Archive for marzo 2013

R.I.P. PIETRO MENNEA (1952 – 2013)

…e poi torni a casa e accendi il Televideo, per vedere cos’ha detto Grillo e come stanno andando le cose, eccetera, eccetera… e ti trovi davanti la scritta: “è morto Pietro Mennea” e come succede sempre in questi casi, si fatica a mettere le due cose insieme. Mennea – morto: quante volte ci è successo, specie di fonte a un giovane, o uno sportivo, uno di ‘quelli che l’ultima cosa che ti viene da pensare è che muoiano prima di aver raggiunto la vecchiaia’.

Pietro Mennea è quasi un personaggio mitologico, esponente di un’epoca ‘che non c’è più’, di quando i velocisti bianchi avevano ancora ‘qualcosa da dire’ nel mondo dell’atletica, almeno fino a quando, un paio d’anni fa, il francese Lemaitre ha provato a farsi spazio tra ‘quelli che contano’; ma in questi ultimi trent’anni, l’atletica ‘veloce’ è stata nera (oddio, nera è stata pure l’atletica ‘lenta’, ma questo è un discorso lungo e articolato). Sia come sia, Mennea sembrava uno di quegli eroi appartenenti a un’epoca lontana, difficile da immaginare.

Strano pensare che la mia generazione quell’epoca l’ha vissuta, seppure di striscio: nel 1979, quando fece il record sui 200 metri che ha resistito per 17 anni, quasi un’era geologica, prima di essere battuto da Michael Johnson alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, avevo cinque anni; quando vinse la medaglia d’oro, sempre sui 200, alle Olimpiadi ‘monche’ (per il boicottaggio di Stati Uniti & Co.) dei Mosca, ne avevo sei: troppo, troppo piccolo per ricordarmi qualcosa… così per me Mennea è sempre stato qualcosa di ‘precedente’, di ‘antico’: la sua corsa commentata da Rosi per me è più o meno sullo stesso piano di quella di Berruti del 1960: anche se tra le due imprese ci sono vent’anni, per me appartengono a una stessa ‘età dell’oro’, a me totalmente sconosciuta.

Leggere una notizia del genere lascia sempre l’amaro in bocca, specie in chi ama lo sport. In chi lo sport lo pratica più o meno abitualmente, l’amarezza si trasforma in disagio: non importa se sia sportivi a livello agonistico o amatoriale, se si sia patiti della forma fisica o lo si faccia per semplice gratificazione, se sia mossi da un’esasperata voglia di competere, o se lo si faccia con intenti molto più tranquilli… la differenza è tra ‘noi’ e ‘loro’, tra chi fa sport e chi non lo fa. Sono andato in piscina per quasi due decenni, dalla metà degli anni ’90 all’anno scorso: quest’anno mi sono fermato, non so ancora se definitivamente o meno, è che poi a un certo punto senti che oltre un certo limite non puoi andare e, almeno nel mio caso, pensi che forse è il caso di fermarsi prima di diventare una di quelle ‘lumache’ che occupano la vasca e rallentano gli altri, contro quali puntualmente tra te e te inveivi. Al posto del nuoto, quest’anno, cammino il più possibile, aggiungo un pò di pesi la sera: il tono muscolare è diminuito, ma mica poi tanto (la mia costante magrezza mi aiuta, almeno l’aver smesso non ha comportato l’aumento di peso)… Però, ecco, qualcosa cerco di fare e lo ammetto, ho sempre considerato un filo ‘inferiore’ chi di attività fisica non ne fa, fermo restando che ognuno fa le sue scelte. In questo sono sempre stato sostenuto dal martellamento mediatico secondo cui ‘mens sana in corpore sano, bisogna fare attività fisica, etc…’ e poi Pietro Mennea muore a 61 anni e quasi quasi ti convinci che tutta ‘sta storia dello ‘sport che fa bene e che allunga la vita’ sia una panzana, che tutto dipenda da altri fattori, probabilmente genetici, per cui magari un salutista schiatta mentre fa jogging e uno che fuma e ingolla schifezze a tutto spiano magari arriva a cent’anni.
Succedono queste cose, e ti poni delle domande sullo sport e il suo senso, e magari pensi che la salute c’entra poco, che tutto sto martellamento sul ‘vivere bene’ poi si scontra con la glaciale freddezza di un dato di fatto: un campione olimpico dei 200 metri può ammalarsi come chiunque altro, non c’è stile di vita che tenga.
Che fregatura.

NOI 3

di Grant Morrison, testi e Frank Quitely, disegni.

Edizioni RW

Cartonato, pagg. 144, € 23

Noi3, ovvero Nuovi Organismi Ibridi: c’erano una volta un cane, un gatto e un coniglietto… che divennero vittime di un esperimento scientifico – militare: inseriti in esoscheletri da combattimento, sono i prototipi di un nuovo tipo di esercito, che usa comuni animali domestici in luogo degli esseri umani; la ‘fedeltà’ e ‘ubbidienza’ degli animali, unita al loro implacabile istinto predatorio…
Una volta conclusa la sperimentazione, i tre sono destinati alla soppressione, ma la giovane scienziata che fin dall’inizio se n’è presa cura ne favorirà la fuga.
Inizierà così la loro corsa verso la libertà, alla ricerca di un posto da poter chiamare ‘casa’; braccati dall’esercito, i tre si difenderanno, oltre che con le unghie e con i denti, con le armi inserite nelle loro armature da combattimento.
Nel 2004 quel ‘geniaccio’ di Grant Morrison, coadiuvato alle matite da un Frank Quitely in assoluto stato di grazia, pubblica per la Vertigo, la linea per ‘lettori maturi’ della DC Comics (la stessa casa editrice di Superman e Batman), questa favola per adulti che regala momenti lirici, parentesi di empatia e un pizzico di commozione.
Non si può fare altro che partecipare fin dalle prime pagine alle vicissitudini di questi poveri cuccioli strappati alle loro case (efficacissima e un filo ‘paracula’ l’idea di aprire ogni capitolo con la riproduzione di quei manifestini che spesso s’incrociano sui muri o sui pali della luce delle città, in cui si denuncia la scomparsa di gatti o cani) e vittima di una sperimentazione scientifica che li trasforma loro malgrado in armi di distruzione di massa.
Si fa il tifo per loro nel corso della loro fuga, in cui dovranno peraltro fare i conti, oltre che con l’esercito ‘tradizionale’ anche con alcuni loro ‘colleghi’, altri animali ‘trasformati’ in modo da diventare pericolosi strumenti di morte… si condivide l’atto di ribellione della giovane scienziata che davanti all’ineluttabilità del destino delle proprie povere cavie, compie un atto di ribellione, accettandone tutte le conseguenze.
Il tutto graficamente narrato in un modo eccezionale, con sequenze mozzafiato e soluzioni (come ad esempio il moltiplicarsi delle vignette che in una sola pagina riprendono la stessa scena da angolazioni diverse, ricreando una sorta di ‘tridimensionalità’ con uno stratagemma tipicamente cinematografico) originalissime.
Un lavoro impreziosito ancora di più dal grande formato che la RW ha scelto per questa nuova edizione, ulteriormente omaggiata dalla copertina rigida: certo il prezzo è alto, per un’opera indirizzata forse solo agli appassionati per la quale  una tale edizione appare anche esagerata, ma la lettura intensa ed emozionante merita sicuramente.

HABEMUS CAMERORUM PRESIDENTES

Beh, due ottime scelte, mi pare: certo Pietro Grasso l’avrei visto molto meglio come Ministro della Giustizia, l’impressione è che sia stato ‘sacrificato’ dal PD in una sorta di ‘test’ sulla tenuta del MoVimento 5 Stelle: proponiamo un nome ‘di peso’ e vediamo se ‘loro’ continuano a ‘negarsi’, insomma… e in effetti il test è riuscito; mi sembra abbastanza inesatto e discretamente disonesto, parlare di ‘spaccatura’, comunque. La realtà è che, come già aveva ampiamente fatto sapere, il MoVimento ha discusso, si sono sollevati pareri diversi, alla fine com’è giusto che sia si è lasciata libertà di scelta… Molto più democratico il MoVimento 5 Stelle che non il gruppo dei ‘montiani’, comunque, tutti ‘usi obbedir tacendo’ agli ordini ‘dall’alto’, venuti da un Monti ormai preda di delirio di onnipotenza che si crede di poter saltabeccare da una carica all’altra come se nulla fosse, del tutto incurante delle conseguenze (alla faccia della sua presunta ‘istituzionalità’). Il test è stato efficace, anche perché dimostra che comunque, in presenza di nomi ‘di livello’, è possibile trovare una convergenza tra PD e MoVimento: di certo, comunque, è pia illusione pensare che il MoVimento possa poggiare un Governo a guida Bersani. Ottima la scelta di Laura Boldrini, che ha tenuto un discorso intenso, emozionante, tutto politico e quasi del tutto privo dei consueti e grigi contorni istituzionali.  Vorrei chiudere con una notazione: sembrerà che io ce l’abbia col PD, però non posso fare a meno di osservare come per l’ennesima volta, quando si è trattato di conferire un incarico di ‘peso’, il Partito Democratico non sia riuscito a proporre ‘soluzioni interne’ dovendo ricorrere a ‘esterni’: se pensiamo che prima di mettere in campo il nome di Boldrini, il candidato più ‘autorevole’ alla Camera era stato quello di Franceschini, è tutto dire… Meglio le cose al Senato, dove si era fatto il nome, comunque valido, di Anna Finocchiaro, alla quale per i motivi di cui sopra è stato preferito Grasso, meno identificabile col partito…

VELVETNOJAZZ, “NON C’E’ 2 SENZA 5” (NEW MODEL LABEL)

Disco d’esordio per questo progetto capitanato dal chitarrista Romeo Velluto, accompagnato da Francesco Piras ai fiati, Vito Zeno al contrabbasso e Stefano Lecchi alla Batteria.

Dieci composizioni, interamente strumentali, frutto di due sessioni di registrazione, culmine di una più lungo cammino, fatto di una trentina di concerti e varie jam session.

Il nome dato al progetto appare essere solo in parte rivelatore dei contenuti e forse in parte fuorviante: “Non c’è 2 due senza 5” non è certo un disco ricco di spezie mediterranee o dedicato alla ‘musica del mondo’; piuttosto, si può parlare di un disco jazz nel senso più classico del termine, costruito sull’indubbia perizia tecnica dei musicisti e su una certa eleganza e compostezza formale: in questo senso probabilmente il ‘velluto’ inserito nel nome del gruppo appare la chiave interpretativa più azzeccata…

Intendiamoci, non che “Non c’è 2 senza 5” sia lavoro all’insegna del formalismo esasperato o di una sofisticatezza snob, fine a sé stessa e fredda: se vogliamo, mentre ai fiati (tromba e flicorno) è affidato il compito di mantenere dritta la barra, alle chitarra è spesso lasciata un maggiore elemento di ‘caratterizzazione’, con tessiture che spesso sembrano flirtare con sonorità ‘altre’, con esiti che riportano di volta in volta suggestioni folk, ‘indie’, a tratti sperimentali, mentre la sezione ritmica compie il consueto lavoro di ‘sostegno’, ma anche di ulteriore coloritura dei brani, in particolare grazie alle calde note sprigionate dal basso.

“Non c’è 2 senza 5” appare insomma un disco fondato sul riuscito equilibrio tra classicità e modernità, probabilmente pienamente godibile soprattutto dagli appassionati, ma che si propone volentieri anche ad un pubblico che frequenti meno assiduamente i territori jazz.

 

HABEMUS BERGOGLIO

Un nome ignorato puntualmente dai media, tanto da essere accolto con un silenzio tra il perplesso e il deluso da parte della Piazza; ma poi a ben vedere l’ultima volta era stato il secondo più votato dopo Ratzinger, e c’è chi suggerisce che avesse addirittura fatto un passo indietro,  chiedendo di non farsi votare.

Non è un italiano come Scola, ma ha il cognome italiano;  non è un europeo, ma nemmeno uno statunitense; non è un Papa ‘di frontiera’, africano  o asiatico, ma viene da un continente pieno di problemi, ma profondamente cattolico.

Non è un francescano come O’Malley, ma si è comunque dato nome Francesco; non è un giovane, e questo è forse il dato che lascia più perplessi: non si capisce bene se si sia voluto scegliere un Papa ‘di esperienza’, che conosce certi ‘meccanismi’ e sa dove intervenire senza sconvolgere tutto, anziché un giovane battagliero, e se piuttosto la scelta di un ‘nome consolidato’ sia il risultato di un compromesso, di un virare verso un altro nome in mancanza di accordo tra gli eventuali vari schieramenti all’interno del Conclave.

Si è presentato in maniera timida, discreta, dando quasi l’impressione di scusarsi: ha chiesto al ‘popolo’ di pregare per lui, ed ha abbassato il capo di fronte alla folla, quasi in un atto di sottomissione di fronte al gregge.

Di lui si dice che giri abitualmente a piedi o sui mezzi pubblici, è risaputo sia tifoso della squadra del San Lorenzo e a poche ore dall’elezione gli piovono già accuse di collusione con la dittatura argentina.

In tutti i casi, una grande sorpresa… o forse no: a ben vedere il suo nome ce l’avevamo tutti davanti agli occhi, abbiamo preferito farci affascinare da altre personalità.

In tutti i casi, il fatto che abbia scelto come nome Francesco, primo Papa a usare questo nome (e primo gesuita a diventare capo della Chiesa cattolica), è fortemente simbolico e programmatico: è un impegno enorme e un carico gravosissimo, perché è la promessa  e la speranza di una Chiesa che guardi con maggiore insistenza agli ultimi, se necessario spogliandosi di ogni inutile orpello: e se pensiamo a tutti gli intrighi, le trame, gli scandali degli ultimi tempi, è un compito improbo: gli auguro con tutto il cuore di riuscirlo ad adempiere…

CONCLAVE

C’è di buono che adesso per qualche giorno le questioni politiche passeranno in secondo piano e tutta l’attenzione si sposterà sul famoso ‘comignolo’ della Cappella Sistina, sul Conclave, sull’elezione del Papa e sulle sue prime parole.

A ben vedere, in un mondo in perenne evoluzione, il Conclave è uno dei pochi ‘riti’ che rimasti praticamente uguali a sé stessi, e questo è in una certa misura rassicurante:  ho sempre pensato che chi si definisce ‘progressista’, paradossalmente sappia apprezzare certi ‘punti fermi’ molto più dei cosiddetti ‘conservatori’, forse perché l’attitudine di questi ultimi a non cambiare mai nulla, a lasciare sempre tutto così com’è alla fine si traduce non tanto nel ‘rispetto delle tradizioni’, quanto in un’abitudinarietà fine a sé stessa… Una società che sia volta al ‘progresso’ è sicuramente auspicabile, ma credo che debbano restare delle ‘travi di sostegno’: per questo il Conclave, nella sua plurisecolare immutabilità, mi affascina; sembrerò fissato (è un mio pallino, lo ammetto), ma vivaddio la lenta salmodia intonata dai cardinali lungo il loro percorso verso la Sistina, non è ancora stata ‘contaminata’, dall’accompagnamento di qualche chitarra strimpellata alla come viene… Pensateci: le scene che vedremo domani, la processione dei cardinali, l’extra omnes, etc… fanno parte di un ‘rito’ che si ripete più o meno sempre allo stesso modo da secoli: è quasi come aprire una porta sul passato (vabbè, sta battuta sa molto di Alberto Angela…).  Forse dipende dal fatto che in fondo per la mia generazione il Conclave è qualcosa che si è visto poco: insomma, nel 1978, il famoso ‘anno dei tre Papi e dei due Conclavi’ io avevo quattro anni, ricordo poco o nulla… Lo stesso discorso dal balcone di Wojtyla lo ricordo per averlo visto decine di volte negli anni successivi, dell’evento in sé non conservo nulla… Poi, il pontificato ‘gigante’ di Giovani Paolo II e otto anni fa, il primo vero Conclave, con tutto il suo fascino… e domani, eccone un altro: quindi concedetemelo, non è che la preparazione del Conclave per me sia qualcosa di abituale… e poi pensateci: nel 2013, il pensiero della Capella Sistina rinserrata e del non sapere nulla di che cosa succede là dentro… ha un suo indubbio fascino, che infatti ha stimolato tanti registi, per lo più intenti a disegnare trame più o meno oscure, con l’eccezione di Moretti che nel suo “Habemus Papam” dipingeva la situazione in maniera molto più ‘umana’.

Sia come sia, ci siamo: a breve avremo il nuovo Papa; dubito già domani nel pomeriggio, sono molto più possibilista sulla mattinata di mercoledì; in tutti i casi, mi stupirei se si andasse oltre due – tre giorni: la ‘mossa’ di Ratzinger ha avuto tra le sue conseguenze quella di far ragionare fin da subito i cardinali sul suo successore; tutto stavolta è stato molto più riflessivo, ponderato, privo di quella sorta di ‘urgenza’, abbastanza consueta quando il Papa, più o meno improvvisamente, viene a mancare.

Finite le riflessioni ‘serie’, anche io mi butto volentieri nel divertente ‘gioco dei pronostici’, nel classico mescolarsi di ‘sacro e profano’, tipico di tutte queste situazioni… Come già è stato più volte osservato, il prossimo Papa dovrebbe essere sufficientemente ‘giovane’ da avere le forze per condurre saldamente le redini della Chiesa;  i cardinali europei e non italiani a quanto pare non vedrebbero di buon occhio un Papa di casa nostra (il più gettonato è l’arcivescovo di Milano Scola) , visti tutto quanto è venuto alla luce negli ultimi tempi: lotte intestine, trame oscure e affari non troppo trasparenti che sembrano tutti legati da lotte tra ‘sfere d’influenza’ di casa nostra; gli italiani da parte loro,  forse non gradirebbero il terzo Papa consecutivo europeo (si fa il nome di Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna) ma non Italiano: ecco allora l’ipotesi affascinante del ‘Papa da un altro continente’: si sono fatti più volte i nomi di Cardinali del NordAmericani: il canadese Ouellet e il newyorkese Dolan sono stai i primi; suggestiva e a suo modo rivoluzionaria l’ipotesi di Sean O’Malley, arcivescovo di Boston; uno che va in giro più col saio francescano che con la livrea vescovile; un Papa francescano sarebbe una vera rivoluzione, una rottura col passato, forse troppo netta. Il vero nome forte d’oltreoceano è quello di Odilo Pedro Scherer, brasiliano e arcivescovo di San Paolo.  Nessuno ha per il momento citato il messicano Francisco Robles Ortega, che potrebbe essere un’ottima via di mezzo ‘geografica’.

Come al solito, c’è poi la fascinazione del ‘Papa nero’: nel Continente africano il maggior indiziato è il ghanese Peter Turkson; la vera sorpresa però potrebbe essere un Papa asiatico: in questo caso, andrebbe citato almeno l’arcivescovo di Manila Luis Antonio Tagle, mentre la sorpresa nella sorpresa potrebbe arrivare nella persona dell’indiano  Baselios Cleemis Thottunkal.

L’elezione sembra comunque caratterizzata da una discreta incertezza: i problemi da risolvere sono tanti e non sembra esserci un punto di riferimento ‘forte’ come a suo tempo fu Ratzinger…  in ogni caso… BUON CONCLAVE A TUTTI.

COSIMO MORLEO, “GENI DOMINANTI” (NEW MODEL LABEL)

Una gavetta come tastierista, cantante e turnista, poi una temporanea ‘deviazione’ nei territori della musica antica e barocca, collaborazioni teatrali e infine il ritorno a territori sonori più ‘tradizionali’: questo il percorso che ha portato Cosimo Morleo al primo disco solista.

Il cantante torinese sforna otto brani, nel segno della collaborazione con il chitarrista Enrico Fornatto (già con Alberto Fortis), accompagnato da un manipolo di musicisti, tutti con varie esperienze alle spalle (Fratelli di Soledad, Mambassa) e con Roberto Maccagno ( sei Grammy all’attivo nella categoria produzione) a Mix e Mastering.

Lo si potrebbe definire pop cantautorale di qualità: con una vocalità che ricorda a tratti Mango, Cosimo Morleo con scrittura matura ed efficace dedica il disco ai ‘Geni Dominanti’ del titolo, identificandoli in coloro che dotati di una ‘visione’ riescono a cambiare il mondo, o almeno a ‘tracciare’ una strada: trai brani del disco trovano spazio il matematico Turing e l’attivista per i diritti umani Vittorio Arrigoni, mentre viene ripreso un testo di Pasolini, “La recessione”, in un disco dove trovano spazio la riflessione sul ‘sè’ e sul mondo che gira intorno, tra i suggestivi panorami dell’Himalaya, o sparuti appunti di viaggi, tra Parigi e Buenos Aires, Berlino e Teheran, fino a Insetti, una sorta di riflessione proveniente da un futuro in cui l’improvvisa scomparsa delle api ha segnato l’inizio della catastrofe.

Un disco intenso, ricco sotto il profilo testuale, con testi anche ‘impegnativi’ che richiedono attenzione, interpretazione, lettura tra le righe.

L’accompagnamento sonoro è all’insegna di un pop-rock soffuso, composto, elegante, a tratti un pò freddino: sulla lunga distanza, nonostante improvvise aperture su inaspettati quanto isolati assoli di chitarra, si fa strada l’impressione di una ricercatezza forse eccessiva, sensazione accresciuta da un cantato che, ineccepibile sotto il profilo tecnico, perde qualcosa in quanto a ‘impatto emotivo’.

Un lavoro in gran parte riuscito, che lascia intravedere un autore dalle ottime potenzialità, lasciando intatta la curiosità per un eventuale seguito.