PDL e Monti e ricreare le condizioni dell’ultimo anno. I problemi in questo caso però sarebbero due: il PD avrebbe il problema di far ‘digerire’ la scelta al proprio elettorato (per quanto nello stesso partito vi sia una bella porzione dirigenti che gradirebbe molto rifare l’accordo col PDL, magari a patto che Berlusconi non abbia più alcuna voce in capitolo); il secondo è che, checché se ne dica, il risultato ‘politico’ delle ultime elezioni è che l’elettorato italiano ha mostrato di non gradire affatto ‘Governi tecnici graditi ai mercati e a Bruxelles”.  E allora? Allora Napolitano potrebbe dire al MoVimento Cinque Stelle: “avete voluto la bicicletta, adesso pedalate” e dare l’incarico a loro: d’altronde, bisogna ricordare una cosa: allo stato attuale, non è assolutamente detto che il MoVimento dia a Napolitano il nome di Grillo, o di Casaleggio; potrebbe benissimo estrarre un coniglio dal cilindro, e non ci sarebbe da stupirsi; addirittura potrebbe essere proprio il MoVimento a sparigliare, presentando fin da subito a Napolitano un nome di alto profilo, che assembli un Governo di tecnici, magari volti più all’equità che al rigore…

In tutti i casi, io credo che un Governo uscirà fuori, magari di breve durata, che non potrà fare  a meno di risolvere le questioni poste sul tavolo dal MoVimento Cinque Stelle, che ormai costituiscono la vera agenda dell’Italia: legge anticorruzione, legge sul conflitto d’interessi, abolizione totale (o quanto meno una drastica riduzione) del finanziamento pubblico ai partiti; provvedimenti che riducano il costo del lavoro per le imprese, introduzione di sostegni alle fasce più deboli della popolazione: la Banca d’Italia, non Grillo ha detto due terzi delle famiglie in Italia hanno problemi, a questo punto non è certo possibile aspettare una crescita che senza aumento dei consumi non arriverà mai; con l’aggiunta magari del rilancio delle ‘piccole opere’ per la tutela del territorio e di qualche provvedimento che costringa le banche ad allargare i cordoni della borsa; tutti punti presenti nel programma di Grillo, in varia misura fattibili, che nulla hanno di sovversivo o reazionario,  dittatoriale o liberticida.

Detto questo, una chiosa: nelle prossime settimane assisteremo a turbolenze sui mercati, innalzamento dei tassi d’interesse, attacchi speculativi; io credo che bisogni avere i nervi saldi ed essere ben coscienti che siamo l’Italia, tirare fuori una bella dose di orgoglio nazionale e smetterla di farsela sotto davanti ai ditini alzati dei rappresentanti dei ‘mercati’, ai sorrisini dei politici tedeschi, alle prime pagine dei giornali stranieri. Siamo l’Italia, che non dobbiamo farci mettere i piedi in testa da nessuno e sopratutto non dobbiamo e non possiamo permettere che entità come i mercati o le agenzie di rating, che di democratico non hanno nulla (altro che il MoVimento Cinque Stelle…) possano anche solo pensare di poter giudicare o addirittura influire sulla volontà popolare emersa dalle elezioni: e sia chiaro, questo prescinde dal risultato delle elezioni: la democrazia non può cedere il passo ad altro, punto e basta. Quindi stiamo tranquilli, evitiamo isterismi e nel caso alziamo la voce e magari prendiamo le necessarie contromisure…

LA COSA PEGGIORE…

… è che sembra che col risultato delle elezioni, gli italiani abbiano ‘infastidito’ qualcuno: quotidianamente ci troviamo davanti a sorrisetti di condiscendenza dei cosiddetti ‘operatori dei mercati’, ad atteggiamenti di spocchiosa supponenza di politici tedeschi, a copertine irridenti di supposti ‘giornali influenti’, tutti con lo stesso irritante atteggiamento… Come se col loro voto gli italiani non avessero dovuto esprimere la propria opinione, ma compiacere qualcuno, che adesso si mostra ‘risentito’ perché gli italiani non avrebbero fatto ciò che ci si aspettava da loro, ragionando invece con la propria testa… NO, DICO: MA SCHERZIAMO???? Questo ha tutta l’aria di essere un attentato alla democrazia bello è buono: un popolo non può certo vivere ‘schiavo dei mercati’ e votare ‘come piace a loro’, pena l’abbassamento del rating (rating deciso da agenzie private che di democratico non hanno proprio nulla, e che per conto mio andrebbero messe fuori legge) o l’aumento del ‘famigerato spread’: è un atteggiamento INFAME E RICATTATORIO di fronte al quale l’unica risposta dovrebbe essere davvero un mastodontico VAFFA. Siamo l’ITALIA, MA CHE CAVOLO!!! Vogliono ricattarci col ‘votate come vogliamo noi, altrimenti vi facciamo fallire’??? Semplicemente, non possono: hanno fatto i salti mortali per non far fallire la Grecia, una nazione di circa 10 milioni di abitanti,  figuriamoci se possono permettersi di far fallire noi: se l’Italia fallisce, si porta dietro tutti quanti, a cominciare dalla ‘rigorosa e seria Germania’, sempre pronta a far lezione a tutti e che tra poco si troverà nei casini, perché a forza di pretendere ‘rigore’ da tutti, non riuscirà a trovare più nessuno che alimenti le proprie esportazioni…  Non dobbiamo certo votare ‘come vogliono i mercati’, a maggior ragione non dobbiamo certo votare ‘come vuole la Germania’. La signora Merkel si ‘risente’ perché non abbiamo votato come voleva lei? E sti***zi , ma chi si crede di essere? Stiamo attenti, perché si continua a ragionare così, davvero la democrazia è a rischio, e non certo per colpa del MoVimento Cinque Stelle…. Attenzione…